“Una storia italiana” | ILPALESECHEAMO

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Gloria Riggio

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a cura di Gloria Riggio

Ad alta voce

n. 7

Il demanio è, in senso generico, l’insieme di tutti i beni inalienabili e imprescrittibili che appartengono a uno Stato. «Come se non ci fosse un demanio» è il verso che, presente nel singolo di lancio “Il mare che i terroni rimpiangono”, potrebbe racchiudere in sineddoche l’ultimo lavoro di Adriano Cataldo, autore dei testi e di gran parte delle musiche dell’ultimo album de ILPALESECHEAMO.

In questo verso l’ironia lepida che scalza la frase fatta e gioca sull’inciampo letterario – più o meno divertito – si manifesta nella misura tipica dell’autore, concedendo aperture inattese. Ma non è questo il caso in cui il ragionamento si possa ridurre al solo testo. È il settembre 2023 quando, dopo l’uscita di due singoli – il già citato “Il mare che i terroni rimpiangono” e “L’imperdonabile” – viene pubblicato il disco “Una storia italiana”, un progetto corale che unisce poesia, electro synth, spoken music e rap con la firma de ILPALESECHEAMO, gruppo nato dalla collaborazione tra i tre artisti trentini Adriano Cataldo, BigHouse e Mattia Nardon.

Questi pochi elementi bastano già a intuire come il discorso si apra, procedendo al di là del testo, a considerazioni sulla stratificazione tematica e di forma o su come le scelte musicali, testuali e di suono varino snodandosi di brano in brano sino a restituire, in un disco di quindici tracce, il tentativo di una narrazione a esergo della storia nazionale. Una cronaca utile a divincolarsi, forse, da certa rassegnazione, a farsi parte della storia in seno all’arte, a sublimare, a tentare di vedere, di fare chiarezza, di raccontare per porzioni la trama di una tela di cui è difficile intercettare l’intero disegno, di concorrere a restituirlo.  

La scelta di un linguaggio artistico ibrido e potenziale come la spoken music unitamente a  un corredo di costanti rimandi letterari, sociologici e filosofici – dalle citazioni demartiniane in testa al videoclip firmato dal talento di Purple Pixel, alle variazioni su tema di versi celeberrimi della produzione cantautorale meridionale o della letteratura – fanno di “Una storia italiana”  un disco dal tratto screziato ed evenemenziale. Il tentativo sembra infatti, quello di fotografare per eventi il vissuto socio-culturale di un popolo e di trarre dall’unione delle traiettorie storico-politiche un’immagine compiuta della contemporaneità: un processo per desunzione.



ILPALESECHEAMO – Il mare che i terroni rimpiangono (Official video)

Directed by: Purple Pixel
Testo e musica: Adriano Cataldo
Musiche, produzione e ingegneria del suono: Big House // BHL Studio // Trento Massive

Si insinua il dubbio, nel corso dell’ascolto del disco, che grande parte della storia nazionale contemporanea non sia ancora percepita come tale, che sia ancora da mettere a fuoco, anche nella sua eredità cultural-sentimentale: “L’imperdonabile” e “Marina di Pisa” sono le due tracce che meglio restituiscono quest’ultima cosa, con sonorità e immagini che in tutto catturano certe fini, certa desolata periferia del bene, certo abusivismo agli argini del cuore – se ancora esiste, in questo quadro, tutta lisa e inappropriata, la parola cuore –  certo abbandono. 



ILPALESECHEAMO – L’imperdonabile (Official Video)

Directed by: Purple Pixel
Testo: Adriano Cataldo
Musica: Mattia Nardon
Musiche, produzione e ingegneria del suono: Big House // BHL Studio // Trento Massive

In un’Italia ancora stancamente schierata su fronti politici provenienti dall’eredità post-bellica del ’46, tra risacche neofasciste e idealizzazioni sessantottine, ciò che è stato dopo – dagli anni ’80 e ’90 al 2000, e da lì per il quarto di secolo successivo – sembra ancora cronaca, se qualcosa sembra: se, cioè, non si poggia in una zona grigia tutta ancora presente, senza confini a consentirne una visione oggettiva, critica, d’analisi. 

