Elena Cappai Bonanni – Poesie

M’hai detto e so
dei tuoi martiri
l’intermittenza –

il rito asettico,
la cosmesi e il resto.
M’hai lasciato

la malattia come
dato certo, calcolato:
è gesto – riproducibile –
una lisca che s’infila nel sesso.

“Ti verranno a prendere,
adesso guarda – bene –
sotto ad ogni segno
il muschio, le vene”.

Mi spoglio sempre
piano – trattengo
il battito – faccio
in modo d’aver
di fianco – lo spazio
per il sipario.

M’hai dato
la nascita-impresa:
ripresa, reiterata,
riconducibile
alla scena.

Le zone d’ombra
innocue
le ornamentali e poche
figure astanti;
la croce.

Non penso
che ai bordi
del maggio
in cui finivi
non risorta
fatta sputo
materia.

Prendo spunto
dai giorni
– mentivi? –
applico il prezzo
del canto, alla lingua
il lento drenaggio.

Ritratto.

Non so più
la sfilza delle cose
così come cade
dal petto, non cerco
più case né assedio

e resto adiacente
la luce; la scorro
così come scuote
da tempo il fiato
lo spago.

Non tengo più
la mano sul fuoco;
ho già speso
dell’uso i sintomi,
appreso lo schema.

Non sento – le ossa
trema – la folla.

La prognosi è
generica, riservata
ai fonici – tu smetti
la voce, il capitolo:
la morte è reato
grave e diffuso.

Ho chiuso
spostando il braccio
una serie di strade
e fatica – tanta – e il latrato

rimane una spinta
dinastica – è magra
la scritta – la figlia rimasta
e mastica – mastica – mastica.

*

Falangi

Mi chiedo da quanto
son sveglia, profeta:
se da prima – nel furto
potessi rovistare,
pronunciarmi – o dopo (dopo!)
lo sbaglio medico, urlato,
ossia una volta gettate
le armi, levate le ancore,
spostate le anche: adesso,
nel dirmi – che gli angeli

ci guardano stolti, apprensivi,
come interdetti,
come insetti stipati
nel buco del soffitto – totali,
mai più vivi: noi sotto
allacciati, appesi e irregolari;
siamo così storti
siamo così storti
e lucidi, ci dicono
dispersi.

E non sono le tue mani
non è solo il tuo sesso
è qualcosa che continua
a rompersi e risorgere
sul mio braccio destro.

Sfrigola! Senti:
una lisca nautica una scia
povera di luce – risibile –
tachicardia approssimativa
e irreversibile.
Fammi smettere
di scrivere; altrimenti

le mosche e le moschee
i sampietrini accesi
nei cieli inferociti
le tue fauci la ritmica
disseminata o scelta
il letto aperto in due emisferi
che fagocita strati millenni
che fagocitano vertebre
che versano in stati d’incipiente
abbadono, malanni
e lingue miste; e sono
le quattro
e (i) venti.

Rimpiangere i punti
cardinali – “leccateci adesso,
cardinali! Legateci in mezzo
alle vostre luride messe
maniacali”; venisse il tempo
a farsi scherno di noi:
ri–piangere i vortici
le ali; lo spazio
avanza, collassa,
ruota, ora
s’inverte –

Tu!
ti diverti?
pastore – TAGLIO
asceta – LIVIDO: diventi
pasto e dizione, e
la tosse
la tosse
la tosse su sfondo bianco;
design d’interni;
incastri;
incauti risorgimenti.

Ci muoviamo lenti
giacché muoversi (così)
abbatte le schiere
degli angeli
schiude le cosce
inneggia alla sorte
butta a riva
i superstiti.

*

Farmacia degli incurabili

Gl’incubi fanno i denti
gialli, le ossa s’incrinano
da sole, “è l’attrito”:
dicono si sia spalancato
ieri l’ordigno; ma oggi
i vicoli restano asciutti,
torvi, male illuminati –
e mentre torni incerta
in cerca di buie apparizioni
tra i palazzi in carne,
le strade in salita
– sbatti,
non trovi l’uscita.

Sbattiti!

È igienico spostarsi!
Fuma – consuma – conduci
una vita intera, una linea retta
a passi piccoli – spietati;
è la prassi: una ferita va coperta,
su tutti i lati. Eccoli.

Gl’incubi fanno i poeti
longilinei come specchi.
Non ci siamo spenti,
seppur stipati in sacchi neri
e raccolti in fretta: ci siamo
incendiati a festa
in pieno giorno e sparsi
attorno – una coltre preme
sulle nostre arterie,
una scossa elettrica
si trascina insonne

Ma il sangue è secco!
non cola, non morde:
è secco!

È il secolo del fare,
è il secolo dell’innesto,
della plastica blu
che soppianta il mare.

Ecco, più forte,
scoppiare una luce.
Non più una,
molteplice – dice:
“hai da accendere?”

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