da LIPSink vol.2 – Raccolta Finali Nazionali Poetry Slam 2022/2023 (Youcanprint, 2024)
Il progetto editoriale è a cura di Eleonora Fisco, Martina Lauretta, Giampaolo Marcolin, Davide Passoni
Il Poetry Slam è una gara di poesia performativa, una competizione tra corpi e voci che ha nello scambio di energie tra poeti e pubblico dal vivo la sua cifra caratteristica: è un’antologia fugace, che dura il tempo dello spettacolo. LIPSink ha come obiettivo quello di lasciare traccia e raccontare la comunità della Lega Italiana Poetry Slam. Ognuno dei 21 autori ha messo a disposizione un testo scritto di una performance che ha portato sul palco del Campionato Nazionale 2022-2023 che è stato corredato di un’illustrazione originale, frutto del lavoro creativo di Davide Fasolo, Giovanni Marinovich, Icaro Tuttle, Lingua Mosaica, Thestair, e di un QR code che rimanda alle riprese video delle singole esibizioni delle finali nazionali tenutesi a Rimini nel 2023, organizzate dal collettivo Vividiversi e lo chiude una postfazione firmata da Guido Catalano. La redazione è formata da Eleonora Fisco, Martina Lauretta, Giampaolo Marcolin e Davide Passoni. Copertina di Giovanni Marinovich. Se questo nuovo modo di fare poesia contemporanea vi incuriosisce, o se vi piacciono i Poetry Slam e vi è capitato di chiedere ai poeti dove potevate trovare le loro poesie, la risposta è qui.
[…] Secondo noi sì, pubblicare la poesia performativa ha senso. Un po’ perché la materialità dell’oggetto-libro ci piace, come le Polaroid appese in cameretta nell’era digitale, la puntina sul vinile ai tempi di Spotify. Un po’ perché il progetto ci permette di raccogliere e lasciare tracce per chi tra un tot di anni si chiederà: “Ma chi c’era? Com’erano fatti? Che poesie si leggevano a questi slam?”.
da Documento Condiviso vol. 2
A seguire una selezione di tre testi tratti dalla raccolta, corredati dalla rispettiva illustrazione e performance.
Gloria Riggio | Avemarabieiplena
Ave Maria piena di rabbia
il Signore è contento
di questa dote di pena
di questo velo di gabbia
di questo corredo di lame da petto
di questi pugnali da camera da letto
di questo cuore perennemente trafitto
di questo vissuto vissuto all’ombra, più o meno sempre, del vissuto di un altro
di questo ventre sempre, più o meno, in frutto o sempre, più o meno, in lutto
ma sempre, più o meno sempre, per scelta di qualcun altro
Ave Maria piena di rabbia
il signore è contento
di questa fiera di fibbie da stringere in pancia
di queste file di figlie che si stringono in pancia:
combattono, più o meno sempre, contro, più o meno sempre, una forma di violenza;
da sole e riverse sul pavimento davanti allo specchio nella propria stanza,
da sole sull’asfalto di un vicolo buio dopo una festa in piazza,
da sole sul lettino di una clinica privata pagata in nero per la sua mattanza
da sole, aperte con una gruccia infetta e strumenti da sarta prestati di nascosto
dai governi per raschiare via dall’ipocrisia
l’ultimo briciolo di decenza di chi giura fedeltà alla Repubblica,
e s’appella alla fede nella bibbia.
Ave Maria piena di rabbia
Tu sei benestretta tra le gogne
e bene stretto è il lutto del tuo senso:
gestante obbediente
e lodi e penitenze
ti nutrono la piaga che t’hanno aperta in ventre:
presa e fatta icona santa,
resa modello di controllo
sul corpo d’ogni donna
ché t’hanno fatta
madre feconda ma
vergine e casta
per tenerti salda
alla loro corda.
