Davide Galipò – Ostello dei poeti senza terra

Vedo la delusione nei tuoi occhi
nel vedermi ora fragile
– umano, senza il vizio
del controllo – e temo tu possa
perdere l’idea che hai di me
e il sorriso d’incanto che sa illuminarmi
ma ora trita – fatti mosto
cancella la meta
che ti eri prefissa
e rompi l’illusione:
sono un angelo decadente
– anzi, non avevo neppure
ritirato le ali in tintoria, stamane
così mi scopro inutile,
senza la mia veste di Salvatore;
la paura di non essere infallibile,
almeno per te, che mi guardi
come se io possedessi il “senso”:
non sono mai stato invincibile,
per questo io uccido,
faccio strage di aspettative e devasto,
ricombino le carte per sentire il rumore
che fa l’orologio mentre si inceppa:
CLIC.
Poi più niente, i pochi spettatori rimasti
nell’ostello dei poeti senza terra
tirano il sipario
e un’altra coperta di stelle
– uno “zeitgeist” –
ricopre i loro occhi
con due medaglie d’oro:
una è per la colazione,
l’altra avrà forma di doblone,
un obolo disperso nei bauli dei millenni,
quando ancora credevamo di capire
e di dare un perché alle cose, nominandole.
Mi lanci dei pugni dal letto di sotto
e il tuo silenzio mesce
il silenzio della sera
ma se solo la tua bocca fosse fisarmonica
emetteremmo il suono più acuto, la nota
più dolce, talmente forte
da svegliare questo mondo di ladri e impostori
prima di chiuderci nella prossima
cella frigorifera, gridando:
“il silenzio di questi tempi è irresponsabile.”

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