In particolare, la narrazione si muove intorno all’arco berlusconiano – di cui si intuisce la centralità già dal nome del gruppo, variazione su tema della celebre frase “Il paese che amo” che segnò l’ascesa in politica di Berlusconi – : la sua traccia sull’educazione – sotterranea e manifesta – di un popolo, la sua eredità ed ereditarietà nonché il dimenarsi di un paese tra slanci produttivi e mafie, tra illeciti e gare d’appalto truccate, tra costanti flussi migratori e accanimenti identitari. Così ciò che è palese e volutamente ignorato, manchevole addirittura di essersi dato in memoria collettiva, diventa il centro dei brani, del racconto di questa “storia italiana”.

Da Leopardi a Pino Daniele, l’unione dei rimandi di riferimento compie il disegno di un panorama fratturato, quasi per restituzione della frammentarietà degli eventi cui fa da sfondo. I protagonisti di questo racconto nazionale sembrano muoversi sulle macerie del proprio tempo denunciando la propria disperazione con il canto, guardando certa propria storia quasi di traverso per raccontarla, riderne, ridicolizzarne o digerirne le storture, le tragedie, il candore di certa nefandezza, intercettando, infine, come si sia accomodata in noi,  se o quanto – più o meno palesemente – abbia finito col (o, peggio, continui a) riguardarci. 


Intervista con l’autore Adriano Cataldo

G.R. Come siete approdati all’idea di un disco e perché questa forma? Quali possibilità avete intravisto nella sperimentazione di questo genere musicale e di parola?

A.C. L’idea è nata a fine 2022, come compimento di alcune collaborazioni tra me e Big House (prima come tutor del progetto di disco collettivo Turn Up del 2020 e poi con l’ep Subalterna del 2021) e tra me e Mattia (alcuni brani usciti nel tra il 2021 e il 2022). La volontà era di arrivare a un prodotto complesso dal punto di vista musicale e testuale. Big House ha messo a disposizione da un lato la sua lunghissima e consolidata esperienza come produttore e ingegnere del suono e dall’altro la sua conoscenza della musica rap e, soprattutto, il desiderio di sperimentare nuovi generi musicali. Mattia ha dal canto suo offerto la sua creatività in campo noise ed elettronico e la sua costante spinta alla ricerca artistica. Siamo partiti da una base di demo che avevo perlopiù realizzato in modo amatoriale tra il 2020 e il 2022, mentre due brani (Il paese che amo e Centomila) sono nati in studio. Il risultato penso sia ascoltabile e intelligibile per chi ha la volontà di indagare un lavoro complesso, forse troppo lungo per gli standard attuali. Personalmente, non considero questo disco un lavoro solamente musicale o poetico. Preferisco una fruizione a strati oppure rizomatica, che non si fermi al primo ascolto. È forse questa la forza della cosiddetta “Spoken music”, come ho avuto modo di scrivere in occasione di un’intervista a Vittorio Zollo1, di essere un metodo e non un genere.

G.R. Uno sguardo all’officina della creazione. “Spoken music” è un termine cappello in grado di restituire l’esperienza di ricerca di questo progetto? Considerando il ventaglio di stili (rap, noise, electro synth, spoken etc…) presenti nel disco, quali ragionamenti, studi e traiettorie hanno concorso alla creazione delle tracce? C’è una continuità tra il contenuto di un brano e la scelta della forma musicale, sia pure per converso?

A.C. Mi attacco a quanto scritto sopra, il disco è di spoken music solo nei termini di un metodo che intende mettere la cura per il testo allo stesso livello di quella per la musica. A livello personale, mi piace variare tra gli ambiti e le voci musicali che maggiormente apprezzo (Giovanni Truppi, CSI, I Cani, Lucio Battisti, Iosonouncane) difficilmente possono essere identificati con un genere preciso. Per quanto riguarda la scelta della musica, siamo partiti molto banalmente e quasi sempre dal testo e dal ritmo che questo evocava. Questo esempio si applica molto bene a brani quali “Come Giulio”, “Dubbio” e “L’inverno della mia generazione”. In altri casi, il testo offriva possibilità a un tappeto musicale più riflessivo, per esempio “Dove Cristo ha perso le scarpe” e “La falla”. Abbiamo poi usato spesso voci e audio di repertorio a corredo dell’impianto concettuale dei brani, non solo i discorsi berlusconiani, ma anche estratti televisivi emblematici degli ultimi anni, da Striscia la notizia al G8 a Genova. Questo ha permesso di avere canzoni molto ricche, con piani di lettura multipli, come detto in precedenza. In questo lavoro, abbiamo dovuto spesso trovare delle linee comuni in quanto la mia impostazione di realizzazione di un brano non prevede la classica struttura strofa-ritornello-strofa, diversamente da Big House che applica uno schema totalmente diverso e giustamente più in linea con il rap.

