Gabriele De Simone – Cinque poesie

I – Angeli storti
Tutto segue grammatiche sideree,
un’epica muta e la sua materia.
Ogni cosa nel tempo
esiste solo quale protesta
alla morsa di due vuoti
infiniti. La stessa morte
precede un parto come segue una morte.
Il bambino non separa – non riesce –
i genitori dalla lotta, resta lì,
la sua testa è una luna che eclissa
i ventri, non le grida:
lì è solo e lì si sbriciola,
nella morsa; un vento nero
di salvezza lo spazzerà
presto via di là. Imparerà a specchiarsi
nelle stelle, a riconoscersi
in quello stesso oblio
di notte nera che non vacilla né si sporca
con tutta quella luce
perché sono solo briciole.

*
II – Maree
Per trovare qualcosa
sii disposto a scavare,
accendi tutti gli interruttori,
non negare una parte, ora sai:
sono altri i luoghi dove scegliere.
Torneremo gli angeli mutuali:
del tavolo bianco che si fece altare,
del mio piccolo cuore azzurro
di balena dove ci scoprimmo
la prima volta, del treno zeppo,
dell’erba verde che andava seccando;
loro sono gli unici a cui serve
morire per nascere, spogliarsi
del mondo per vestire le ali.
E fu vestirmi, ogni volta, e vestirti, per me
ogni volta rimboccare un trauma.
Non era colpa mia se non riuscivo a dormire.
Ti ho fatto dono delle mie radici mozze
ma tu non hai capito niente, e adesso
tienitelo vuoto il letto che hai voluto vuoto.
Non era colpa mia quando ti alzavi tardi.

*
III – Demoni e pagliacci
Quello che è stato
è valso nulla. Resta
la puzza del sughero,
catalisi della marcescenza – non altro:
sui lembi aperti le prime mandrie
tornano a chinarsi e bere
l’ultimo rosa. Restano
tutti i miei cristalli in bilico, due flûte
nudi chiusi nella credenza;
le mie confessioni sulla tua lingua
sfilano rigurgitate.
Ogni intimità è tradita in nome
di questa cosa e tu la chiami sacra:
la folla salva sempre Barabba.
L’acqua ristagna e l’ombra
di Narciso anche lei vira verso il verde:
la chiama primavera. Chi è già pieno di sé
non farà entrare nessuno – Chi è vuoto
più nessuno farà uscire. È il fuoco
la marca che segna i miei passi
in alcune zone del mondo. Altri
spargeranno, anche solo per sbaglio,
zucchero sopra tutto il sale
e sarà dolce, più dolce.
La casa conoscerà sé stessa:
alle nove aspetterà il sole ai piedi del letto,
alle due che balzi nello specchio in bagno,
alle otto che arrossisca sulla parete,
e scardini il bianco della porta.

*
Qualcuno che mi raccoglie
e poi dormiamo
non ho detto buonanotte,
non importa.
Prima
ci ha fatti entrare ha detto
in fondo a sinistra
questa è la stanza;
ci sono i dischi ci sono i calzini per terra
ci sono le tazzine sporche, delle cose
scritte qua e là dappertutto
sui muri in ogni stanza, c’è un tubo
rattoppato con lo scotch quello è il lavandino,
io indosso una camicia e sono irraggiungibile
sono estraneo e quindi finalmente libero.
Chi lo racconta a mia madre
che il bello della croce
non è risorgere dopo
ma portarsi ognuno la propria.
Prima
il guardiano ha riconosciuto le facce nostre e i nomi
senza farseli dire e li riconsegna insieme
senza farseli chiedere;
la ritualità è sacra e va resa automatica
fino a disperderne i significati, è così
che nasce qualsiasi tradizione:
dimenticare e praticare insieme
una necessità.
Prima
la ragazza gatto ha detto che offriva da bere domani,
ci ha detto del padre orologiaio per passione
che ausculta i suoi pendoli e tutti siamo ammirati:
è una cosa che non faremmo noi;
la ragazza gatto parla e per sentire la devi ascoltare:
questo è il suo dono e io non so se lo sa,
ma non importa.
Ti ricordi in che punto
giocavamo a dirci “ciao”?
Capitolo due
Due
è il numero delle cose che tornano o si ripetono
o la prima pietra sopra un’altra
l’inizio di ciò che si fa forza per continuare,
l’onore di continuare è peso e perciò si chiama inverno
l’inverno e perciò si chiama primavera la primavera:
papavero
fiore di carta
i primi che vedo quest’anno –
ho i vestiti di ieri –
hanno osato darsi alla vita
sul prato che dà l’ombra, d’estate,
ai lavavetri, agli ultimi;
“dio ti ama” scritto col pennarello
sul cuoio di gomma che riveste il bus
io amo
le calze a rete
io amo
le cose che entrano ad abitarmi
senza farsi capire del tutto
la pioggia che non bagna solo i pazzi e gli innamorati
qualcuno con cui correre
qualcuno che mi raccoglie.
Io
pensavo ogni volta:
non sarai mai più bella di così.
Tu
hai cercato per tutto il tempo
di trovare un altro nome da darmi,
ma bastava la sillaba e l’hai trovata
solo in punta al gladio:
con la punta si uccide più in fretta.

*
Macelleria
L’odore della macelleria
appena uscito da scuola,
il mio purgatorio, mamma,
sono solo un bimbo e voglio correre a casa.
Un giorno avrai le chiavi e peseranno.
Ho perdonato la mia città,
perdonerò il quartiere, poi
verrà la paglia del dondolo,
le stanze, e il ventre.
Alzo la testa, tutti
siamo figli del padre: è una cosa
che mi hai insegnato tu
aspettandomi alla porta soltanto
per spiarmi tornare e lì
voltarmi le spalle, sollevata.
Schiuse il sipario
inciampando nel proprio sangue
e così lo cala. Tu pensi
di tracciare cerchi bellissimi:
guardali, sono rotelle da sperone.
La tua mano è sempre tesa
ma non perdona un solo naufrago,
e sempre ha tremato, e trema nell’ombra
di un vecchio gioco tra le onde,
e frutti caldi nel sole, forti
del ricordo che una vita ha sempre di sé.

L’odore che sporge dalla cella,
un pascolare macabro su grandi uncini,
commisto alla segatura, per terra.
La chiave mia che vince
la serratura e spinge e ora,
ora è tutto calmo e non c’è rumore:
non un passo inficia il cammino…
scarpe finalmente adatte:
non ci sei tu a seguirmi. Io
voglio accanto solo i deboli di cuore,
quelli che perdono e hanno sogni piccoli,
matti spacciati nei loro gorghi a ridere,
santi incapaci di morire.

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