Alessandro Moscè – Aspettiamo la mezzanotte

a cura di Giovanna Frene

Lo stipite della porta
l’ho toccato specie da bambino:
quante volte accarezzato
come il corpo di una ragazza
nell’adolescenza furtiva,
nel sonno del desiderio,
in un istante che stringe
la gola e le mani.
La casa nasconde le parole non dette,
un sussurro tra le sedie,
il commuoversi per l’aldilà,
quando il corridoio
aspetta il ritorno
di parole distratte
prima che si faccia sera

*

Un’età mortale
mi assegna l’adolescenza
e sento nelle braccia
la corsa del tempo,
se nego che sono stato
in equilibrio
sul freddo delle panchine,
quando l’autunno
spingeva il nutrimento
di un bacio tremulo.
Ora la mia macchina
procede sulla statale,
guarda il solito incrocio
dove l’ho vista la prima volta:
un disabitato incontro
che nega la maturità
rimasta vapore

*

È una trama lieve la nebbia
che viene dal mare
caduto l’imbrunire
nel sonno,
dispersi tutti nella flottiglia
di lucine mobili.
Ora è notte fonda:
non posso credere
che voltato l’angolo,
allontanata la spiaggia,
l’aria si dissolverà
come polvere da sparo
nel tragitto sui flutti
dell’autostrada

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