Matteo Galluzzo – Poesie

Caro Giovanni ti vorrei dire
che ancora continua oggi, incessante,
il risanamento di cui scrivevi.
Non solo alla Vetra ma ora anche
all’Isola, Pasteur, a Lambrate.
Ti chiedevi tu se era questo il modo;
io invece non mi aspetto più nulla
da loro (quelli che buttano giù tutto
e lo rifanno con un nuovo nome)
e solo mi domando dove vanno
le persone di prima. Evaporano,
da un giorno all’altro, con l’aumento
del prezzo e dell’altezza delle case.
Il cambiamento,
dicono che non si possa farne a meno;
ma lo dicono solo quelli a cui conviene.
Gli altri si adeguano o spariscono,
che è poi lo stesso.

**

A questo punto, hai visto,
anche le parole si arrendono.
Spaventano gli spazi vuoti
del discorso; la penna ferma
ai margini del foglio
bianco che acceca l’alfabeto.
Resta il terrore di uno sguardo
gettato oltre i limiti del mondo
e del linguaggio.

**

un tremore senza freddo ci scuote
come il vento entrato nel pioppeto.
E tu pure, fermissima, sotto le coperte,
tremi internamente congiungendo
lo scorrere del sangue ad ogni battito.
È il nuovo anno e nulla è cambiato.
Facciamo ancora i conti con noi stessi
e con l’affitto a fine mese.
Questo tremare è allora il segno
di esistere nel tempo
nello sforzo di esserci, sapendo
che solo ciò che trema resiste.

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