in copertina A. Greco, béance_nodi, 2018
Dicevamo della sincerità e dell’autenticità dell’arte, provavamo a disinstallarle. Ma il panorama letterario pullula di mitologie e cristalli di senso, che condizionano tanto i testi, i libri, quanto il sostrato socio-economico (due sfere intersecate: bisognerebbe iniziare sempre da questa consapevolezza). L’obiettivo di uninstall è infatti quello di gettare uno sguardo su alcuni di questi miti, provare a mettere in crisi alcuni dispositivi e meccanismi che si danno per acquisiti e che, proprio per questo, pilotano ciò che chiamiamo letteratura verso un certo orizzonte ideologico. E tra questi dispositivi c’è sicuramente la favola dell’esordio, l’attenzione mediatica verso le prime apparizioni editoriali, nonché la comparsa ciclica di una “nuova voce” o di un enfant prodige (un esempio recente per la narrativa: Bernardo Zannoni).
Ne La letteratura circostante Simonetti riconduce la nascita dell’«industria dell’esordio»1, in Italia, al periodo a cavallo tra anni ’70 e anni ’80, e in particolare all’attività di Tondelli. La riconduce – detto in breve – a una spaccatura generazionale e a una conseguente volontà di ricodificazione delle narrazioni. Da questa iniziale necessità (politica oltre che artistica) di auto-determinazione, però, la “scrittura giovane” si è man mano trasformata in un’area editoriale, al punto che – scrive ancora Simonetti – «la categoria di scrittore giovane rimane per l’editoria contemporanea un potenziale innesco di visibilità e interesse, dai risvolti commerciali e culturali insieme; un investimento, una trovata, una moda»2.
Credo sia interessante osservare questo scivolamento ideologico. Venuta meno la spinta oppositiva di rifondazione degli stili e degli immaginari letterari proposta da una generazione che non si riconosceva più con la cultura delle generazioni precedenti, il vuoto ideologico è stato colmato da un mercato in grado di rifunzionalizzare la rivendicazione in voyeurismo del precoce. Sono due riflettori puntati in senso inverso: la prima fase usa nuovi dispositivi linguistici ed estetici per illuminare angoli nuovi della realtà; la seconda capovolge il riflettore e li punta su chi scrive, non guarda all’operazione di re-immaginazione ma all’efficienza del(l’eventuale) talento precoce, e alla sua presa pubblicitaria. La conseguenza di questa seconda fase non è solo l’industrializzazione dell’enfant prodige, ma anche, più generalmente, la pressione messa sul passo dell’esordio, sempre più inteso come occasione da non sbagliare, test d’ingresso, possibile (ed esecrabile) falsa partenza. Cosa che, a sua volta, comporta uno scoraggiamento alla sperimentazione, al tentativo di smarcarsi dal modus di scrittura imperante: per andare incontro al mercato e non dissiparsi, per passare il test, spesso gli esordi devono in realtà ripetere per quanto possibile i modelli che li precedono, al limite truccandoli in superficie con qualche accorgimento giovanilista.
Più che di fasi, infatti, parlerei di forze. E cioè del fatto che è la compresenza – quindi contrasto intestino – di spinta progressista e spinta reazionaria, a caratterizzare l’idea di esordio. Nonostante l’assunzione industriale, il valore della scrittura giovane in quanto tale (almeno in senso sociologico) sta infatti proprio nell’essere prodotta da una fascia generazionale solitamente più reattiva alle trasformazioni storico-sociali, linguistiche, tecnologiche. Da una parte quindi l’esordio ha in sé una potenziale carica, se non antagonistica, almeno conoscitiva: la possibilità di trascinare una dose del mondo nuovo all’interno della scrittura e con esso, magari, dei dispositivi – d’immaginazione, di linguaggio – inediti. Dall’altra parte – ed ecco la contraddizione – agisce invece una forza che tende a neutralizzare gli elementi eversivi del libro, perché ideologicamente orientata a preservare un preciso sistema culturale e un preciso sistema economico.
Insomma: mentre si incoraggia la frattura, contestualmente la si normalizza. E per far coesistere i due elementi dell’opposizione ecco che entra in scena il concetto di novità: un paradigma che depura l’esordio di ogni incidenza politica ma allo stesso tempo ne conserva (plastifica) il clamore, trasferendolo dal piano politico a quello prestazionale. C’è una differenza abissale tra trasformazione e novità: la prima ha la sua forza proprio nel rifiuto di ciò che è pregresso; la seconda lo accoglie come funzione di un potere che decide ancora la forma della scrittura (giovane e no), quindi anche dell’esordio, lo disinnesca e riporta all’ovile pur inserendolo in una cornice di presunta innovazione, magari spostando il focus dalla forza della scrittura all’estrosità del personaggio-autore. In quanto sensibile a intercettare nuovi fenomeni o dispositivi, la “scrittura giovane” ha eventualmente valore proprio in quanto tentativo, imperfezione, esplorazione di terreni non sondati, trasversalità o contrarietà rispetto a ciò che si è scritto in precedenza. Tolto questo, l’incensata maturità della “nuova voce” è spesso il segno di un già imposto adeguamento, e della difficoltà di bypassarlo. La novità, paradossalmente, come adattamento più efficiente e veloce possibile al noto. C’è qualcosa di circense nell’esordificio dell’editoria, un’atmosfera da freak show senza neanche la sana inquietudine dei freak.
1 Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna 2018, p. 334.
2 Ivi, p. 341.








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