in copertina “Simpatizzante entropia” (2023; versione originale, bic blu su carta, 21 x 29,7cm) di Giorgia Abbati
tre anni di minima | un’intervista
un’intervista + una selezione di testi pubblicati su minima
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a distanza di tre anni dalla loro comparsa, del progetto minima si sa ancora poco; riguardo ai membri della sua redazione ancora meno, anzi nulla. così, dopo una lunga chiamata all’insegna della risata – nel disperato tentativo di scoprire qualcosa in più sul loro conto –, eccoci qui con la prima intervista ai membri di minima. nell’intervista cercheremo di dare finalmente una voce o almeno un registro a questo insolito, insolitissimo caso editoriale. buona lettura.
un’intervista non tanto minima
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1. iniziamo quindi dalle basi: innanzitutto come è nato questo progetto? chi siete? e perché la scelta dell’anonimato?
minima è nata dal desiderio di creare uno spazio alternativo nel microcosmo dell’editoria poetica italiana. Fin da subito abbiamo individuato alcune criticità strutturali che ci sembravano non più sostenibili — e che volevamo affrontare in modo diretto, con soluzioni semplici, ma radicali.
Distribuzione.
Molte piccole case editrici pubblicano libri interessanti, ma di fatto introvabili: tirature limitate, canali deboli o inesistenti. Noi abbiamo scelto un’altra strada. Tutti i testi sono disponibili gratuitamente online; le copie cartacee si stampano su richiesta e vengono spedite direttamente a chi le ordina. Nessun limite, nessun intermediario.
Costi.
Un libro di poesia di 50 pagine può arrivare a costare anche 12 euro — un prezzo che, a nostro avviso, esce dalle logiche di mercato sane e accessibili, e che di fatto limita la lettura. Si acquistano pochi titoli, spesso solo quelli “sicuri”: autori e autrici noti, libri ben recensiti, case editrici riconoscibili. Noi volevamo offrire un’alternativa. Leggere minima online è gratuito. Una copia stampata costa 3 euro, ovvero il prezzo vivo della stampa.
Network.
L’editoria poetica si regge spesso su relazioni personali — esplicite o implicite — tra autorə e redazioni. L’anonimato, per noi, è stato un modo per rompere questa dinamica. Anche al nostro interno: vogliamo sentirci liberi di rifiutare un manoscritto, anche se conosciamo chi l’ha scritto. Senza pressioni, senza implicazioni personali, senza diplomazie.
Trasparenza.
Quanti testi riceve una casa editrice? Quanti ne pubblica? Quanto lavoro redazionale c’è dietro? Sono domande che raramente trovano risposta. Noi cerchiamo di rispondere con i fatti: per ogni uscita della rivista pubblichiamo il numero di poesie ricevute e quello delle selezionate. In futuro ci piacerebbe anche mostrare le versioni pre e post-editing dei libri — è un tema su cui continuiamo a confrontarci, per capire se e come abbia senso farlo.
Siamo persone molto diverse tra loro. Facciamo lavori diversi, viviamo in città diverse, proveniamo da percorsi culturali lontani. Alcuni di noi non si sono mai incontrati di persona. Eppure, su questi problemi — e sul modo di affrontarli — abbiamo trovato un punto comune.
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2. a livello personale quali sono state le tappe fondamentali che vi hanno portato alla fondazione di questa realtà? (potete anche rispondere separatamente)
minima è nata in modo spontaneo, quasi per gioco, da un momento di noia creativa di unə di noi. C’è stata prima una bozza grafica, poi un prototipo di sito realizzato con Google Sites, e da lì — quasi naturalmente — il progetto ha cominciato a prendere forma. Una volta chiariti i primi intenti e definita una direzione comune, le altre persone del gruppo si sono unite quasi subito: chi si occupa della grafica e della stampa, chi cura i social, chi fa scouting, chi legge e valuta i testi.
Fin dall’inizio, però, abbiamo scelto di non lavorare a compartimenti stagni. Ciascunə di noi ha accesso a ogni parte del progetto e può intervenire liberamente. Le responsabilità si distribuiscono in modo fluido, orizzontale, a seconda del tempo e delle energie disponibili. Questo approccio collettivo è forse la parte che sentiamo più nostra, e di cui andiamo più fieri.
Un esempio concreto è il lavoro di editing: quando un chapbook ci sembra promettente ma necessita di una revisione, il testo viene condiviso con tutta la redazione. Tuttə possono proporre modifiche, tagli, riscritture. Il processo è lento, stratificato, ma ci permette di arrivare a una versione finale che è davvero il frutto di una lettura condivisa, di una cura plurale. È in momenti come questi che minima esiste davvero, come spazio comune e come pratica collettiva.
