Diego Riccobene – Poesie

Il ciclo non intatto di albe archetipe:
fantocci eunuchi lumano puttane
e il ganglio di cinabro si protende
a un cirro infradiciandolo di sangue.

Ritorte, le tebaidi schiuse all’occhio
son qui sacrate da novelli sposi
sul debosciato altare ad Asmodeo.
Mi chiedi come vincere quel giogo?

Non grava come ossequio al mal Superno!
Ha in odio il puzzo d’interiora cotte,
la galla incisa sulla squama forte:
innalzala su legno tamarindo.

*

Mai l’ilice si scuote, mai s’incurva,
la lira invece è muta,
si scosta innanzi al rito meridiano;
a malve ed eliotropi preferisce
il ploro etesio che disseta faci
letifere per pruni e chiusi cespi:
bontà ferace d’intercisa sorte,
disgrega il tegumento                  
di mosche opalescenti, già compagne
nell’imo della terra ad allignare.

Ecco, la Trivia chiama all’aspersione        
per seducente spasmo
e mi sprofonda in un estraneo abbaglio:
screziati cencri sgozzano colombe.

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