Paolo Pitorri – Inediti da “Abbiamo discusso dell’aldilà”

Per pelle abbiamo uno scudo di piombo.
Nessuno pose affetto nel nostro petto
e miseramente ti domandi: chi sei.
Non altro è la nostra lingua
se non lo sminuire della tenera età
che più nera del destino, matura
nell’annientamento. Il nostro credo prega:
“la vita va tolta come un paio di pantaloni”
e non c’è che un fondale dove spogliarsi;
dove scaricare con mano fredda i se
e se stessi, accecati dai lampi, sorridendo
maligni. Conosciamo bene il pallore
dei miracolati: correvano cercando
luce certa, illunando negli occhi la pace.
Ecco la notte e la maggiore:
ci mirano, ci mutano (magari fossimo lupi)
e senza coraggio chiediamo, ai nostri
stentati cieli, l’ultima bianca carezza.
E mai permetteremo di distruggere
Il già estinto. La nostra consolazione
va difesa dal muschio di madri fetenti,
da chi non crede all’ultima confessione
dell’ultima certezza del mondo:
che sia per mano nostro oppure no.

*

Parte del nostro naufragio parte
con ginocchia lesse e rifugiate nei denti.
Con il taglio del riflesso trasversale
della soglia resinata del mare;
le braccia confuse e accartocciate
molli, fluttuano su aria e acqua tiepida;
ondeggiano la lastra sottile del mondo
frangia contrastata di ossigeno e morte
che simile a una trasparenza, suscita una
Separazione: una e una sola meraviglia:
il patire dell’unico arrivo – il perire altrove.

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