Victor Attilio Campagna – Poesie da “Nel suo nome”

Di soppiatto

Ecco, l’ho fatto ancora, ci sto pensando,
mi trapana il cervello quest’angolo-fumo
la mia ennesima sigaretta;
faccio specie agli umani, faccio schifo,
mi sento in colpa dell’esistenza stessa
come mi avessero impiantato il chip del peccato,
o avessi firmato un documento scritto
dove è testimoniato l’errore della vita.
Il tempo qua è una tragedia.

Nella mia stanza c’è un piromane:
se ne sta sulla soglia, pigia l’interruttore
ininterrottamente, fa su e giù, insieme alla luce,
a un ritmo stereotipato.
Fermo, gli occhi vacui puntati
alla lampada; ghignava ogni volta che
vedeva l’elettricità infilarsi nella retina;
per poco scompariva il suo volto,
al buio, insieme il ghigno.

Tempo di recupero, rimedio all’abitudine della dopamina. 
Eccomi qua, penso sempre
alle stesse cose, delle volte mi sale quell’ansia
demenziale, dove ritengo che qualsiasi cosa
abbia in sé un errore fondamentale, l’errore della morte
mancata. «La soluzione sta lì, nell’elettricità», mi dico;
vorrei prendere una sedia e scegliere il momento giusto,
staccare la lampadina – tanto mica se ne accorge,
il pirla – e poggiare il dito dove passa la corrente;


morirei di soppiatto, non avrei più da convivere
col tremore dell’angoscia,
col senso di colpa,
colpa d’esistere, non essere capace
di gestirne la tensione naturale.
Altrimenti uccidetemi,
per favore, uccidetemi.
Perché sono un codardo,
inetto a tal punto
da non riuscire a uccidermi da me.
Un peso inerte. Una morte esponenziale.

I

Il tempo non scende a patti con gli sconosciuti:
tiene con sé le schede identificative, le sfoglia
divertito, leccandosi una a una le dita, perfido.
«Ci sono 4 vetri in cima al cortile», mi dicevano,
io guardavo col volto scolpito in un tronco
alle serenate il pomeriggio di novembre che ridavano
alcova ai monili autunnali, quelli sepolti nelle mantelle
dei rivenditori di monete scadute, passate a miglior
vita nei vicoli scuri del monte dei pegni.
Non ci sono deviazioni di misura, il tempio
dei collettivi, martirio di un mondo che non sente,
invita il foglio di via ad andarsene in una cantina
sconsacrata, dove mantidi moscerini vermi
coltivano una passione inconsolabile per la frutta,
le verdure, i coltelli piantati nel pudore.

II

Ora, sono rinchiuso in questo monile di pietra,
con una certa paura del buio, inquadrato
nelle manifestazioni indigenti dell’invidia
presso terzi, leggo manualetti del perdono
guardando a tratti il loro costato di un dorato spinto,
quei colori preziosi, li vedono da Lambrate;
io non ho imparato nulla del tono in questa
stanza ammuffita, pareti spesse, dilavate,
non riesco a identificare lo spazio: è buio,
il cellulare diventa prezioso in questi casi,
il monte ore che devo attendere, due,
pare insopportabile, invalicabile, insondabile.

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