G.R. Avete di recente vinto il prestigioso premio “Trentin Music Award 2023” per il miglior album e siete stati nominati anche nella categoria di miglior videoclip musicale. Avete commentato dicendo del vostro disco che «ha fatto dell’impossibilità di definirsi la sua cifra stilistica principale». Si è già fatto cenno alla quantità di rimandi, discipline (tra queste, appunto la video-poesia) e visioni che compongono il progetto. Già Isidoro Concas2 fa menzione della memetica e del citazionismo presenti, e non basta comunque a esaurire tutto il patchwork di incursioni provenienti da filosofia, sociologia, letteratura e pop-culture. Questa cifra di indefinizione è un valore predittivo usato come direzione nel corso della creazione del disco o rappresenta l’approdo al termine della vostra ricerca?

A.C. Personalmente, l’indefinizione fa parte di quasi tutto ciò che faccio a livello artistico, dalla scrittura ai podcast. Pertanto, credo sia allo stesso tempo predizione e approdo del lavoro. Ovviamente, nel caso di “Una storia italiana”, l’indefinizione è stata sfumata nelle preferenze e gli approcci di più persone. Da questo punto di vista mi sono sentito in grande sintonia con Mattia Nardon, che sperimenta moltissimo in tal senso in ambito musicale. Una cifra stilistica che purtroppo non viene subito riconosciuta in un contesto artistico che premia l’unidirezionalità e la coerenza. Questo aspetto ha effettivamente rappresentato motivo di sorpresa per la vittoria del Trentin Music Award 2023. Questo perché gli altri candidati erano di tutt’altra fattura. Erano, per farla semplice, dei dischi di musica vera. Mi sento di dire che ILPALESECHEAMO rappresenti al momento un’esperienza artistica unica nel contesto musicale trentino, nonostante si possa definire a tutti gli effetti un prodotto del territorio, emanazione del suo tessuto artistico e sociale. 

G.R. La scena legata alla spoken music italiana è in fermento e crescita3. Quali sono i lavori all’interno della scena nazionale che più vi hanno ispirati? Quali i prossimi appuntamenti in cui vi potremo ascoltare?

A.C. Si tratta di una scena molto ampia e intrigante che però dovrebbe affacciarsi maggiormente sulla scena musicale. Non mi sento di aggiungere dei lavori di spoken music in particolare tra le ispirazioni, nonostante io ne apprezzi diversi (Osso Sacro, Partiture per un addio, Cristian “Kosmonavt” Zinfolino). Preferisco indicare tra i punti di riferimento musicale e testuale, oltre ai gruppi e artisti citati in precedenza, gli Offlaga Discopax, Franco Battiato, Mario Benedetti, Luigi di Ruscio, Natalia Ginzburg, Vitaliano Trevisan e Pier Paolo Pasolini. I prossimi appuntamenti sono il 22 marzo in un locale di Trento, più due appuntamenti molto importanti in aprile che ancora non posso anticipare. 

G.R. C’è una domanda che non ti hanno mai fatto e che avresti voluto ti facessero?   

A.C. Ho spesso definito Una storia italiana come “l’educazione sentimentale di una degenerazione”, ma non mi hanno mai chiesto cosa voglia dire esattamente e cosa accomuni tutti i brani. Per me, l’idea del disco è esprimere un immaginario violato, in cui ogni aspetto dell’esistenza (dal personale al pubblico, fino al socialpolitico) è correlato e mutualmente corrotto e corrosivo. Una corrosione che proviene da un apparato, efficacemente descritto da bell hooks, patriarcale, capitalista, suprematista e imperialista, che permea ogni aspetto dell’esistenza. In questo contesto, l’educazione sentimentale ha una duplice valenza. Da un lato c’è la tendenza individuale e aggregata a familiarizzare con un tempo violento, fino a interiorizzarlo. Dall’altro è il tempo violento che si camuffa in una modalità famigliare, una codificazione allegra, per dirla con Pier Paolo Pasolini, della brutalità sociale, che viene edulcorata per farsi accettare nella quotidianità. Oltre a questo, mi è dispiaciuto che nessuna persona abbia detto (almeno a me) di aver rilevato nel disco una struttura ciclica. Mi spiego: il primo e l’ultimo brano riportano discorsi di Silvio Berlusconi tenuti a distanza di 9 anni (il primo del 1994, il secondo del 2003) e contengono parti testuali (la felice espressione “verificarsi”, che ho mutuato da una poesia di Antonio Francesco Perozzi4) e concettuali (il richiamo all’Italia come Paese intrinsecamente buono, ma che per me rappresenta una parola baule e autofaga, il palese che non posso amare) comuni. Ma forse i tempi non sono ancora maturi per rendersi conto di questo.

