Stefano Riccesi – Tre poesie da “Tamburi di guerra”

Eravamo già partiti
Come offerte sacrificali
O flauti d’ossa

E scivolavamo sulla pianura
In trasparenza
Per rinascere
Negli occhi della rugiada

Affinché ci venisse estratto il cuore

Per consegnarlo al futuro
E aver cura della vita del pane
Nei fuochi degli accampamenti

*

Tu, dallo specchio, ti generasti in silenzio
Colma di pagine sporche e di
Cenere brillante.
Eri la calcinazione del senso
La materia inquieta degli occhi.
Cercavi l’Angelo, ma ciò che ottenesti
Fu nome di soglia
E fremito, e pioggia, e
Porgesti il tuo calice per raccogliere
In un atto di fede bambina
Un nido di cose perdute
Da non restituire mai.

*

Gli ultimi uomini divisero il cielo
Con mente chiara, spogliata
D’illusioni.

Freddi fuochi siderali
Piovvero lenti
Dalla notte, ancora investita di canti
E spossata
Da tamburi di guerra non ancora sazi.

I cani fiutavano l’insonnia del mare, insieme alla colpa
Intorno
E c’erano figli senza futuro
Con gli occhi di smeraldo
Dei saggi

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