fotografia di Ludovica Franco
il progetto video è a cura di Gaia Parlato
Trittico del Golgota
L’oracolo si manifesta in fuochi d’artificio a notte fonda, tra la Piazza dell’arco e la città vecchia. La bocca della verità è coricata sul mio lato destro. Leggo tra l’apertura delle sue gambe: io faccio belle tutte le cose in fiamme. E so che è vero perché sono una di quelle. Ogni mano ha la sua segreta linea del passaggio. Quando al cielo esplodono i colpi, so che il carico è arrivato, è voce di paese sia l’avviso che si danno i topi del mercato. Me lo disse anche, da bambina, lo zio di una mia amica che pareva ne sapesse. Copro Amelia di bianco perché non si spaventi col rumore, ma lo fa comunque e mi cerca. In questa città c’è sempre qualcuno, come noi, che la notte resta sveglio.
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Lo riconosco trascina il carrello portaspesa tra il Vomero e via Falcone, avanti e indietro. Difende il suo diritto a camminare. Ha un telefono antidiluviano con cui chiama la figlia per dirle che le ha fatto la ricarica e la figlia prende quei soldi e ci compra le stelle e se le spara nelle vene dietro lo stadio dove nessuno la vede. L’uomo errante ha l’oracolo nelle ossa. Mi dicono gli dei fosse un insegnante di greco e latino che non è mai riuscito a vederli e per questo è impazzito. Con mio padre erano amici di scuola. Passa poca differenza, si sa, tra i morti di sotto e quelli di sopra. Edipo arriva al crocevia e riprende il suo cammino, lascia sul cemento polvere di stelle. Non sa che il sangue sulla strada a volte porta lo stesso nome della sua bambina.
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In Aramaico lo dicono Gulgaltā, in italiano lo diciamo Calvario. Il nome sta a dire luogo del cranio. Dicono che l’hanno sparato dodici volte alla testa di fronte la gelateria dove ho dato il mio primo bacio a uno alto e molle che nemmeno conoscevo, che se non erro si chiamava Simone. Se mi giravo in quel momento vedevo il muro dove avevo fatto il mio primo graffito con scritto gaia e dario, ventisette otto duemiladodici, ora invece guardo dal vetro di questo pullman. Mi vedo a sinistra disgustata da quel bacio al sapore di cipolla, a destra la testa sfracellata appoggiata al finestrino della macchina con attorno la scientifica. Il lavoro dei sogni di mamma. Bisogna superare il crocevia, mi dice la signora seduta accanto. Dice bisogna superare il crocifisso. Poi lo vediamo: è ancora dentro l’auto. Gli stanno tutti attorno. Aspettano che risorga, dice, o che chieda un gelato.
Gaia Parlato (Napoli, 2000) è co-fondatrice dell’associazione Libera Poesia Contemporanea. Suoi testi appaiono sulla rivista online Vallecchi Poesia, Alter Napoli, “La Bottega della Poesia” de La Repubblica, Micorrize. Il suo primo libro, “Porpora”, è in uscita per Lorenzo Marone Edizioni.








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