Salvatore Leone – Geremiade

Dalle litanie al membro teso
si ergono campanili bruciati dal fiato dei penitenti,
alti minareti che macchiano il cielo di roseti
dove si lavano i gomiti, e fronte ai marmi vergini.
La durezza dei lamenti bagna le cupole di Roma,
e nel deserto che mi piega la schiena e circonciso le braccia
si contano gli spasmi a Erode. Negli umori di padroni
che m’aprono il ventre e per terra di Nessuno

ho voltato queste spalle a dio, saggiando la veemenza
del pianto all’uomo. E dalle turgide preghiere
buttate al collo, guizzano dolori a monte sacro
che seppellisco ancora i miei giacinti.

Dai diluvi alle mani e l’avorio che m’imbratta
acre il palato che giura,
mare bianco che ha la fretta del grido,
e quando tutto passa venero
la mollezza tra inguine e stomaco
sonnolente amarezza.

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