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3. superato lo scoglio dei tre anni di vita, a oggi reputate il vostro progetto come un successo? quanto vi sentite vicini rispetto all’obiettivo che vi eravate prefissati all’inizio di minima? quali sono gli obiettivi che avete ancora in agenda?
Sì, per noi minima è un successo. Ma lo è secondo parametri che ci siamo scelti fin dall’inizio, e che non coincidono con quelli tradizionali del mondo editoriale. Non guardiamo alle vendite, né ai numeri. Abbiamo deciso di non farlo. Il nostro unico vero metro di valutazione è questo: abbiamo pubblicato solo ciò in cui crediamo, solo testi che ci hanno convinto. E vedere che diversi autori e autrici che abbiamo accolto sono poi diventate figure riconosciute — o comunque rilevanti — nella scena poetica italiana è per noi una soddisfazione profonda.
Il nostro obiettivo, dichiarato fin da subito, era quello di creare uno spazio alternativo — libero, accessibile, indipendente. Questo spazio oggi esiste, è riconoscibile, viene abitato. Ma non è un punto di arrivo. È un punto di partenza.
Ci piacerebbe che minima potesse crescere, non necessariamente in termini quantitativi, ma in direzioni nuove. Stiamo lavorando, ad esempio, a delle uscite “fuori collana” — cioè libri che non rispettano la struttura e i limiti del formato chapbook. E stiamo cercando di aprire il progetto anche verso l’estero. minima ci sembra, oggi, uno spazio utile: un luogo sicuro dove poter pubblicare, un luogo che rispetta i testi e chi li scrive. Vorremmo che questa possibilità esistesse anche altrove, soprattutto per poetə che scrivono in lingue minoritarie, o in contesti poco rappresentati. È un passaggio complesso, ma ci stiamo lavorando.
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4. il vostro progetto è stato in questi anni un’importante e forse innovativo traguardo a livello di editoria etica -indipendente, da parte vostra c’è mai stata la speranza che altri venissero ispirati dalla vostra idea? avete mai pensato di supportare e/o proporre voi stessi altri progetti all’interno della vostra piattaforma?
Non ci siamo mai dati come obiettivo quello di ispirare altre realtà editoriali — e, a dire il vero, non crediamo nemmeno che sia un obiettivo facilmente realizzabile. Il nostro progetto si regge su un equilibrio molto specifico e delicato: pubblichiamo pochi titoli all’anno, ci poniamo limiti precisi in termini di spesa, di ricavi e di coinvolgimenti esterni. È un modello che funziona solo perché è piccolo, autofinanziato, volontario. Fuori da questo contesto, le stesse scelte potrebbero diventare insostenibili.
Cerchiamo di avere un approccio etico, ma anche radicale. minima si muove in una zona di confine, a metà tra la zine autoprodotta e la casa editrice tradizionale. Non partecipiamo a festival, non siamo presenti nelle librerie, non abbiamo una distribuzione commerciale. Eppure per noi una casa editrice può vivere — e avere senso — anche così. Certo, è un modo di stare nel mondo che comporta dei rischi: precarietà economica, invisibilità, autoesclusione da alcuni circuiti. Per questo crediamo che sarebbe necessario, a livello più ampio, un lavoro di sensibilizzazione — da parte delle istituzioni culturali, della scuola, dei media — per promuovere la bibliodiversità (ad es., all’interno dei programmi scolastici, oppure sostenendo i negozianti nel fare scelte alternative), e per far emergere che l’editoria non coincide solo con ciò che si trova nelle catene dei grandi marchi editoriali.
Per quanto riguarda l’apertura verso l’esterno: sì, ci piacerebbe molto collaborare con altre realtà affini, che condividano lo stesso spirito. Ma finora non è mai stato un nostro focus. minima nasce come uno spazio autonomo, e il nostro tempo (e le nostre energie) sono sempre stati dedicati principalmente ai testi. È qualcosa su cui potremmo iniziare a riflettere più concretamente nei prossimi anni.
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5. diversi autori che avete pubblicato sulla vostra rivista hanno in un certo senso fatto carriera. come vivete questo successo? vi interessate di cosa succede nel mondo dell’editoria o più in generale in Italia da questo punto di vista?