Ave Maria che, amica mia,
ci hanno fatto una sorda violenza
lunga secoli di educazione, in sequenza:
l’amore si nutre a pane e obbedienza,
il bene ha un prezzo da pagare con croci di ogni forma:
sempre, più o meno sempre:
dipendenza, possesso, consenso, e senso di colpa.
Tu che sei bella che piangi
bella che aspetti,
bella che t’addormenti,
bella che ti ribelli contro le mani
che ti modellano,
o rompono
o decidono
o recidono i lineamenti.
Ave Maria piena di rabbia
il signore è con te
nella piena disgrazia
della piena che stralcia
il
tuo
corpo
di ansa in ANSA
mentre scorri bianca
sul letto di un fiume,
e capelli di fili d’oro e di rame
e braccia larghe da prenderci dentro il mare
ché ti hanno fatta triste e destinata al male
per una ragione
di Stato
Ave Maria
che ti abbiamo trovato
piena di graffi
piena di garze
piena di grida
piena di grano
ti nasce dal seno
dal campo di terra
in cui ti hanno sepolta
Ave Maria ogni volta risorta
dentro la lotta
al ricatto, dunque
illudili e costituiscici
reggi i governi, le campagne ed i seggi
tuo malgrado masticata da bocche di serpi,
propaganda di ventre che svende i tuoi voti per ottenerne
Ave Maria, sei piena di braccia
ti portiamo via
dal corteo che ti loda il dolore
scendi e lascia i polsi respirare:
un vento soffia via la mestizia
a cui ti hanno costretto la faccia
scoppia, Maria, scoppia
in una risata perfetta
Ave Maria
piena di grazia,
renderemo giustizia:
tu non temere,
noi non abbiamo ancora finito di dire
quello che abbiamo da dire.

Illustrazione di Giovanni Marinovich
Gabriele Ratano | Ninuzzo
Ninuzzo stava in piedi sulle scale
al santuario.
Guardava lo Ionio e l’Adriatico
farsi abbraccio
e le rondini volare
si chiedeva dove andassero.
Allu bbar
nu rištianu
prendeva il sole all’aria aperta
con una tazza vuota di caffè
usata a posacenere.
“Ninuzzo, per favore
vammi a prendere il tabbacco
fai veloce e tieni il rešto.“
Ninuzzo correva dall’altra parte del paese.
La tabbaccara lo vedeva
e preparava già il pacchetto
“Salutami tuo padre“ gli diceva
ma Ninuzzo era già fuori sulla strada.
La domenica faceva il chierichetto.
Figlio di educazione cattolica e madonne
appese a chiodi in tutta casa
sapeva a memoria tutta messa.
Una sera, un giovedì
era entrato nella chiésia
per pregare
ché una rondine era morta sulle scale
al santuario e voleva farle il funerale.
In sacrestia la porta era socchiusa
e ha visto il prete
farsi abbraccio con il padre
come Ionio ed Adriatico.
Non aveva visto mai
manco un bacio dentro casa
e mo col prete
questo mare.
Ninuzzo ha raccontato a mamma sua
della storia in sacrestia
e la mamma ha detto:
“Cittu!
Nù sse dìcene ‘šte cose
Prometti a mamma che ‘sto fatto
non lo dici mai a nessuno
mancu a ssirda
Giura allu Signore, al Padre Nostro
ca štai cittu, Ninuzzu!
Sennó
cosa pensano al paese?
”Ninuzzo se n’è andato sugli scogli
a parlare con le rondini:
“Rindineddha mia, che devo fare, stare cittu?
Ca se è Dio che me lo chiede
allora è giusto!”
Il padre è morto un anno dopo di incidente.
Il prete ha fatto l’omelia più commovente
che si potesse ricordare.
Le matrone del paese
al funerale, messe a lutto
facevano condoglianze
con strette di mano, segni di croce
e sguardi al cielo e baci al pollice e
quant’era giovane
pace all’anima sua.
La madre stava zitta
ringraziava a testa bassa
con un velo nero in faccia
versava lacrime di acciaio.
