Andrea Donaera – Inediti

Pomeriggio

Non risali, non discendi, ma almeno,
superati, sul nascere, i tuoi orfismi e lirismi
rimani conseguenza scontata in superficie
[tenti qualche accesso a paragoni crudi
(o quantomeno duri, se non altro efficaci:
sei ora ombra senza corpo e impronte senza passi,
sei ingombrante, sei gracile, galleggi nelle prassi):
ti è la cosa più facile] –
{adesso sei poco: un brodo: freddato da ore
[è così che ti senti (se qualche cosa senti):
diminuisci: hai contezza: non peggiori: non più],
sei poco, sempre meno – ci sei sempre, ma sempre
più concavo e spugnoso, poco, quasi non più –
sincategorematico, aggrappato a un capello
tirato da per sempre: non si volle strappare:
non discendi, rimani, sorridi in automatico
ai commenti indecenti, a ognuno nella bolla
[e così anche vai, giri, le labbra sempre mute,
le orecchie sempre sorde, le vite mai vissute
(l’inventario rimosso: rasoi, balconi, corde:
di nascosto, però: e meno, sempre meno:
non risali, non discendi, ma almeno)]}:
se qualcosa sei lo sei in superficie:
sei solo la tua mano: tocchi la tazza: è fredda,
la scuoti per sentirne lo spazio dentro, il vuoto.

*

Harvest of Sorrow

Al secondo litro e al settimo gol la tua voce roca da bordo campo digrigna specchiata nel doppio malto in mezzo a trentenni tedeschi in festa:

«I tuoi coetanei vivono. E tu invece: non hai soldi: non hai opportunità: ti sveni in una specie di città calda, gialla, pietrosa, barocca, sporticata e silenziosa che attraversi e smembri come anni fa facesti solo con il cimitero nel luogo più odiato che ti è più vero: in pace tra la pace di quelle umane ossa risorgiture: tra un padre, nonni, “Una prece”, “Una prece”: sei un patetico senza però pathos: tutto èpos, niente télos: invidi a denti stretti e maledici tutta quanta la tua generazione: per come è falsa, per come è cresciuta»;

un’insegna rosa, un bancone sporco, birra strana di marca sconosciuta, un tramezzino, un mi minore in testa, non puoi altro anche se vorresti ancora, ti distrai col solito enumerare: naufragi, amarezze, muraglie, cocci, bottiglie specialmente – al bar di Mario che lascia un attimo lo strofinaccio, ti si avvicina, prende il cellulare, ti mostra le foto delle due figlie: tu riesci a sorridere senza urlare, «Sono proprio belle», «Lo so. Dai, senti, insisto, questa ultima te la offro io», «Dai, grazie», dici, e pensi “[…]”.

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