Vedere che alcune delle autrici e degli autori che abbiamo pubblicato hanno poi ricevuto attenzione, vinto premi, firmato contratti con editori, ci fa piacere. Ma non lo viviamo come un nostro merito, né come un obiettivo raggiunto. minima non è un trampolino. Non esiste per “lanciare carriere”. Esiste per prendersi cura dei testi. Se poi quei testi trovano altri spazi, altre lettrici, altri lettori, è una bellissima conseguenza, ma non è il fine.
Non siamo del tutto esterni a ciò che accade nel mondo editoriale — seguiamo, con uno sguardo curioso e critico, quello che succede. Ma non ci sentiamo parte di un sistema, né abbiamo il desiderio di entrarci. Ci interessa la poesia, non l’editoria in sé. E spesso ci sembra che le due cose viaggino su binari separati.
minima, in questo senso, è anche una forma di disinteresse praticato. Disinteresse per le logiche di mercato, per i ruoli, per la visibilità. E tuttavia siamo felici quando qualcosa che è nato qui continua altrove, in forme diverse. È il segno che i testi hanno una forza propria, che non dipende da noi.
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6. nel corso degli anni, in tanti hanno seguito il vostro progetto. a tal proposito vogliamo chiedervi: quali sono invece per voi le realtà che a oggi reputate in un certo modo più vicine ai vostri intenti e al vostro percorso (editoriale e non)? quale è il vostro rapporto con le varie realtà giovani e/o indipendenti che vi circondano? e come mai?
Partiamo dalla musica — per una questione biografica e personale, prima ancora che editoriale. Chi scrive questa risposta ha sempre trovato nel mondo musicale indipendente un riferimento forte, quasi un modello implicito per pensare anche a progetti come minima. Lì dove l’editoria sembrava ingessata, verticale, autoreferenziale, la musica offriva esempi di comunità orizzontali, pratiche DIY, coerenza tra visione e forma.
Etichette come Dischord Records o Constellation sono state, in questo senso, fonti di ispirazione silenziosa: la prima per il suo rigore etico, per la scelta di vendere i dischi a prezzi accessibili, per la coerenza tra valori e pratiche; la seconda per la cura ossessiva dei materiali, per la politicità dichiarata, per l’idea che ogni uscita sia anche un atto di resistenza.
In Italia ci sentiamo vicini ad alcune realtà musicali che, pur muovendosi in territori diversi, ci sembrano affini per spirito: Maple Death Records, Haunter, Artetetra, Boring Machines. Tutte lavorano con una forte coerenza estetica, fuori dai circuiti commerciali, con un approccio artigianale e radicale. In ciascuna si riconosce un’idea di produzione culturale che non passa dal consenso ma dall’urgenza, dalla cura, dalla visione.
Lo stesso vale per alcune realtà editoriali — riviste, collettivi, microeditori — che seguiamo con interesse e in cui ci riconosciamo, pur senza collaborazioni dirette. In generale, ci sentiamo più vicini a ciò che si muove ai margini: progetti che mettono al centro i testi, non il contesto; che praticano una forma di autonomia concreta, quotidiana, anche fragile.
Il nostro rapporto con le altre realtà indipendenti è più fatto di ascolto che di rete. Non abbiamo mai cercato attivamente alleanze o aggregazioni, ma siamo sempre aperti al dialogo, se nasce in modo organico. minima è nata per stare un po’ in disparte, per necessità più che per scelta — ma ci fa piacere sapere che, da quella distanza, si possa comunque entrare in risonanza.
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7. per concludere: quale è il futuro di minimapoesia? che cosa possiamo aspettarci ancora dal vostro progetto? quale direzione assumerete rispetto alle tante questioni che vi hanno toccato fino a oggi?
Il futuro di minima è qualcosa di cui parliamo spesso, ma senza fare mai veri e propri piani. Forse perché minima non è nata con un programma rigido, ma da un’urgenza condivisa — e quella stessa urgenza continua a guidarci, adattandosi nel tempo.
Sappiamo però cosa vogliamo continuare a fare: creare uno spazio accessibile, orizzontale, attento ai testi e libero da logiche commerciali. Continuare a pubblicare solo ciò che ci convince davvero. Continuare a prenderci tempo. Continuare a tenere basse le barriere all’ingresso.
Allo stesso tempo, ci stiamo muovendo verso nuove direzioni. Non sappiamo se questo significherà crescere, o semplicemente cambiare forma. Ma non abbiamo problemi a farlo. Ci interessa restare coerenti, non immobili.
