Marius Ghencea – Cinque poesie

Reame d’infanzia


Le oche guardiane e il granìto
s’avvicineranno a me
per far più bella questa mia notte.
Poserò il busto sotto l’albero di noce
a tenere in numero le vacche; arriveranno in fila
al crepuscolo con corna belle e mammelle turgide
e muggiranno vedendomi impietrito,
s’avvicineranno a me
per scaldare gli occhi freddi del pianto.
Sarà mutata la notte e diversa
con le nuove stagioni; non sentirò più gli odori.
Né delle guardiane oche.
Né delle vecchie mucche.

*

Biondino di mare

Cerco biondino di mare
per unirmi con lui
trasparente in isola
o continente sereno,
che abbia pressappoco
vispo lo sguardo,
sia abile nuotatore
di altimetrie affondate
in acque bisbetiche.

Cerco biondino di mare
di animo nobile,
per essenza senza parlare,
solo toccandomi diventi rapimento
prismatico su sinuose maree limpide,
sia Ludwig II di Baviera,
sia estraneo dietro la
finestra verticale
o aquilone obliquo,
io cerco nel mio oblio,
cerco un biondino di mare
pallido e forzuto.

*

A Loris

Una serata di mormorii
mi sorprese tra le parole auliche
dei tuoi volti tristi e leggere
foglie spinte dal vento nei
saggi insegnamenti del vivere:
ché il poeta si sacrifica per sacrificare,
giunge lì nell’ignoto
d’un passo per guardare
e già sfugge sangue nelle vene,
già perso per strada il canto dei pettirossi.

– Bruscamente salta in occhio inerme
verso un popolo che non l’ha mai guardato –

Scisso tra anima e palato non sente
che solo, ansante stilla sudore
da due palpebre dorate, e ritornato
ai mormorii d’una lampada
lascia strisciare alfabeto su carta:

il suo destino nel palmo conchiudere.

*

Al suo volto sbandano lillà

Al suo volto sbandano lillà,
stira la cimosa il busto al suo spettro
ché l’intimità della parola è segnata,
smidollata da sette specchi rotti: il vetro
di luce s’accende al fulcro del velluto.
«Troppo cibo genera digiuno» all’assenza del tuo sguardo
del modello deforme delle tue curve.

Le ossa spuntano in bulbi sugli anni
delle tue mani così lavorate:
«digerisce durissimo ferro» la mia lingua
e questa lancia proibita nella città degli affanni
che imputridì l’aroma della rosa
all’assenza del suo sguardo esangue.
Ora la crepa rimane sul busto, al suo volto lillà.

*

Sospiro di Firenze

Non t’abbagliar di luce fosca, «poco importa
dove va nel tempo diviso» l’amor tuo
con le spalle d’argento.

Non affaticare lo sguardo remoto per cercare
quelle chiese vuote e lascia all’istinto
impantanare il suo frumento.

Voce che squilla il sospiro di Firenze e vaga
per le lacrime di questa città dove spaiato
il morso si volta:

Breve apparirà la rugiada sul palmo
d’un senso che soffre un nodo lento.
Cammina ragazza, forte, per un passo lieve.

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