Salvatore Leone – Buco nero

A un certo punto del firmamento

rimango bocca aperta coi luminari,

fosse noia, appetito, asma nuda dell’angelo,

si apprezza l’urlo freddo di bancarelle d’inverno.

Col silenzio gonfio al palato,

le mani non toccano tempie estranee

o la chioma rubia di chi per te si spaccia

tenendomi incrociate le braccia.

Smetto di specchiarmi nei denti

di uomini che poco adoro e non servo.

Mi basta la pozza rotonda e scura

dove corri a finirmi, ho tutta l’aria

di Nessuno che confonde i giganti.

Di questa fessura nera, preziosa

custodisco rabbia, pazzia, tutti i dolori

in terra, e la malattia di certi fiori.

Dove siete giunti a curiosare dannati

fu e sarà razzia di ciliegi e lune.

Mi hanno cucito la notte tra inguine e ventre

per non darvela a bere,

ho lo scrupolo di mille stelle seviziate

m’incanto al buco nero.

E non addomestico cielo,

in attesa che tu sappia mettere mano

alle guance.

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