Francesca Proia – Cinque poesie

8/1/2019
Ayin ע (L’occhio)

Nella metro, tra la folla sento uno sguardo miope
posarsi su di me:
un ragazzo molto grasso con gli occhiali mi sta guardando.
Quando incrocio i suoi occhi (stretti a fessura)
non li distoglie, anzi mi sembra, penso, felice
di aver attirato la mia attenzione.
Mi guarda così intensamente che
diventa, lui, sempre più nitido nel suo cappotto nero.
La calca intorno si liquefà in un arcobaleno tiepido.
Scendo dalla metro:
conservo l’accaduto come una moneta
rara trovata per strada.

5/5/2019
Rilasso la gola, distendo la schiena,
sporgo il petto, canto la O.
Non smettere, prendi solo un po’ di fiato.
Congelo le labbra.
Stai ferma,
sì.
ma non rigida: trema pure, dal cuore, così.
Mi si squaglia in una gelatina rosa pallido.
Aspetta, senti.
Ecco: prima un assalto di cosini elettrici, poi il temporale trova la mia bocca;
è un attimo:
i tuoni si rompono tra i denti,
rimbalzano sull’ugola e fanno sobbalzare le mucose.
Finito.

11/5/2019
Seduti ai bordi di un tondo illuminato,
i volti illuciditi respirano,
le teste emettono vapore rarefatto.
Cetacei in dormiveglia, in mezzo a loro.
Qua e là, a caso, ciocche di capelli d’oro limpido sembrano comporre una frase.

12/5/19
Tutto il mio passato sul tuo palmo,
come una piuma,
non sembra neppure posato,
basta un tuo sbuffo per disperderlo.
Tu, la gravità in persona,
Maestro, Musa, giardiniere,
la linfa ti riconosce e ti lascia tagliare.
Mi lasci fatta solo di baci,
baci di Danilo,
di Margherita, di Ivan,
E anche altri molto più antichi,
che mi facevano chiudere gli occhi,
che avevo dimenticato,
impressi su guance bambine sensibili come brina.
Corpo nuovo, nido vivo di labbra e lingue.

20/5/2019
Resto estranea al gorgoglio delle tue parole;
non si attiva niente, in me, adatto a risponderti,
anzi mi porti lontano dalle mie sinapsi,
in un territorio ovattato e alieno, un formicaio.
Ecco, il tuo parlare è come un delicato pizzicorino
che non richiede dialogo, ma passività verso queste formiche.
E allora mi rilasso, mentre minuscoli otto neri mi salgono dai piedi,
svuotandomi, ammutolendomi i pori in un timido torpore.

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