Antonio Fiori – I poeti del sogno

Lucio Faleno Magno

Celebre in epoca augustea – anche per essere nato e deceduto negli stessi anni dell’Imperatore Augusto, come un predestinato alla gloria – apparteneva a una famiglia patrizia che oggi definiremo liberal, che lo crebbe nel rispetto della natura e delle arti, e nelle gentilezze del convivio e delle humanitas. Poeta delicato, fece un uso molto originale dell’epigramma con ricorrenza tematica della brevitas amoris. Come riferiscono più fonti concordi, raggiunta la maggiore età, iniziò la lodevole usanza di aprire alle principali festività la sua casa agli artisti romani e a quelli che a Roma giungevano in cerca di fama. Vale la pena ricordare la leggenda, giunta fino ai nostri giorni, del suo pranzo di buona fortuna, il 24 giugno, festa di Fors Fortuna, divinità maschile dell’antica Fortuna. Alla fine di tale pranzo musici, poeti e scultori facevano, davanti a tutti gli invitati, pubblica promessa d’un sacrificio e presentavano un loro allievo particolarmente promettente elogiandone le doti e affidandolo al dio. L’evento tramandatoci dimostra, al di là della opinata collocazione a casa di Lucio Faleno, quanto intenso fosse, nella Roma augustea, il legame tra l’arte e il mondo divino e quanto sentito fosse tra i cives il diritto dell’artista al giusto riconoscimento della propria opera. Ma c’è anche un altro evento leggendario nella vita del poeta: uno strano sogno nel quale un vecchio schiavo gli tagliava la strada sibilandogli alcune brevissime frasi in una lingua incomprensibile. Il sogno è stato considerato poco più che una curiosità dagli studiosi e non ve n’è traccia alcuna nei Fragmenta del nostro autore, ma qui, in questa antologia, ha una fondamentale importanza, perché ne scopriremo una misteriosa ripetizione nel corso dei secoli. Purtroppo di Lucio Faleno ci sono rimasti solo pochi frammenti di certa attribuzione e moltissimi, invece, a lui attribuiti post mortem, quasi certamente apocrifi, redatti probabilmente a scopo di lucro da buoni imitatori. 

Fragmenta, II, 12. 

L’otre trabocca alla festa di Fortuna 
– generosa come l’arte più sublime – 
t’inebria e ti fa dolce col suo vino.

Fragmenta, III, 2. 

Il nostro amore folle finirà oggi, 
non appena cesserà il vento.

*

Aldo Domenico Coviello

Aldo Domenico Coviello, di umilissime origini, nasce a Napoli il 4 settembre 1779, in Rione Sanità. Il padre, inumatore di salme nel nuovo cimitero rionale, lo porta spesso a visitare il mondo sotterraneo napoletano, specialmente le catacombe di San Gennaro e San Gaudioso e il già famoso cimitero delle Fontanelle, realizzato all’interno di una cava gigantesca sotto la collina di Materdei. Aldo bambino, anziché impaurirsi, ne rimane ogni volta estasiato e il mondo dei morti diventerà pian piano luogo fondamentale della sua esperienza poetica. Pur non potendo istruirsi regolarmente, impara a leggere e scrivere con l’aiuto degli scrivani che offrivano i loro servizi per strada. Uno di loro in particolare, Paolino Balzano, ne intuisce doti e potenzialità sia per il teatro che per la poesia. Lo segnala dunque a una delle tante compagnie girovaghe dell’epoca per provarlo in scena. Al Balzano il piccolo un giorno racconta di un sogno stranissimo nel quale un cavaliere gli si avvicina ripetendo inchini e riverenze per poi parlargli con parole incomprensibili, delle quali ricorda, al risveglio, solo le ultime due – Kope istanem, pronunciate dal cavaliere con un sorriso beffardo prima di scomparire. Lo scrivano ne rimane molto turbato ma non lo dà a vedere al ragazzo, che presto dimenticherà; Balzano invece, ancora molto scosso, ne riferisce alcuni anni dopo al Vescovo di Napoli in una lettera del 1793. Ha inizio intanto per Aldo Domenico un periodo felice di apprendistato e socializzazione, finché una sera il giovane viene notato da uno dei più famosi commediografi napoletani del ’700, Francesco Cerlone, che farà in modo che gli vengano affidati ruoli più significativi del teatro popolare e burlesco; l’intellettuale ne apprezza subito anche le precoci attitudini poetiche; nel 1799, grazie ai suoi buoni uffici, verranno pubblicate a Napoli, dalle Stamperie di Vincenzo Orsini, le prime poesie di Coviello: Co tutto ch’era vierno, per lo più tragicomiche e visionarie ma certamente molto originali e gradite dal pubblico. La sua produzione cresce pian piano: ’O fantasma ’nnamurato (1804), L’Aldilà che non si crede (1811) ’O sberleffo (1819) Mimmo Capasso figlio ’e nisciuno (1825) con testi principalmente in napoletano ma con la sorprendente introduzione – dal 1811 – anche di poesie in toscano moderno. Aldo Domenico Coviello si sposerà nel 1800 con una affascinante popolana di Portici, Santina Russo, dalla quale avrà tre figli e a cui dedicherà una bellissima poesia nel 1839, poco prima di morire: Assunta, non Santina.

