Iuri Lombardi – Poesie

Terra e ancora terra


Non senti l’aria sottile, gli esterni non familiari,
la terra e ancora terra tra i recinti dei giardini;
dei roseti nella serra – discepoli tutelari;
nel giorno buio o cortile di venti ignari e marini.
Nell’oceanico migrare di strani gabbiani bianchi
che agli occhi scippano il verde, quasi umido e felice,
non ti viene di cantare? Gli accordi sono stonati,
prove di versi vocali, di remore infelice.
Non vedi più le maggesi le nebbie morire al sole
d’un tratto rapido accesi un marzo tardo di viole.

*

Un’estate sbagliata


Dicevi sempre: l’estate è dei poveri,
è loro trovare il pane facile;
dissetarsi alla fonte prossima,
vestire di stracci d’un rapido
gesto stanco ma eterno nei giorni,
come i portantini conoscono
lo scompiglio dell’odore della morte;
da becchini seppelliscono paure,
le spoglie già prove d’ogni vissuto.
Siamo stati poveri anche noi:
a scippare un melo perso
le cui foglie bagnate di sole
germogliavano vicende presenti;
dalle parti di Ripacandida
lavammo nell’Ofanto i nostri
peccati di incesti e antieroi.
Non ci conoscevamo allora:
la luna si spalancò oltre il possibile.

*

A Giacomo


Non siamo soli ci ha chiamati
per non soffrire di solitudine;
tra calcoli aritmetici,
a forza di colpi matematici;
hanno duplicato persino l’uomo:
il giallo è compiuto, stento la soluzione.
Il padreterno resta un folle
e la mia coscienza non dispone
di un grillo parlante che mi giudica,
mi osserva di spalle, mi scorge
mentre assopito di notte dormo.
La luna resta sempre nel cielo,
i passanti frettolosi si dileguano:
è il fuoco della controversia.
Dunque dove siamo rimasti?
(Il cielo è solcato dai voli
a basso costo, di luglio l’Italia
è una donna, una donnaccia
che si dà sulle strade senza folla).

Ogni legge è fatta per chi la sopporta.
Non poteva stare solo! Chissà dove.

*

Sulla tratta per Pisa


I sindacalisti di destra chiesero
la contemplazione per gli operai
credenti nell’ora pomeridiana dell’angelus;
furono altri ad interrompere i dazi,
sulla tratta ferroviaria o via etere
(chissà dove)

Io stavo con gli altri, a modo mio
e ostentavo il mio essere indigente,
domandavo come saremmo tra trecento
e passa anni se Dio – che non ho mai
conosciuto di persona- ci sarà: si, come?
I ragazzi hanno in corpo la dinamite
e si aggirano lividi nel sole tra i binari
morti poco prima di un dopo prossimo.
A me l’ora dell’angelus mi è ignota
al calar della sera, tra gli scampoli
dell’ultima vicenda, caduta in me
è ogni religione, non più tempo, non più
politica passione, lezzo di stracci
sullo scalino dell’ultima littorina.
(a San Rossore i villeggianti dimenticano la storia,
sulle spiagge, alla foce del Serchio,
dell’Arno poco dopo, è come se ci fosse un tunnel,
un buco nero immemore).
La campana suona nel labirinto dei palazzi,
dei condomini imbavagliati ai balconi dalle tende
a giorno, ed è già quasi sera, forse l’inizio
di un altro assolato, accecante periodo.
Non sono cattolico! Non lo sono mai stato.
Indigente ad ogni predicazione possibile,
e dimentico nell’ora in cui si eclissa il mondo.

*

I treni di notte


C’è qualcosa di nuovo nell’aria,
a metà gennaio già la sera c’è
un odore di fiori e di erba
-la sera è sempre la mia sera!-
Attonita Parigi spalanca le gambe
della Efeil alla morte improvvisa
da questa parte di mondo non arrivano suoni?-
Il sangue esplode, sporca le ali delle falene
arrivate tardi.
Ad aprile mia madre rammenda i panni
sul filo dell’ultima luce, indossandoli
allo scheletro della sagoma di cartone:
camicie, pantaloni, cappotti; come
se ci fosse un secondo tempo per le cose,
per la vita.
I treni divorano interi comparti di cielo,
la lettiga di Lazzaro ne esce stravolta.
Il distacco si fa atroce:
nessuno ha il coraggio dell’appello
mai in pari con certi evocativi?

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