Giorgio Ghiotti – Sei poesie da “Alfabeto primitivo”

L’ho visto farsi fra tanti più lento 

(non era un setter e questo 

non è un appartamento di Milano)

trascolorare il suo destino in mio, 

trascinarsi a fatica per le stanze 

aspettando vegliardo la morte. 

Voci s’intrattengono ancora oggi 

scaturite dalla strada, inumane: 

sorte propizia o anni avversi 

profetizzano, oracolando sul nulla.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  

All’appello risponderete da rito, 

una mano alzata, voce quanto basta 

perché levato il capo, vinto 

il pianto io riconosca in voi

quelli di sempre, davanti a un tempo che non vi consuma. 

*

Reperti, ritrovamenti, lasciti. 

La Parker di Silvana 

in un cappotto vecchio 

vent’anni dopo Silvana – proprio ora 

che stavo per accettare l’assenza.

*

Una mattina è svanito il profumo,

ho affondato il viso nel suo grande 

foulard bianco a pieghe, a balze, 

quell’odore di collo amato, di collo 

di nonna, prato dove crescere 

è stato più che un giro di collana. 

Aggrappato da allora rimasto così

quel pomeriggio di febbre felice 

affidato alle sue magiche cure, guarire 

è stato un gioco da ragazzi, lo sapeva 

che Zorro alla televisione lo avrei sognato 

per anni, qualcuno che rovescia 

il tavolo della locanda… 

Ancora aspetta la figlia che torni dalla Standa, 

ce la siamo disegnata sul petto la grande Zeta 

di zero carezze ora, zero cavalluccio, stretto 

chiuso al suo petto ignoravo che fosse la meta.

*

. . .

. . . 

Ti prego, caro, verso rovesciato

che ancora oggi parli degli assenti 

che ombra o bosco tutti li comandi 

gli elementi naturali e le ferite 

che ci siamo dati per quel troppo 

cresciuto in poca terra, vieni a dirci 

che nel sogno ci aspettano altri baci 

e notturni tragitti nelle camere 

d’infanzia per quegli insegnamenti 

elementari e illusioni che, direbbe 

qualcuno, ci hanno spezzato il cuore: 

:ma tu, in tua sovraesposta creazione 

ricorda lo spettacolo del vento  

dal mare, e altrove ostinato ricerca un amore lungo come il sempre. 

*

A volte si sente una felicità 

nella natura, un piangere 

di resina sui tronchi, tramonti 

che non ho meritato.

Mi sembra d’aver vissuto 

sessant’anni in tutto.

Ho i secoli passati 

a osservare la familiarità 

della terra col mio viso

scavato presto, residuo e 

promessa per l’alba – ma 

quante ancora, e quanto 

luminose e quanto chiare.

*

(che cos’è la poesia) 

È un barlume, una storia segreta,

un parlare fitto di voci 

che neanche sono più qui. 

Calendari privi di date, alte e basse maree,

rapide e sponde. È nome che ad altro 

nome risponde. È un indugio della memoria, 

barlume e storia segreta. È musica del tempo che ci allieta. 

1 Comment

  1. Una profonda, sofferta nostalgia per significativi periodi d’una felice infanzia, mai più ritrovati nei vissuti successivi ove a prevalere sembra essere una costante melanconia di fondo, sempre e comunque contingente, sottolineata da eventi di certo non gratificanti. Dunque i bei ricordi di ieri a gratifica delle frustrazioni dell’oggi o dell’appena passato prossimo. Una forma di possibile, anzi necessaria difesa dalla realtà nuda e cruda qual si presenta. Infine la ‘scelta’ sfolgorante ed accettata senza riserva, che sembra di già stabile avendone garanzie intrinseche, della poesia come rimedio essenziale alla vita stessa con quel proprio esigente bisogno di senso. Un estenuante enigma esistenziale a valere per tutti, ovviamente.

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