Imprecazioni a Nigella

Te puozze nnammurà de no crodele 
Che te faccia ’nnaterno sospirare, 
E quanta pene haje fatte a mme provare 
Tanta voccune puozz’avé de fele. 

Comm’a na varca che pperze ha le bbele 
Puozze pe ccà e ppe llà sballottolare, 
E le ccarne te pozzano scolare 
Comm’a la Stà de sivo le ccannéle. 

E tanno, o Sgrata, puozz’avé confuorto, 
Quanno tornata ’nté, chiagnenno dice: 
Oh Micco mio, canosco ch’aggio tuorto! 

Tu mme voliste bene, e io schefìce 
T’aggi’ arredutto che staje miezo muorto! 
Ma pentuta già so!… Tornammo Ammice. 

1798 

* A lungo attribuito a Domenico Piccinni (1764 – 1837), questo sonetto è stato recentemente riconosciuto ad Aldo Domenco Coviello, dopo il ritrovamento, nel 2015, di un documento autografo in cui Piccinni ne attribuisce la paternità al più giovane autore (si tratta di una lettera del Piccinni all’amico Salvatore Coppola, datata 6 aprile 1816, nella quale s’afferma: e mai ti dissi che il tal sonetto d’imprecazioni a Nigella invero l’ebbe a scriver Coviello, ’o scugnizzo poeta a Sanità; quanto al silenzio del nostro autore, è spiegabile forse con il regalo del testo al Piccinni, non appena composto, come s’usava talvolta per omaggiare i maestri; poco senso dunque avrebbe avuto la rivendicazione).

’O fantasma ’nnamurato 

Anco di là domenica è festa patronale 
e sol da lunedì si puote lavorare, ma c’è chi 
non vuol cedere e s’ostina a cantare. 

E chi è, domanderete, colui che non s’arrende 
che non sente ragioni e s’aggira dolente? 

Ebbene lui è un fantasma d’eterno innamorato, 
ragazzo che a Posillipo, pensando alla sua amata 
morì subito dopo la prima serenata. 

1803

*

Gherardo Finzio

Il padre di Gherardo Finzio lavorava a La Spezia, all’Arsenale della Marina, la madre, Nadia Salerno, era casalinga. Il poeta nacque il 31 ottobre del 1980 e da ragazzo aveva soltanto la modesta ambizione di fare il mestiere del padre. Si laurea invece a Genova in Architettura e lavora nello studio di Renzo Piano fino alla morte, che lo coglie, a soli trentasei anni, ad Alghero, dove si trovava per un concorso universitario. Finzio esordisce come poeta nei blog letterari, siamo nei primissimi anni duemila. Pubblica in proprio il suo primo libro, Tribolazioni e altre tribolazioni, nel 2004. Viene così notato dalla miglior critica del momento e incoraggiato a proseguire con la scrittura poetica. Arrivano dopo qualche anno le due fondamentali raccolte: Versatile, nel 2008 e Campi minati, nel 2011. Con Gherardo Finzio, siamo di fronte a una poesia sofferta e ragionata, a volte cinica e amara altre volte quasi spiritosa, che ci conquista per l’alternarsi di sentenziosità e dolcezza, oltre che per la nitidezza del ragionamento. Nel suo verso libero c’è sempre un movimento stilistico inatteso, una ricerca continua di nuove espressioni e nuove mete. Ci sentiamo di dire che Finzio lascia un segno importante tra i poeti della sua generazione, una piccola grande lezione sul rapporto tra poesia e contemporaneità, tra Novecento imprescindibile e nuove aperture del verso e dello sguardo. Una piccola casa editrice sardo-romana ha appena pubblicato tutte le sue poesie. Sogna anche Gherardo, naturalmente, e il sogno lo racconta lui stesso nel 2014, nel suo profilo Facebook. Mentre sale su un sentiero di montagna, da solo, gli viene incontro un vecchio boscaiolo; siamo nei pressi d’Asiago e il boscaiolo gli ricorda Mario Rigoni Stern; ma l’uomo, avvicinatosi, lo delude: con fare burbero gli chiede più volte la stessa cosa, ma in una lingua incomprensibile, probabilmente inesistente. Su Facebook gli amici ci scherzano su, e alla fine anche lui. Noi no.

Adolescenza 

Adolescenza, tempo inclemente
sfida impossibile per fragili difese
alle domande risponde col silenzio
o con un fiume di discorsi inconcludenti. 
Età che non ci avverte di morire 
ci consegna innocenti alle tempeste
e prima di lasciarci dolcemente illude
a volte uccide. 

2001

Confondere l’amore con l’amore 

Confondere l’amore con l’amore 
era così facile in città 
ma d’estate, nella casa di campagna 
le cose non restavano a metà. 

2011

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...