Finché sentiremo che minima serve — a noi, a chi ci legge, a chi ci scrive — continueremo. E se un giorno non servirà più, sapremo anche lasciarla andare. Ma per ora, c’è ancora molto da fare.
una selezione di testi pubblicati in questi anni su minima
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da ANNO 2022 | NUMERO 1
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Anonimə [1]
Eccomi nella cabina-labirinto blu notte, sento un’antartide accerchiata
dal prato leggero per i picnic. Ci saranno stati pattinatori poco fa,
gente che se la spassa dietro la massa ottusa di questa cabina.
Uno avrà tracciato con peso di lama un cuore attorno alla fortunata,
cuore maldestro di chi tenta comunque. Si sarà proposto.
Eccomi nella mia seta opaca, nello strascico floscio.
Io qui davvero se gira vento i miei ricami tentano i meandri
fra incubo e pudore, fra tornanti e psiche, di questa cabina.
Aspettavo un corpo che mi riempisse, e di andarci insieme all’altare.
Ma la gruccia è forte, non mi lascia andare, mutarmi nel gelo ai miei piedi.
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“Senza titolo” di Riccardo Benzina


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Antonio Perozzi
galera
1.
è dahlia ionescu che mi offre un bi- dahlia
ionescu che trovo su trovacasa la sera di un albergo
a san donà sceso a san donà da un secondo dahlia
mi illumina in italiano metà rumeno che basta
avere qualcosa d’indeterminato è la dodicesima
volta che la chiamo dalle due quando l’avevo
un’idea del futuro prima che no dahlia non ho niente
d’indeterminato dico per me puoi anche ammazzarti.
chiudo e adesso penso scendo su via piave e sparo.
2.
roberta è a cinquecento chilometri la mia tazza
blu superstite al vecchio trasloco è a cinquecento
chilometri l’arbre magique alle fragole comprato
prima di partire è a cinquecento chilometri cinquecento
più cinquecento più cinquecento fa una lingua
dove io mi sdraio la notte
e voi niente voi
3.
rinuncio salve al cambio d’aria delle coperte a tutto
quello che si può perdere se si guadagnano
dieci euro per notte che vale cinquanta cinquanta
in meno sulla carta al giorno che passa me
l’ha consigliata la tizia delle poste la prepagata
col canone basso. allora io salgo, spero sia meglio
domani. mi scrivono da Roma tre amici: sono vivo
nella trecentoventotto, hotel kristall
***
da ANNO 2022 | NUMERO 2
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“dredging up old memories” e “how to recover a clustered poem” di Federico Federici


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Edoardo Occhionero
Il regionale per La Spezia frantuma i chilometri in galleria.
Il mare in portoghese come a ripetermi il corpo che ho di fronte:
ondas pequenas semelhantes à crua infância, Gastão Cruz.
Quattro gambe controllate a starci nello spazio, i peli inanellati
stretti agli altri. Alzo uno scusami, due occhi dall’altra parte
la mano che grattugia la barba di due giorni.
È sceso a Riomaggiore, il mare ha ripetuto circa lo stare lì.
*
Castano – neri gli stivaletti di pelle –, si è mostrato
dalla bancarella per turisti, le borse con le scritte pittogrammate
le cartoline smangiate dalla luce dei lampioni di Römerplatz.
Si è voltata la parola inesistente, nella rotazione delle griglie espositive
l’annullarmi sui magneti da frigo.
Sono andato in direzione del fiume con i tetti piovuti dal pomeriggio
sei barra sette minuti pensando alla solitudine che imbarca
vedersi nella vita una volta che rimane una.
***
da ANNO 2023 | NUMERO 1
*
Silvia Atzori
Maltempo
La terra distesa sotto
in attesa di niente, eppure
quest’anno piove anche a Cagliari. La grandine
terrorizza l’asfalto della centotrentuno, esplode
sul parabrezza un suono
vorace senza tregua.
Ho pensato forse d’imprevisto
si può anche morire, di schegge
d’occhi ancora affilate.
Tu hai bestemmiato il tempo, ho pensato
il cambiamento climatico. Poi
più nulla.
Tutto già assorbito da quest’aria
gialla come il mal di fegato e cancrene
degli incendi hanno bevuto
e asciugato ancora. Poche
dita d’erba accusano il cielo
come niente fosse davvero accaduto.
*
“Luce” (2020) e “Autografi” (2020) di Antonio Francesco Perozzi


*
Letizia Polini
non faranno più nulla
neanche quella forma di strada per suonare
(cambiare forma innanzitutto)
non faranno più versi animali
(cambiare lingua)
sbaraccheranno anche l’ultimo rudere
si diranno di cedere se si deve marcire
non si chiederanno più se è breve tornare
o di come riempire una faglia.
