Gianni Marcantoni – Poesie

APPENDI QUESTO NULLA

Appendi questo nulla fin dove sei passato; ti ho riconosciuto e quindi ti ho evitato. Ti ho avuto
e ti ho poi lasciato dov’eri,
nel mezzo delle sponde di un tornado
dove ogni via si perdeva;
ma tu gioivi troppo della mia ingenuità,
della mia morte, sulla quale
avresti voluto posare
un palo di impietose memorie.

Vivo senza ormai temere nessun
assestamento, come un osso
che non ha più peso, al quale è stato
tolto il suo ultimo minerale;
dove le zanzare pungono sugli avanzi di pane,
e i barbecue sui davanzali
sono rimasti passivamente a bruciare.
L’aria si consuma, il cielo formicola
in una nebbia sobria-adiposa,
ma la danza finale non è ancora conclusa,
e cede il lume agli ultimi arrivati senza voce.

Termina la strada in uno scolo
costipato da un vento di tramontana,
macerano le onde nel farro d’avorio,
e la rete si è seccata dentro
alle abrasioni di un petalo,
così tutti noi finalmente espelleremo:
i nostri volti atletici,
i nostri schermi plastici,
i nostri tratti somatici,
i nostri allarmismi apatici,
i (nostri) simboli romantici,
e i lampi sui limoni nei dipinti
staccati dall’argilla della notte.

*

DOVE MEGLIO CREDI

Non basta una gloria nel cielo
a dividere l’uomo, non basta
il nulla di un suono inconfondibile
a soffiare attorno ai focolai
stralunati dal buio.
E queste finestre refrattarie al mondo
che si aprono, fino a congiungere
la umana follia agli stipiti delle transenne.

Ma le palpebre hanno migrato
bene sui vivai, e noi, passo dopo passo
arriveremo – un giorno – ai piedi
di una botola segreta,
che all’apertura ci mostrerà
il grano azzurro dell’altro emisfero nascosto.

Vi saranno costanti luoghi intorno,
piante maschili cresciute
come imbuti-pedane capovolte
nel limo fragoroso della resina,
onde sottili sulla cera
che irrigano la sorgente del giorno dopo.
Prati che si uniscono alle tarme
sulla pregiata creta dei baroni scurrili;
baroni della notte, oscuri padroni sterili
che la vita hanno vestito
con i loro mantelli, e i corpi ringiovaniti
danzano sull’ora che suona da sempre.

Ma troppo poco è il cielo per i nostri occhi
(che vogliono sempre sperare)
e non basta per noi il canto dello spazio
che tuona in un vento ricurvo,
che passa simboleggiando il profilo
di un tronco lasciato
a gocciolare sospeso sulla riva.

Sono solo false apparizioni,
visioni itineranti di illustrazioni
e di scatole deserte,
delle inconfondibili polveri palpitanti,
conversioni alla vita che restano
incompiute, inusuali deposizioni
che accorceranno l’invincibile attesa.
Ed appaiono i lussuosi ornamenti come
scarni capitelli, le leggere luci sono
una gondola ignota che galleggia
sui diametri prosciugati della vita.

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