IL MARE CHE I TERRONI RIMPIANGONO

Il mare che i terroni rimpiangono
è l’ombra tra partenza e arrivo
è il lavoro che chiamano “fatica”.
“Chi tene ‘o mare, cammina c’a vocca salata”.
Il mare che i terroni rimpiangono
lecca Bagnoli, Gela, Siracusa e Porto Marghera
e sputa metalli pesanti, polveri d’abbattimento fiumi.
Bacia Taranto e ognuno dei 21.000 casi di tumore
sputa salato su Pasolini e Rostagno
e mare mare mare voglio annegare
Il mare che il terrone rimpiange
si finge nel pensiero di una sopravvivenza al giorno,
dov’è amaro il naufragare.

L’IMPERDONABILE



Alla fine, preferisco gli amori che in condizioni pessime versano
nessuna lacrima, non sprecano risorse, risparmiano il fiato, non urlano
negoziano in pronta consegna di armi schiavi in mano, lasciano solo impronte
toccando il fondo di calici amari in sacrificio per loro
Toccano fronde di salici al vanto oscillano lievi
di schiena voltati in stazioni dove si aspettano soli
grondanti di pioggia e intanto il polline turbina negli angoli
on parle des dernières gouttes d'une bouteille de vin "verser les amours"
Preferisco gli amori alla fine che si chiedono ameni
se valga una pena scontata o vale pagare attenzioni costanti
stringere al collo le corde vocali per dirsi qualcosa
fare uscire consonanti per ribadire per perdere o dare.
on parle des dernières gouttes d'une bouteille de vin "verser les amours"
Preferisco l’amore per la fine che giustifica i mezzi termini
detti, il confine difeso, la desistenza di clamorosi dissensi.
Preferisco gli amori alla fine a questo imperdonabile male
Preferisco gli amori alla fine a questo
incomprensibile, inconcepibile, indescrivibile, inascoltabile
indefinibile, imperdonabile
Il mare che i terroni rimpiangono
tra i flutti, confonde l’amore, l’amaro.
È la consueta sorpresa dal finestrino
di un regionale, di un notturno che si fa giornaliero.
È un rimpianto di borse da occhi
che ai naviganti intenerisce il core.
È condanna a non star fermi
È passato remato, futuro interiore,
come se non ci fosse un demanio.

MARINA DI PISA

Dovessi rivedere dallo scorrere del treno
tra le sdraio spaccate e le bottiglie fuse
la base militare di Marina di Pisa
ti chiedo di parlarmi dei cocci di lattina
dei bossoli spuntati dei condom inevasi
calciati nei tombini dovessi rivedere la base militare di Marina di Pisa
ti chiedo di fornirmi di armi più pedanti e un consenso globale
che culli dall’offesa tutto il mio fronte interno
per cerebrali commozioni senza lacrimogeni
lingua mortale che dice i disturbi di senno
di te ricordo dita colpire sui miei tasti
su quello che è costato tutto l’inappagato
di te ricordo dita come discese a Dite
dovessi rivedere la base militare di Marina di Pisa
riservo di portarti a casa un po' di caldo
foga di tartarughe per schiudere le uova
prima che la colata l’invada di cemento
prima che l'incursore sia in alto levato



ILPALESECHEAMO – Marina di Pisa

Visual: Adriano Cataldo e Vittoria Voltolini
Testo: Adriano Cataldo
Musica: Mattia Nardon
Musiche, produzione e ingegneria del suono: Big House // BHL Studio // Trento Massive

ILPALESECHEAMO è un trio trentino di electro rap e spoken politics composto da Adriano Cataldo (voce e testi), Big House (DJ e ingegneria del suono) e Mattia Nardon (noise). Il gruppo ha pubblicato il primo disco, Una storia italiana, nel settembre del 2023. Si è esibito in diversi festival e rassegne a livello nazionale (Music for the next Generation, Poè, Euregio Upload Sounds, Klohi Fest, Premio Sanes) e internazionale (Ticino Poetry Slam). Ha vinto il premio come miglior album e ottenuto la nomination come miglior video del Trentin Music Award 2023.

  1. ↩︎
  2. ↩︎
  3. ↩︎
  4. ↩︎


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