***
da ANNO 2023 | NUMERO 2
*
Laura Recanati
Pareti bianche
lenzuola bianche
corridoi bianchi.
E bianco il latte caldo nella tazza
bianca la carne nuda della compagna
bianchi i camici
bianche le pastiglie
nel bicchierino di plastica bianco.
Se socchiudevo gli occhi
strizzando appena le palpebre
ecco un nero sfarfallio nero.
Incidevo sulla scorza dell’aria
il mio geroglifico fantastico.
Nelle foto di famiglia adesso rideva
quella bambina bionda non aveva
mai pensato alla morte
non si era mai gettata il sale nelle mutande
come una prova
per resistere al dolore.
***
da ANNO 2024 | NUMERO 1
*
“Struttura / Sovrastruttura” (2024) di Luca Tommasi


***
da ANNO 2024 | NUMERO 2
*
Camilla Marchisotti
Matrioska da leggere in entrambi i sensi
[1945[1939[2024]]]
Sugli Appennini c’è un bosco e nel bosco Teresa.
Nel suo reggiseno, quando nel bosco la fermano
e chiedono che cosa fa, c’è una rivoltella cromata.
C’è una piccola crepa nella sua voce, quando risponde
che va per funghi e sugli Appennini, nel bosco,
c’è l’eco del colpo che non sparerà.
C’è un uomo a Costanza, sul confine svizzero.
Lo fermano e chiedono che cosa fa. Sul cappotto
ha una spilla del Roten Frontkämpferbund
in tasca una foto della Bürgerbräukeller.
A Monaco, nella Bürgerbräukeller, c’è una colonna,
nella colonna una nicchia, nella nicchia una bomba,
nella bomba ci sono otto morti, nei morti non Hitler.
Ci sono tredici minuti tra la morte e la vita di Hitler,
nella vita di Hitler ci sono milioni di morti,
nei morti c’è un bosco e nel bosco Teresa.
Non è vero che le cose succedono quando succedono,
a volte succedono prima. Altre volte non smettono
mai di succedere: in piazza Georg Elser, su un muro,
c’è una scritta che recita: 8 novembre 1939. Ogni sera,
alle 21 e 20, la scritta si accende e dal bar lì di fronte
i ragazzi la guardano muti, bevendo una Helles.
Sono molte le cose che possono succedere
in sessanta secondi di luce: infilare una mano
sotto il reggiseno, afferrare il calcio, sparare.
+ + +
Heidelberg 2016, Monaco 2024
per Anna
Vorrei un figlio con i tuoi capelli hai detto quella volta
a Heidelberg. Avevi ventun anni, per entrare
nel tuo Studentenwohnung bisognava togliersi le scarpe
la luce era una spada medievale che cadeva uguale
e divideva il tetto, e nella stanza il letto, e la tua faccia.
E la tua bocca era una mela, metà bianca
e metà nera: certe parole le dicevi con la bianca,
certe altre con la nera, e con la nera hai detto:
come sono neri i tuoi capelli. La Baviera
dove sono oggi, anche se per poco, venti giorni
non esiste, è solo una cerniera che ripara
gli anni, tutti: quelli neri e quelli bianchi.
Nel cortile del monolocale in cui cammino scalza
ci sono quattro alberi e uno scoiattolo.
Ogni giorno, alla stessa ora, la luce cade
uguale e taglia in due il cortile. Gli uccelli
cantano. Li ascolto sulla sedia, al sole.
A volte, dalla casa a fianco, ormai in ombra
si unisce al cinguettio il pianto di un neonato.
minima è un progetto indipendente di poesia contemporanea che si propone di indagare lo spazio poetico italiano e dargli un luogo di incontro alternativo. Le sue fondatrici e i suoi fondatori sono poetə alla ricerca di altrə scrittrici e scrittori con cui condividere un nuovo percorso. Le persone che lavorano dietro minima rimangono anonime.
minima consiste nella realizzazione di due tipi di pubblicazione: una rivista e volumi brevi nella forma di chapbook. Per chapbook si intende una breve raccolta di poesie con un principio unificante, un tema, una domanda o un’esperienza. I nostri volumi sono distribuiti sotto licenza copyleft. È quindi consentita la riproduzione, parziale o totale, delle opere e la loro diffusione per via telematica a uso personale dei lettori, purché non a scopo commerciale.














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