Danilo Luigi Fusco – Poesie

– I –

Al sentirsi così infimo e infernale
brutto pure se allitterazione
nobiliterà aggettivo e suono.
Esercitando sprono il meritarti accanto.
Hai ragione dietro temperamento
e gesto compresi i gesti altrui –
regolo la condotta come individui tutti
ti siano gemelli al parto mentalista.
Anch’io riflesso vedo impronte innamorate
– niente vanità, Narciso contro al viso.
Ammiro in specchio te al mimo dispettoso.
Entri da incesto tanto m’appartieni
come famiglia o biro rubata alla catena –
si pensa collettivo e giusto l’aiuto e il furto
ché bisognosi di vederci meno bruti
sicuri accarezziamo onnivori adottati,
ai sensi gli animali ci annusano i pensieri.
S’inganna pure la natura abile all’olfatto,
il verso sotto retoriche sonore sembra alto
entro sillaba di bellezza e bontà divisa –
eppure siamo iato e dieresi
talvolta funzionanti
soltanto per furbate al settenario in conta.

– II –

Quella sera ti diedi un anello in sposa.
Dettata metrica sugli archi e le travi – di’ oche
cigni usignoli, in armi compro gli spartiti abili:
batte il tanto allitterare a dire «Segui, la tua Mu-
-sa animale abita i sottoletti degli stoici amanti».
Niente letture servono perché mani dirigono
retoriche provate sopra architetti antichi e casalinghi.
Quando santificai le dita nude soltanto una sera
durerà la promessa della vita a giurare eterna
e mediocrità d’argento fascia alto dito e pietra.
Il tempo delle verdi aurore: chi ancora stilla vergogna
dimentica il divorzio dal primo bacio.
Ma costumate per più pesante anulare
vischiose vene sperano liti
e la guerra pesante e aspra –
raccontano tutte liete alle ferite aperte
la moda dei re a conquistare terra
salubri e a gladio muti.
Antesangue uso volerti in Chiese di pietà.
Conoscerti è stato vincere a Tebe vincitrice –
possiedo oramai battito cadmeo a saperti accanto.
Allora bisogna aspettare-sperare forbiti d’azione
insieme siamo verbi di etimo fratelli
finché altri allo sguardo di noi chiusi a conversare
vedranno atti-trimetri-didascalie-cesure a dubitare
questi pensieri e sospiri reali: tu con me letta
inumana. Il mondo si giustica di scarso umore
guardandoci alla calunnia lieta
«Siete nullo concreto».
Chetate i cani. Noi ci oltre modo amammo
perché così fummo scritti.

– III –

Anche l’amore farei con le tue dita.
Nei timpani i gemiti germogliano
come edera ancorata ai tronchi.
Trema il parossismo al finale bacio.
Percorre l’alta salita la bianca schiera,
infine lo sterno come fluviale letto.
Intingo le dita negli occhi
tuoi cocci bronzei
da salsedine predati.
Sul terremotato petto s’increspa
lo strato di liquida pelle
e le macchie s’assorbono in cotone
ché fa solletico lo sperma
sceso per costato.
Pulito il bagnato si lancia
a terra la rossa tunica
ora più rubiconda a tratti.
Alea asciuga la moda del tessuto –
si prova la vita nel fecondo straccio.
Sulla trama armata di umida psiche
riconosco di te il tuo volto. Nitido
come il Cristo da Veronica velato.

– IV –

Presi posto in locanda pranzando spazi soli
m’apparve carne cruda a comunione leggera e sazia:
ecco condita in mantica e limoni
masticando piano al sepolcreto della bocca.
Fuori il vento disturbava
la vergogna borghese alle finestre.
In stomaco cadeva digestione delfica
che tutto assapora ché somiglia alle parole
placide di uomini estasiati a museologie inutili.
Allora per editto nasceva crociata bassa o insulti:
rabbia contro popolo poi urla sopra crani rotti –
andò l’usanza a temprare le guerre figlie a Pirro
rubando la mancia ritiravo i piedi
dentro navate callide.
Lì sudore sulle quarte coperte di volumi
stipati dietro panche aromatizzate alla speranza.
Inchinai la mano alla curiosità di massa e coro
quando toccai due tessere a mosaico
a sapere che gravità di passo
non leviga il marmo ombrato sotto altare.
Altro posto è di pavimentato ruvido –
gli inni ebraici giocano sopra tappeti morbidi e fedeli
anche i bimbi cantano liturgie a stampe con figure.
Fuori il mendicante chiese offerte
ai sinonimi latini «Ti consegno al cambio
il regno delle braci». Accettato
ma soltanto il corpo avevo per obolo carbone.
Mi prese il dito e assaporata pelle decretò cenere
per carne. «Fuliggine è sempre buono tempo
per vivi e per i legni sopra ferite di rimorsi
buttati a morte». Diverso non porto più guerre,
ora ricompensa viene:
felice l’ortodossia mi fa l’amore eterno.

– V –

Ma sai tua sorella è morta?
dopo tutto era necessaria
la colta del tabacco?
«Bisognava andare
alla cerca delle prugne».
Quando è venuta morte
la selce graminacea disse il padre
alla prole resta in corteccia e basta.
L’aratro s’addestra.
Toccava al seme più pregiato –
sine cura e sprecasi terra.
Benedire la parentela contadina al rito
è priorità salutata dal grano risparmiato.
Buona donna sta al feretro degli andati
quanti salvati ché distanza era troppa
dalla cura cittadina. La mano non era buona
più per le siringhe – è l’ingegno dei ricordi.
Conto maggiore giovinezza
pure verso quel capriccio di neonato.
Un nipote ride coi suonatori della banda.
Da fondo viale lento
non vidi giungere
un postino improvvisato:
bimbo consegna condoglianze
alla maratona della nonna
assente era la morta amica
quando costretta alla zoppia supina.
Spiato il ritorno ammiravo infanzia d’apatia
– l’ho visto passeggiare nel bosco
occhi pinti in bianco di giocosità paurosa.
Qui un dio doveva bandire
le memorie mai provate.
Senza inchiostro muovono tasti
alla rossa battitura
i romanzi degli eventi rubati in giro
come ombra improvvisa
assale verticale sopra muro
così scalata appare crollo
la matrice intera in capo.
Vissuto il funerale nel tuo ricordo
abito le esequie al veloce vizio
e mi scrivo testamenti come cartigli facili
dentro cioccolata dolce.
Giunge il sette di numero leggero
ché sulle dita di carta fresca e timbro
a mente già la bozza prossima e futura.
Congedando il notaio all’ennesimo natale
dalla finestra di mezzosecolo pesata
sento nei dettagli dell’ottava nota
il padre piangere nella cripta delle tende.

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