Chiara De Cillis – Poesie da “Moloch”

1.

Lui non smuoveva la sabbia, smuoveva interi deserti,
mentre Venezia annaspava al salire dei mari atlantici:
ci si chiudeva sbattendo la porta sui cieli d’oriente
e quella neve predetta non rimpolpava i ghiacciai.
Si sollevavano cori per Moloch nei retroscena, coretti
da stadio, ma sottovoce – era del resto musica eletta,
per pochi. La fame rimaneva all’ombra delle insegne
nei fastfood, a intermittenza suonava la luce dei neon
e illuminava le facce agli scarni viandanti della notte.
Più in là, nei palazzi e nelle chiese dei santi, qualcuno
sapeva l’epilogo, qualcuno lo stava scrivendo col sangue:
le nostre teste erano briciole di pane sulla tavola;
a fine pasto non si contavano che le ossa della cena
e quella pancia, piena, ruggiva il terrore del mondo.

*

8.

Dello smidollamento mio
e d’altri passi in fila indù
a tu per tu col baratro, fuga
d’armato calibro in cemento
lamento d’ossicino ligneo
sulla rena scricchiolante
– scricchiolando, io canto
e t’accarezzo con la voce
dell’asceta inginocchiato
innanzi all’albero di Giuda:
ho peccato, ho peccato, ho
infranto il giuramento umano;
a testa bassa avanzo, a passi
alterni e ballerini, eterno assente
nel coraggio, scaglio il supremo
sasso ed è un abbaglio il riflesso
che fa affondando nell’algido
lago della tua bocca, interrotta
parola rifrange rancore, raggio
di primo mio amore, non dire
giammai il nome Poeta, fantasma
piuttosto, io spettro reietto, so
male com’è che si possa provare
a sfidare l’orrore:


sul ramo più alto
fiore rosa d’aprile
sinusoide oscillando
si spezza l’ultimo flauto.

*

*

*

19.


Ora che hanno staccato le linee elettriche,
che il palo del telefono è caduto, segna
con le falangi il codice / digrigna i denti:
manda un segnale semplice, una lettera;
ché pieno di poeti è questo mondo e vati,
con voci troppo grosse – di figurini istrionici
buoni per il trambusto – e il nulla viene dopo.


Ora che i pesci neri affollano gli specchi
d’acqua, gridando solo vuote bolle d’aria,
nostro destino, annunci, è di essere salmoni:
«Non c’è una casa,» tieni a dire «che sia tale»
quand’ecco il fiume insorge e la corrente in via contraria – la si debba attraversare.


Nota:
In risposta alla poesia “Un’altra forma, la stessa onda” di Davide Galipò (Istruzioni alla rivolta) e alle splendide conversazioni con Francesca Gabutti.

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