Alessio Paiano – “A!” (Inedito)

Sinossi

Conosci la parola infiocchettata
tra ghirigori di muri e limoni;
è tempo di strappare il sillabario

Risveglio

I.

… inizio
è regredire la mente alla stasi del bruco
gettare FUORI il mondo-palla-sputo
andare OLTRE la memoria-dolore
senza un dove
senza un dove

in principio era un punto (·)
e in miliardi di millenni di silenzio
la lingua la disse x
e la prima parola fu l’ingorgo muto della gola

II.

un giardino gelato era la lingua
le parole nel ghiaccio non dicevano
giaceva l’amore era ghianda pallida
riflesso nel vetro dell’occhio

poi da un momento di NULLA
a ondeggiare la lingua con la punta
e il silenzio in gocce piano scioglieva,
un vento oscillava i cristalli,
d’un solletico la vita un poco s’illudeva

III.

ed ecco la lingua andare andare
e le cose tutte si riconobbero FORME
di tessuti che tenevano la materia
le piante sfiancavano nella terra
strette le radici s’aprivano

e lo squarcio! nel cuore della terra
e poi FUORI gemme smeraldine sfogliarono
in costellazioni di chiome e carbone e acqua
in ossigeno scendere nella BOCCA
e giù fino ai polmoni-radici
s’incamera il soffio che spinto è dal diaframma
e torna su ESCE un suono che dice,
per primo dice A! e qui inizia

IV.

E via a dire qualche cosa
gli occhi roteando impazziti tra curve sfocate
e rintanato di rabbia
scava il terreno e graffia coi denti
la lastra di silenzio

e il gelo ch’è male nel cranio
si fa discesa di fiume rosso tra i denti
e il muro in bocca si fa risveglio di morti
non più calce bianca,
non più silenzio

V.

Poi a contare in uno spasmo
le falangi accese di fantasia

e fu la traccia del suono quest’onda
che la lingua ancora disse A!
e stupore e male
facevano la vita

VI.

E le dita fili di rame
contavano tutti gli inverni:
ogni dieci tornava a zero

la creazione fu il roteare stanco del polsi
il tocco degl’indici che capiva il calore
e un fuoco prese a bruciare le braccia,
percorse gli òmeri come una bestia,
gli salì le spalle posandosi sul collo

un nome dimenticato giunse all’orecchio
e lui si sentì chiamare

VII.

Ora le gambe si sradicano
e fanno i passi che percuotono
dilatano in crepe la massa di terra
e a ogni passo i popoli si riconoscono
seguono l’orma del mostro

hanno visto l’effige alla riva del fiume,
col dito qualcuno ha indicato il punto,
ha poggiato la prima parola:
la grande torre fu eretta in un giorno

Parlava del mostro e lo dissero re,
e palmizi e archi e mura dorate
seguivano la traccia dell’acqua

Le notti vagava strisciando i piedi:
gli occhi dei figli ficcati nei muri
lo dicevano pazzo e piangevano

quella notte tornò nudo di terra,
e sangue e spuma dalle palpebre
riempivano il nero vuoto del cranio

VIII.

e tutti i suoni ancora andare FUORI
dal mondo che s’è articolato
rimani in un loculo di nulla
ad aspettare la traccia più muta

tutte le cose che t’appaiono
sono carcasse di tempo andato
e t’indicano con l’indice che trema
l’incavo duro tra gli occhi

ancora t’hanno mostrato il punto
e da una convergenza di ciglia
fasci stralunati di luce
ti rovesciavano gli occhi

tu rimanevi in un pallore stanco
e tutta la vita usciva in un lampo

IX.

Così accade in uno dei tanti giorni
un tale comincia ad articolare
e disfa le trame di cui le cose
si rivestono, sfocati bagliori
nelle strade dalla sera illuminate

Si ritrova centro di rotazioni
e le auto intorno ronzano
e dalle luci si ricompone
un volto che lo filano i fumi

X.

Ogni notte lui lasciava cadere
la testa arrovesciata sullo zero:
le morte parole si mutavano in volti
e suoni e ponti, città circumnavigate
com’una peste dovuta,
e dall’alto si vide nel nulla-corpicino,
un punto di costellazione che si sfuma
e FUORI FUORI FUORI

reimparare vorrebbe la voce
a vibrare nelle feste dell’amore
ma qui tutto si chiama e si distrugge

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