Riccardo Canaletti | Verso la foce

2–3 minuti

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da Verso la foce (Interno Libri Edizioni, 2024)



Mi è capitato spesso di leggere, in poesia, dell’esperienza della malattia e del dolore che ne deriva, della rappresentazione della morte e della costruzione di senso che altri autori hanno elaborato, con risultati diversi, a partire dai casi di vita che li avevano coinvolti o di cui erano stati spettatori o testimoni: penso a Residenze Invernali di Antonella Anedda, o a Umana Gloria -e, più ancora, a Tersa Morte– di Mario Benedetti, volendo riferirmi a due canoni che fanno parte, ciascuno con le sue caratteristiche e i suoi esiti, della nostra formazione.

Cos’hanno in comune le opere citate, e cosa le accosta alla recente prova di Riccardo Canaletti? L’elemento di somiglianza consiste nella rastremazione della parola che si rende necessaria di fronte ad un evento capace di spogliare di senso e di significato ogni altra cosa in cui avevamo creduto o eravamo impegnati in precedenza, nella rarefazione dell’artificio necessaria a quel punto della vita umana in cui non è più possibile allontanare da noi le cose che non desideriamo, che non avremmo voluto conoscere:



*

Somigliante a una caduta
invece in volo
sulle spalle della camicia
indorata di sudore.

Ma basta non riponga
niente sulla sedia.

Finché abita indumenti
resta.

*

Tra due vertebre una crosta rossa. 

È Cristo che lo trattiene vago.

*


Sotto al lampadario
che somiglia a un monte
svilito dalla nebbia –
le cosce annodate –
coglie le proprie orbite caduche.



“Verso la foce” obbedisce alla necessità di una parola accorta, che lo accomuna alle opere di chi è venuto prima per i motivi che abbiamo descritto (i motivi principali, perché potremmo dirne ancora a lungo), ma si differenzia da esse per una sorta di ottimismo della ragione -sembra un ossimoro ma è un voto meraviglioso, soprattutto considerando gli anni di Canaletti- di amor fati, di fiducia nel Cielo e in quello che rende gli uomini somiglianti, che non precipitano il lettore nella voragine di un dolore senza motivo e, quindi, senza fine, ma stabiliscono una connessione tra la vita e l’altrove, regolano il dolore come un passaggio naturale, necessario, da uno stato di presenza all’altro: è quella Sostanza lieve che dà il nome ad una delle sezioni del libro, senza la quale non sarebbe possibile il ritorno alla vita e alle stagioni, l’avvicendarsi degli elementi, la nuova partenza dal punto in cui il fiume si libera o la risalita fino alla sorgente, come indica Nicola Bultrini nella prefazione, che rappresentano la possibilità -e la speranza- della rivelazione:


*

Ma il vero mistero sono gli uomini 
al di sopra della terra
quelli che agli occhi
dei fiori sono fiori al contrario.

Lo vedi, padre?
Uno fuma dai monti
mentre saliamo.

*

Quando la notte hai gli incubi 
(riguardano spesso
l’imprevisto felpato
che alimenti oltre gli anni)

anche io sento la paura
e nella tua paura scavo
perché ne stacchi le radici.



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