Massimiliano Marrani – Poesie da “Anche se gli alberi”

Esce l’esagramma, il tuono dentro il lago.


Ti saranno cresciuti i capelli, come qui le foglie
da un giorno all’altro.


Sta cambiando lo sguardo anche al cane e il sangue
da rosso è diventato nero, come la luna nell’urna.


Difficile credere che il poco fosse tutto il viaggio.


Il tuo ritratto di spalle con zaino
nella pioggia sottile, sul porto sfocato.


La valanga del tempo tra il guanto e la mano.
Le microscopiche cene fingendo di parlarti
verso la tenda, oltre le case.

Anche se gli alberi si muovono.
Anche se ti guardo dal tavolo che non c’è.


Alzarsi, far passare anni prima di tornare e alzarsi
senza spiegare nulla alla gente che deludiamo.


Ho lasciato dentro di te le poesie che avrei scritto.
Il cameriere è cambiato, la fontana è rimasta
fedele alla fonte che ci blocca.


Dire, è tutto fermo, come l’albergo.

Gli anni che diventano un devo dimagrire.
Per oggi non accendo il televisore.
Il grande viaggio prima di morire.


Dire, copriti, fuori fa ancora freddo.


Solo nel nostro specchio fu l’estate.


Qualcosa c’è stato, se portano qui le strade.


Non nella bugia profonda dell’arte
ma nella verità delle colline più lontane,
nelle nuvole ignare di quell’istante.


Laggiù dove la barriera flette
e il futuro scorre come un deserto.


La mano disorientata nella tasca.
La lingua nel buio della bocca.


Dimmi che qualcosa c’è stato.


Che qualcosa siamo stati
se le strade portano qui.

*

Se cadrà la pioggia domani.
Se al caseggiato cambieranno numero.


Non è un modo di dire,
il cielo è pieno di pulsanti.


Il mattino dai vetri.
Dai davanzali non si sporge nessuno.


Immobile il liquido nella bottiglia,
la nuvola a picco sulla strada.


Non puoi sapere di domani.
Dov’è quando non lo vedi.
Cos’è, prima che si mostri —


Resti nel nido d’ombra
impagliato dalla lampada.


Un altro mattino a fare il padre,
a guardare il cane, che sotto il tavolo muore.


Il perpetuo fuori sincrono del profumo sul fiore.


Via dagli angoli dove le auto
sembrano apparire e sparire e stringere
il passato che non smette di arrivare.


Dire è qui. Sei sempre stato qui.
Anche se il mattino è trascorso,
e tu chissà dove sei.

*

Abito lo stesso fotogramma
del primo uomo tra gli sbocchi,
farsi largo nel fango sotto casa.


Personale tecnico fuma in fondo alla rotaia,
dove marzo diventa maggio.

Intanto, i cassoni vuoti dei rifiuti.
Frutteti incolti e l’officina col treno
bloccato nel pieno, della sua corsa.


Il golfo caldo che avrei dovuto essere.
Nella cupa Bolzano dai parchi ammantato.

Insieme alle cascate e alle strade,
noi dimenticheremo.


Anche se il terreno continua
sotto il muro che sembra isolarlo.


Anche se le foglie ci nascondono.


Un temporale, guarda — la gioia
questa cosa oscura, che lampi che fa.

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