Sergio Daniele Donati | Lettera a Bruno di Pietro

5–7 minuti

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di Sergio Daniele Donati


Caro Bruno,

avevo pensato per questa tua Opera di scrivere una nota di lettura completa, una sorta di saggio che, anche se strutturalmente incompleto, potesse rimanere come traccia dell’enorme stima che porto per questo tuo lavoro. Ma, come sai, a volte, preferisco la forma epistolare, diretta all’autore, per meglio esprimere ciò che la lettura dei suoi versi mi ha portato alla mente e alla memoria. E ciò, lo sai bene, accade come un impulso di vicinanza che sorge tanto più l’opera che ho davanti mi trasmette al sensazione di essere davanti all’imprescindibile.

Parto da una piccola osservazione su ciò che tu metti tra parentesi, sotto al titolo.

quando verrà il passato

È certo che coesistenza e consistenza dei tre tempi (presente, passato e futuro) in ogni nostro istante e respiro è parte del pensiero filosofico antico greco, ma anche del pensiero ebraico, sia talmudico che della mistica medievale. Questo tuo dire, che potrebbe apparire ossimorico, al contrario è del tutto coerente con l’idea di esperienza che secondo più pensieri antichi l’uomo vive. Ed è ancora più vero per la scrittura poetica che ha in sé una innata potenzialità di fermare il tempo davanti ai volti dell’eterno, o, quantomeno, di estraniare il lettore dal flusso del quotidiano vivere. Da un lato siamo paradossalmente frutto in ogni istante di ciò che abbiamo vissuto, viviamo e vivremo e, dall’altro, il gesto che il nostro pennino compie sul foglio, in un certo senso, è testimonianza della stessa dinamica di eternità , tanto cara alle filosofie estremo orientali.

In una tua magnifica poesia tu scrivi

3.

Nei pressi
del pozzo sacro
resto testimone
del non essere.

Avanza
il popolo dei sogni
con la notte che domina
gli uomini e gli Dei.


e io ci vivo uno, due, mille riflessi, perché, come sai, anche io davanti ad un pozzo ho sentito un canto di trasformazione trasfigurarmi il volto e l’idea della testimonianza del non essere mi è tanto cara, ché di questa evanescenza siamo tutti composti, specie di fronte al pozzo del vero che alle volte ci capita di incontrare. Allora il sogno, nella sua dimensione collettiva e plurale, diviene il medium interpretativo di una notte che è domina, padrona incontrastata delle nostre esistenze. Proprio questa dimensione di popolo del sogno, che è tanto – ancora una volta – della cultura ebraica in cui ho immerso i miei studi è necessaria al poeta. Perché, se la parola sorge, e chissà se è vero, da una mente, la sua interpretazione, la sua ermeneutica, il suo sogno, in altra parole non può che essere fenomeno plurale e collettivo. Nell’antichità, lo sai bene, i sogni più importanti venivano riportati alla collettività perché potessero essere dal collettivo interpretati, non a un signore silenzioso che prende appunti alle tue spalle, mentre sei sdraiato su un divano. Non basta una voce, ce ne vogliono infinite, per abitare un solo sogno, e tu questo lo dici in un solo unico verso che mi ha molto ricordato da che storia io venga. Nella tua scrittura la dimensione onirica, temperata e un po’ celata dal richiamo al mito classico, è pur sempre presente. E questo celarsi del sogno nel verso è cosa davvero importante, perché è strutturale sia alla scrittura che all’esistenza del sogno stesso. Così come è essenziale una certa cecità per penetrare il mistero che tu descrivi:



17

Sono quasi cieco

eppure vedo l’essere e l’essenza

nel tutt’uno

del ramo spezzato del pioppo

immerso nell’acqua

rigenerare radici

la vita, l’esistenza.

Già perché là, dove l’immagine fissa una finzione di realtà, la quasi cecità permette di cogliere ed accogliere il divenire, la trasformazione, il cambiamento: l’esistenza, come tu stesso dici. Il poeta, dal Salmista ai contemporanei, è ben più spesso legato all’ascolto che alla visione, perché da voci è abitato e di suono è composto il suo incedere nell’interpretazione del mondo. E saper cogliere nella rottura di un ramo, la potenzialità del nuovo non è cosa che possa esser vista, ma deve essere percepita con un senso altro che necessità di un profondo ascolto del flusso di vita che ci attraversa tutti, esseri umani e cortecce spezzate. Eppure la luce ha un ruolo nel mito e nella genesi delle cose, come le conosciamo. Tu scrivi:


8


La prima luce del mondo
illumina illusioni.

Suoni di alberi
scossi dai vènti.

Fra i canneti
si intravedono i fiori
del vecchio pruno.


Poesia immensa in cui io leggo richiami ad almeno tre culture: quella estremo orientale (l’ultima terzina, al di là delle mere questioni metriche, è degna di un classico Haiku per tematica, suono e richiamo al naturale), quella del mito classico e, non volermene se insisto, quella ebraica ancora, ché in quella tua prima luce echeggia lo Ieì Or (fiat lux – sia luce) che è il primo dire della creazione. E quella prima luce è una luce che per la mistica è ein-sof (senza limite, infinita), quindi deve illuminare il Tutto, ivi compresa l’illusione cui tu ti riferisci. In questa poesia sincretica, voglio dire, riecheggiano richiami a più culture che trovano conferma nel vento che, ancora una volta, ha un richiamo alla genesi, per me. Così come mi ha molto colpito la declinazione e il ruolo che tu dai al canto in questa tua magnifica poesia



13

Ora è tempo
di abbandonare il tempo.

Ascolta il canto delle cime.
Canta anche l’azzurro
del cielo e del mare.

Nella luce che attraversa
le ombre dell’ultima notte
partono le rondini in ritardo.

Si abbandoni la tirannia del tempo, Bruno, la si abbandoni per sempre per amplificare l’ascolto di un canto sovrano di ciò che appare eterno e immutabile (le cime e il colore dell’elevazione, quell’azzurro che è nelle acque e nei cieli). Cantano un canto, che è il tuo, che ha il profumo dell’eternità della dinamica della vita, rappresentata anche da una luce che penetra e attraversa le ultime tenebre della notte, permettendo il viaggio delle rondini ritardatarie verso una primavera che è anch’essa Tempo, ma tempo di primavera e speranza, non di tirannia e morte. Son poesie sublimi queste che andrebbero recitate come mantra di esistenza ogni giorno, come canti di presenza e testimonianza dell’umano a ciò che, immensamente più grande del nostro battito di ciglia, la delicatezza e la fragilità di quel battito contempla pur sempre. Ti ringrazio per la lettura che darai a questa mia breve epistola. Nelle parole che qui non ho scritto sappi, e so che saprai, leggere l’enorme commozione che venire a contatto con la tua scrittura mi ha dato. Una scrittura definitiva proprio perché non contempla la fine ma l’uscita dal tempo come vincolo troppo urticante per i nostri respiri. Con la stima che tributo solo ai grandi Maestri – e dio sa quanto bisogno di Maestri ci sia nell’attuale mondo poetico –







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