Paolo Pitorri – Tre poesie

Hanno osservato contro luce il mio sangue

ho regalato le mie nudità a donne vestite di bianco.

Tra poco devono tagliarmi, togliere i pezzi, ricucire.

Col volto cianotico fisso mia madre soffrendo

voglio rientrare in lei per non dover più vagire.

Un passo indietro per non dover morire.

Ventidue anni alle spalle per non dover nascere – soffrire.

Tornare in lei dove ero l’unico corpo piccolo

In una sacca amniotica: un universo nero.

Ora sto supino a riflettere il neon.

Adesso dentro di me un paese si dilata,

si espande nel mio corpo – delirando penso:

sono stufo di Londra. Ma arrivano i guanti in lattice.

La vestita di bianco mi regala dieci secondi:

un’anestesia, occhi di cataratta: dimentico come respirare.

Un taglio, uno scoppio, un maroso, un tesauro di emorragie.

Mi risucchia la schiena il nadir della barella.

Mia madre mi parla, mi stringe la mano, è nuovamente la prima volta.

Mi ha detto che sono nati quattro gatti in questa notte “bella”.

È la seconda volta che esco con lei da una stanza di ospedale.

*

La tua ombra grave di solitudine
bianca, incrocia la mia:
due ombre che diventano più scure
chiuse in una croce –

*

Di notte i miei ladri fedeli
accompagnati dalla luce dei loro fantasmi
aprono porte con coltelli affilati.
Loro mi maltrattano
e più selvaggi delle mie paure
aprono la porta del mio petto
e battono, battono, battono
forte, alle cinque di notte.
Questa è la chiave di tutto:
farmi svegliare altrove –

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