Andrea Accardi – Anteprima da “Nosferatu non esiste”

XVIII.

Il comune Molenbeek-Saint-Jean, a sinistra sulla mappa di Bruxelles, la strada a due corsie, vetrine di pasticcerie, il canale per le rotte commerciali, una guardia medica

poi dietro l’angolo cataste di rifiuti, i rottami delle auto, alimentari scadenti, bambini per strada, lampioni spenti, un palazzo nascosto tra gli altri palazzi uguali, il portone pesante e bianco tra le ombre dei capannoni industriali, e dentro una stufa gettata in cortile, tonfi di ratti sul parquet rigonfio, vestiti abbandonati negli armadi aperti, calendari fuori moda, fili annodati e scoperti, liquori evaporati, buste di pasta con insetti (per il carbonio saremo tutti esistiti)

Al piano di sopra una pentola che bolle, una bianca evanescenza nella stanza, un uomo che saluta stordito, un altro che arriva di notte, si trascina senza scarpe, e poi ride di tutto, se ne frega della decenza, e invece nelle docce saponi a metà gettati per terra, e il dovere di lavarsi, ancora più del normale, in un palazzo dove trottano i ratti come esseri umani

Scappare, tornare indietro, cercare riparo in cabine di call center, nei vagoni traballanti della metro, vedere colori di vetrate in movimento, la chiusura dei negozi, una scarpa sul cemento, fiori, il palazzo di giustizia che appare da lontano enorme fra le impalcature

Ricorda: prima di uscire bisogna salvare, non esiste desiderio senza immagine di tormento

il nostro desiderio è in continuo aggiornamento

(eppure una volta m’incantavo a guardare topi funamboli su grondaie e melograni, topi che sono pensieri che di continuo alleviamo nelle dispense del cranio, topi che riempiono e colmano il quadro delle città, tu adesso scendi, ti inoltri in un bosco di cantieri navali, guardandoti attorno circospetto, neanche fossi diventato un ladro, il responsabile delle cose accadute. La festa e la peste finalmente riunite)

*

tu chiedi una persona viva al lazzeretto!
(Padre Cristoforo)

Per questo stasera è tutto un calpestio, un rifluire nel corso da vicoli, scale, dai cortili della Cattedrale

(altre cose accadono invece silenziose: a scuola in sale buie dentro i materassi trovano ricetto le pulci già infette)

venite alla festa della città che agonizza, sembra dire la voce dalle casse

case sprangate e segnate da una croce, il male rende le case vuote, una distesa di case che vengono chiuse

in quest’aria di torce tremolanti è forse il caso di abbuffarsi avidamente, di cercare un immediato diletto, di confessare qualche delitto

afa, sete, sudore, mani tese, contagio, sirene

le cantilene accompagnano il carro, intonano il lutto dei morti viventi

sotto è un caos di topi, pantegane vacillanti sulle grate, sorci tra bucce di legumi e panni sporchi, già pronti a lasciare la nave

un traghetto passa e per un momento sembra che chiuda la fine del corso

tante grida che diventano un lamento, ma può soffrire una città intera per la colpa di uno soltanto?

sembra accadere di nuovo, Palermo, Costantinopoli o Milano

se alzi la testa non ci sono più ali, ma grandi chiarori, improvvisi fragori, e davanti alle acque sudicie crepitano i roghi

Saturnali presso tombe, giocolieri sul sagrato, dolci alla frutta e liquori di anice

con un colpo di spugna puoi togliere o diffondere, dalle piaghe passa la guarigione, sterilità è una forma di creazione

in un vento che frastorna saremo perdonati, faremo sogni spaventosi

Questo brulichio è passato che ritorna, tempo contromano, uomini che risalgono il corso come si scappa da una pestilenza, lenti, rassegnati

e gioiosi

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