Letizia Di Cagno – Poesie da “Urla la fine che pianta germogli”

Senza che io ci fossi. Aprire la porta,
leggere Pontano, sul pavimento in cotto
il piumone grande blu. Ti avrei visto
scoprire i passi con le briciole
dalla vineria, in centro,
al bacio della sera. Senza che io ci fossi.
Gli occhiali da sole a specchio
delle confidenze verso me, per l’ora
Verona-Venezia. E tutto ciò
che resta: un’extrasistole tra
i tuoi capelli e la fronte.

*

Io di mio sarei nell’aspirapolvere
la domenica mattina, un orario qualsiasi
per ripensare Hundertwasser, portare
fuori il cane. Tappata di un pensiero a rose
e volendo appassire.
E poi ecco, un foglietto in cui mi dici
che mi ami e ha
gli occhi di tuo padre – se lo butto
lo conservo – senza aspettare sul serio
risposta. Perdendo ammaipiù
arrivederci ma di mio sarei
elenchi e carta forno strappata male,
un ceffone/supplica di mio padre.
Grata di un passo al tuo fianco.

*

Se hai fame non è fame
è che ci autorizziamo a morire.
Innaffi i miei capelli e li allunghi
intorno al glicine dell’ex casa: la realtà
mai frigida, ma prive di gratitudine
si rincorrono anche le nostre pareti.
Aiutami ad evadere. Sparecchia
la mia vista di altre viste. Parcheggio
il lungo tir mare-ricordi e potremo
reinventare di pensarci o
uscire nel weekend.

*

foto di Aurora Galbero

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