la visione è a cura di Floriana Verde
su Autoritratto. Istruzioni per sopravvivere a Palermo (Sellerio Editore 2025).
Visibile è la spaccatura dalla quale nasce Autoritratto: la dispercezione e la minimizzazione di Cosa Nostra. A partire dalla lucida individuazione di questa frattura percettiva, Davide Enia costruisce uno spettacolo dove la mafia è disseminazione silente, organica. Lo spettacolo si radica in una memoria incarnata, fatta di incontri reiterati con Cosa Nostra, fino a configurare il male come epifania costante; a questa emersione del reale si risponde con una tragedia che si fa introspezione. Autoritratto si offre così come un campo di gioco in cui biografia e storia si intrecciano, e in cui l’atto del raccontare diventa, inevitabilmente, un atto di esposizione.
È un’operazione di fisiologia scenica: Davide Enia mette in scena una fatica fisica che riflette lo sforzo estremo dell’animo che la osserva.
In Autoritratto, pluripremiato Ubu, Enia esegue uno scavo stratigrafico del corpo sociale, analizzando i legami invisibili che determinano i destini di una collettività sotto assedio; insieme a lui ne apprendiamo la struttura, la lingua e le regole interne.
Sin dall’apertura, Enia esercita un controllo magnetico, agendo come un “puparo” che governa la narrazione. Il punto cruciale è la gestione della bivalenza estetica della mafia: Enia è consapevole che il male può generare una forma di fascinazione morbosa e lavora chirurgicamente per scardinarla, più che nello spettatore, in se stesso (una fascinazione intesa come sottostima delle possibilità d’azione del singolo sul sistema). La mafia viene sezionata fino alla sua dimensione atomica per dimostrarne la natura abietta.
Il rituale musicale di Giulio Barocchieri irrompe come un frammento necessario di sospensione tra uno strappo drammaturgico e l’altro. La musica e il canto non accompagnano, ma impastano la drammaturgia, rendendola completa e compiuta. Sono la trama e l’ordito che incontrandosi creano il tessuto del racconto drammaturgico.
Il segreto di questo spettacolo trova sicuramente il suo fulcro nell’intimità, dove confluiscono tutte le forze dell’opera, accrescendo così la potenza dell’intimo personale fino a romperne gli argini e riversarsi, infine e finalmente, sugli spettatori. Assistiamo dunque a un atto di esposizione profonda in cui lo spettatore non è un voyeur ma parte del processo di smembramento. Lo spettatore ha la possibilità di osservare l’attore che interpreta se stesso e, mentre lo fa, si scava dentro fino a farsi in brandelli. Abbiamo così il privilegio di osservare come un uomo si disgrega: questo genera un sentire imponente e desolante.
Lo spettacolo è la messa in scena della chiamata a sé di tutti i pezzi dell’esistenza Davide Enia e della complessa, fitta, trama di tentacoli di Cosa Nostra che avvolge la sua vita in ogni minima fase e scelta. Forse è questo aspetto che rende diversa la sua narrazione: la dolente consapevolezza che tutti fanno parte del sistema, anche chi non lo sceglie, chi non lo vede e perfino chi lo combatte.
Per questo un passaggio decisivo dello spettacolo è l’analisi delle figure che orbitano, inconsapevolmente, attorno al nucleo mafioso. Enia ci rende visibile ciò che è sempre stato accessibile ma che non abbiamo mai voluto raggiungere, uno squarcio di visione su scelte umane in cui la dottrina di Cosa Nostra arriva a sovvertire gli istinti più profondi. È qui che emerge la radicalizzazione di un modello culturale in cui l’affiliazione viene vissuta come una cultura d’appartenenza, con una scala di valori completamente diversa dalla norma, dove la connivenza è precetto inviolabile. Questo sguardo storto ci restituisce la misura di un baratro, una voragine che riguarda chi accetta il sacrificio dell’innocenza in nome dell’appartenenza.
In conclusione Autoritratto è il teatro dell’abisso esposto, in cui ogni riga di testo, ogni movimento della partitura fisica, ogni nota cantata, partecipa alla rappresentazione del movimento viscerale di Davide Enia.
Estratti da
Autoritratto. Istruzioni per sopravvivere a Palermo (Sellerio Editore 2025) (pp. 45 – 49)
Il primo morto ammazzato lo vedo a otto
anni, tornando a casa da scuola.
Ma che sunnu beddi, ora ’i purtavu
Ca nu munnu ’un c’è cchiù nuddu
Ca è cchiù beddu di me
Ca sugnu beddu
Signori mei, vi vogghiu diri
Ca finieru ’i cosi vecchi
Ca sunnu bedde ’i cosi nuovi ca vi porto
Ciavuru
Ciavuru 1.
Palermo vuccirìa
Palermo lagnusìa
Palermo camurrìa
Palermo vastaserìa
Palermo Santa Rosalia
Palermo suverchierìa
Palermo spriggiuserìa
Palermo struruserìa
Palermo ziccuserìa
Palermo scucivolerìa
Palermo vossignorìa
Palermo ca s’a fissìa
Ca tampasìa
Ca s’a mummìa
Ca s’a mutrìa
Palermo to matre è mia
Palermo carnezzerìa
Palermo cagnolerìa
Palermo futti ca futti ca io futtu a ttìa
Palermo sucamilla a mmìa
Palermo malattia
Palermo fituserìa
Palermo grascia e lurdìa
Palermo ca fiddulìa
Ca timpulìa
Ca cutiddìa
Ca lampìa
Palermo ca ammazza a ttìa
Palermo che vuoi che sia
Ca si pupìa
Ca si siddìa
Ca si allattarìa
Ca stulitìa
Ca abbannìa
Ca si sbutrìa
Ca addisìa
Ca si pistìa
Palermo ’un staiu parlando cu ttìa
Palermo chi vuoi ’i mia
Palermo pensa pi’ ttìa
Palermo senza ’i mia
Palermo così sia 2.
- Ma che sono belle, ore le ho portate / Che nel mondo non c’è più nessuno / Che è più bello di me / Che sono bello / Signori miei, vi voglio dire / Che sono finite le cose vecchie / Che sono belle le cose nuove che vi porto / Profumo / Profumo.
↩︎ - Palermo confusione / Pigrizia / Fastidio / Maleducazione / Santa Rosalia / Sopraffazione / Che fa dispetti / Che crea nervosismo / Che infastidisce / Che non è di compagnia / Vostra Signoria / Che perde tempo / Che butta via il tempo / Che osserva di nascosto / Che si infastidisce / Tua madre è mia / Macelleria / Cattiveria / Fotti e rifotti che io ti fotto / Sucami la minchia / Malattia / Puzza / Polvere e sporcizia / Che ferisce / Che prende a schiaffi / Che accoltella / Che colpisce veloce come un lampo / Che ti ammazza / Che vuoi che sia / Che si trucca / Che si secca / Che litiga / Che si rincoglionisce / Che grida / Che mangia fino a scoppiare / Che desidera / Che si mangia / Non sto parlando con te / Che vuoi da me / Pensa per te / Senza di me / Amen. ↩︎








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