Adesso ha tolto il lutto
tiene un vestito a fiori
va agli scogli con Ninuzzo
la domenica mattina.
“Rindineddha mia, che fai, vai via?”
“Vado all’Africa, Ninuzzo
ci vediamo l’anno prossimo.”
La madre gli dà un pizzico
allo stomaco e gli dice:
“Don Giuseppe ha benedetto casa
prima di andare via per sempre
Ha versato lacrime di incenso
gli ho offerto un calice di rosso
Siamo stati lì a guardarci
due metà di un mare solo.”
La madre lo ha stretto forte
come un pezzo di un puzzle stringe un altro.
In quell’abbraccio, Ninuzzo
sentiva tutto lo Ionio
sentiva tutto l’Adriatico.

Illustrazione di Icaro Tuttle
Maria Oppo | La promessa delle Bruxe
Le Bruxe - le streghe
non riescono più a ridere
se non su specchi a coltivarsi rughe
e livide struccarsi dai millenni.
Noi Bruxe - noi streghe
non riusciamo più a ridere.
Lo sappiamo che un
giorno rideremo:
solo: non oggi
no
rideremo in altri giorni
in cui vedremo i nostri nomi
incisi in bella mostra sui portoni
delle stanze più grandi
dei castelli più alti
i nostri nomi!
già da tempo maledetti,
comente sos lumenes de Bruxa
de Luxia Amaiadora
chi sos ateros, s’iscuros,
no ddos ischint narrere,
non li sanno pronunciare i nostri nomi
forse neanche li conoscono
ma non per questo tacciono
oh, non tacciono
non tacciono mai.
Ma io...
vi prometto che anche noi
non taceremo mai
al ricordo di quei pianti, al paradosso
di privarci delle cose come
i viaggi da sole
o far tardi la notte - la notte! -
Vorrebbero rubarci
la
notte
la stessa che nacque
per essere nostra
e ancora
sentite
soave, ci invita
ad essere in
vita ciò che
da sempre l’usanza ci vieta
e si chiede come
di notte si possa dormire
di fronte a una folla gentile
che chiede la gola di chi ancora
dice che la colpa è nostra, che
siamo solo finte streghe
con le gonne troppo corte
e chiede la gola del reporter
che spiattella il conto in banca
di quel verme che ha ammazzato
la sorella o la compagna
e chiede la gola di Algoritmo
che scrolla le spalle
a minaccia di stupro
per poi mettere il veto
sulla nostra pelle
sì
per vestirla di giudizio marcescente
e farcela sentire sempre
fatua
imbarazzante
sconcia
Sapeste quante volte questa pelle,
che tante volte mi ha tenuta al sicuro
e tante volte mi ha tenuta intatta,
mio malgrado l’ho trovata
rivoltante, e lì
l’ho odiata.
Per questo voglio farvi la promessa
che vorrei mi fosse
stata fatta
una promessa
di giustizia forsennata
che forse verrà
e sarà grandiosa
e sarà allora
che noi Bruxe avremo vinto.
Perché loro dicono “chiedete tanto”
la verità è che noi
chiediamo solo
tutto.

Illustrazione di Davide Fasolo
Le poeti e i poeti che fanno parte della raccolta sono: Nicola Barbato, Gabriele Bonafoni, Carlo Bussinada Rosas, Francesca Fiori, Valentina Giordano, Michela Gualtieri, Giuseppe Innocente, Cecilia Lavatore, Francesca Lemmi, Giuliano Logos, Giovanni Fantomars Monti, Fabrizio Nuovibri, Maria Oppo, Antonio Amadeus Pinnetti, Jacopo Rizzoli, Gabriele Ratano, Gloria Riggio, Lena Simonetti, Sophie Stablein, Hanna Tonner, Serena Rose Zerri.
Il volume è acquistabile su Amazon e su Youcanprint.
Contatti utili per la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam): Facebook, Instagram.









Rispondi