Orazio – Odi. Traduzioni di Eleonora Rimolo

Ode I, 23

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silua metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus folliis, seu virides rubum
dimovere lacertae,
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo, frangere persequor:
tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

*

Sfuggi a me, Cloe, come una cerbiatta
che cerca tra i monti inesplorati
la madre codarda non priva anche tu
di timore per i venti e per la foresta.

Quando l’arrivo della primavera scuote
di brividi le foglie mutevoli, o quando le verdi
lucertole si fanno largo tra gli arbusti, Cloe
trema, infatti, col cuore e con le ginocchia.

Certo io non ti inseguo come tigre
crudele, come leone africano, per
ucciderti: quindi ora lascia per sempre
la madre – sei matura, unisciti all’uomo.

*

Ode I, 9

Vides ut alta stet nive candidum
soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.

Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum sabina,
o Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantis, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras fuge quaerere, et
quem fors dierum cumque dabit, lucro
adpone, nec dulcis amores
sperne puer neque tu choreas,

donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora;

nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.

*

Guarda come il Soratte si solleva
candido di neve, come non reggono
il peso i boschi sfiancati e per il gelo
acuto i ruscelli si sono irrigiditi.

Sciogli il freddo mettendo tanta legna
sul fuoco e generoso più del solito versa
il vino, Taliarco, puro, di quattro anni
dall’anfora sabina a due anse.

Le altre preoccupazioni lasciale agli dei,
ché non appena essi hanno placato
i venti abbattuti sul mare schiumante,
né i cipressi né i vecchi frassini scuotono più.

Quale che sia il futuro domani, fuggi
dal chiedertelo e qualunque altro giorno
il destino ti concederà, ponilo tra i guadagni
e non disprezzare i dolci amori, ragazzo, né le danze,

finchè è lontana da te ora giovane
la vecchiaia lacrimosa. Ora Il Campo Marzio,
le piazze e i sussurri bisbigliati di notte
si ripetano all’ora concordata

ora il riso amaro che da un angolo celato
svela la ragazza nascosta torni
e il pegno strappato dalle braccia
o dal dito che finge di resistere.

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