Adriano Padua – Intervista a cura di G. Galloni

1) Da Le parole cadute (d’If, 2008) fino a Still life (Miraggi, 2017), candidato all’ultima edizione del Montano; ti sei affermato in questo decennio come una delle presenze più originali della nuova poesia italiana. Una voce, la tua, capace di mutuare le influenze sperimentali per raggiungere una personalissima espressione lirica. Qual è stato il tuo percorso?

Si ok ma prima devo fare una premessa. Io non so rispondere bene alle domande. Posso farti un discorso di mia iniziativa passando ore a parlare, a interloquire, ma quando il dialogo comincia con una domanda io mi blocco. È stato un mio problema ai tempi della scuola e dell’università, per ovvi motivi, esami e interrogazioni erano composti solo da domande. Agli esami di maturità sbagliai anche la domanda a piacere. Scelsi Fichte, ma non sapevo quasi nulla di Fichte, non mi interessavano gli esami, volevo andare all’università, avevo fretta.
Tenterò di aggirare questo problema strutturale grazie al fatto che questa intervista avviene in forma scritta, cosa che senz’altro mi viene incontro. Ho meno problemi a rispondere alle domande scrivendo, mi viene più agevole.
Ecco, fatta questa premessa, ci tengo a precisare che non è per questo che non concedo interviste, ma perché non me le chiedono mai. Se me le chiedessero sarei comunque restio a concederle, forse. Qual era la domanda? Ah si, cerco di essere sintetico, più che un percorso direi che è stata finora una convergenza, la ricerca di un equilibrio tra lirica e ricerca, tra comunicazione e sperimentazione, convinto che la poesia, la mia, debba utilizzare il maggior numero di strumenti possibili, sia nell’ambito dell’opera complessiva, che in quello della singola opera. Amo la rielaborazione del senso e dei materiali nella ricerca di poesia, così come la rielaborazione di forme metriche in chiave contemporanea; amo meno l’estremismo lirico, ma non nego che la lirica sia una delle pietre angolari dell’edificio poetico. Questa però a mio avviso va contaminata con altri elementi quando si sceglie di praticarla di questi tempi, altrimenti mi risulta reazionaria. Nel mio lavoro comunque tendo sicuramente alla contaminazione dei diversi linguaggi della poesia, anche se ogni singola opera ha una sua tendenza precisa: Still life ad esempio è stato concepito per avere anche un esito orale, cosa che non è possibile dire di Alfabeto provvisorio delle cose o di Le parole cadute.

2) Questa è una domanda che, di rito, faccio a ogni intervistato. Uccidere i propri maestri. Sei d’accordo con quest’affermazione?

Prima bisogna imparare da loro, dai padri, solo dopo si può pensare di ucciderli, se non sono già morti. Ma si può considerare un proprio maestro soltanto chi a sua volta ti ha riconosciuto come allievo, altrimenti si tratta solo di modelli ed epigoni, non di allievi e maestri. Vedo, tra le generazioni, tanta dialettica del primo tipo, poca del secondo.

3) E i tuoi rapporti – anche critici, polemici – con la tua generazione? E con le passate?

Io vado avanti per conflitti, per me le relazioni sono conflittuali, è l’unica dialettica che riesco a mettere in pratica. Forse è un limite ma il conflitto, la polemica, sono fondamentali, sono loro che fanno andare avanti il discorso, che provocano un progresso o uno scarto laterale. Soffro l’approvazione entusiasta e collettiva, preferisco mettere in evidenza le criticità, le contraddizioni.
Ho imparato molto dalla generazione precedente, ma sempre ponendomi come antagonista, in chiave critica, mai compiacendo, né autocompiacendomi. Mi piacerebbe una presenza più incisiva della critica letteraria. Esiste di questi tempi un ipocrita buonismo critico, nella mia generazione ma anche in quella appena precedente. La maggior parte dei critici oggi, anche quelli più in vista, evita la stroncatura, la segnalazione di quello che non va bene. A questa preferisce l’indifferenza nei confronti di un autore che non è gradito. Se la media della produzione è scaduta di livello lo dobbiamo anche a questo. La stroncatura ha un fortissimo valore etico. Oggi chi scrive cose inutili lo fa senza problemi, non verrà stroncato. Con i poeti della mia generazione ho avuto, a parte le dovute e singolari eccezioni, un rapporto abbastanza tragico. Mi va meglio con quella successiva alla mia, devo constatare.

4) Qual è il rapporto tra la tua poesia e la musica? Te lo domando perché, leggendoti, è inevitabile pensare a un’influenza della terza arte: vuoi per il ritmo, per la cadenza, l’utilizzo della metrica.

Per me, come scrive il musicologo La Via, poesia e musica sono sorelle gemelle. I fonemi sono note suonate con la voce, o con la lettura silenziosa, nella quale comunque accenniamo, inevitabilmente e per istinto, i movimenti della fonazione. Ogni testo è una partitura, che può essere anche volutamente antiritmica, antimetrica, in negativo. Ma lo è. Non parlo dell’oralità, ma della poesia in generale, ne ho scritta parecchia che non ha esiti sonori, ma se non importa dove cade un accento, dove e perché si va a capo, credo sia meglio usare la prosa, non hai motivo per scrivere poesie. Per andare a capo ci vuole un sacrosanto motivo, altrimenti meglio continuare sulla stessa riga, finché il foglio te lo permette.

5) Progetti in corso e futuri?

La mia attitudine alla scrittura non è costante e non è progettuale. Scrivo poco e concentro tutto in poche settimane. Vorrei scrivere un libro per mia figlia Anna Micol, che ora ha dieci mesi, ma non credo possa esserne effettivamente capace perché tendo a tenere fuori per attitudine, in fase di scrittura, la mia emotività e la mia vita. E in questo caso sarebbe impossibile. Non sopporto chi parla sempre della propria interiorità e della propria biografia in poesia. Mi respinge. Ritengo nociva l’abusata operazione di ritrarre in versi il proprio ombelico. Ovviamente ci sono autori la cui storia o biografia ha un valore universale e solo in questo caso ha un senso farne letteratura. Ora ti saluto perché parlare di me è una cosa che mi interessa poco, e in questa sede l’ho già fatto troppo.

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