Roberto Lumuli Gaudioso | Squittii: il sangue da leggere.

5–7 minuti

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da Squittii (Terra d’Ulivi, 2025)

Nella poesia italiana degli ultimi anni distinguiamo significativi cambiamenti di prospettiva, soprattutto il radicale rovesciamento dell’idea di sublime o, se si preferisce, l’attitudine a impegnare la parola come spazio etico di conoscenza nelle cose umili e terrene. L’invito di Nietzsche a rimanere fedeli alla terra – accolto da molta letteratura che rifiuta idealismi e spettrali chimere estetiche – si è tradotto spesso in una ricerca di esperienze più legate alla materia e al suo apparire, se non addirittura alla sua degradazione o decomposizione. Il recente lavoro di Roberto Lumuli Gaudioso precisa la sua direzione già a partire dal titolo. Squittii, secondo il dizionario, sono i versi di uccelli o di altri animali: a questi si potrebbe associare il verso della rondine, come fanno alcuni, ma la prima immagine che viene richiamata alla mente è il verso dei roditori, più specificatamente dei topi. C’è una cosa che non molti sanno: i topi sono tra i pochi animali che cantano, e riescono a farlo raggiungendo le stesse frequenze dei jet: una ricerca pubblicata sulla rivista Current Biology, coordinata dalla Washington State University, sottolinea che “… i topi emettono ultrasuoni in un modo mai osservato prima in nessun altro animale”, spiega la coordinatrice della ricerca, Elena Mahrt. I topi emettono -come altri roditori- suoni per amore o per difendere il territorio, ma la scoperta degli scienziati è che il loro squittio è in realtà un insieme di ultrasuoni che potrebbe curare la balbuzie e anche l’autismo. Questa teoria trova fondamento nel fatto che i topi sono soggetti a mutazioni genetiche simili a quelle che avvengono negli esseri umani. E quindi: “quanto più sarà possibile scoprire come i roditori producono questi suoni sociali”, aggiunge Elena Mahrt, “tanto più sarà facile capire cosa accade nel cervello dei topi, che hanno le stesse mutazioni genetiche degli esseri umani per ciò che riguarda disturbi del linguaggio e del comportamento”.

In questa nuova edizione di Squittii (che comprende un certo numero di altre liriche rispetto al lavoro che lo precede) la ragione per cui Gaudioso si accosta a qualcosa che, nell’opinione comune, è brutto e riprovevole, è da rinvenirsi nel suo proposito di rifiutare tutta quella parte del “bello” che si può ritenere “ornato”, cioè ingentilito o presentato a un livello diverso dalla crudezza della materia. D’altronde, rispondere alla domanda su dove abiti il bello equivale a chiedersi due cose: innanzitutto, se esso possa “abitare” un luogo, nel senso usuale del termine e, in secondo luogo, in che cosa consista l’essenza del bello, secondo quali modalità questo si manifesta. Sono due domande profonde, su cui la filosofia si interroga da secoli.

È ragionevole partire dalla seconda, perché la domanda sul manifestarsi dei fenomeni non può che porsi come originaria rispetto a qualsiasi altra riflessione. Una certa tradizione filosofica sarebbe tentata di ricavare l’essenza del bello dagli esempi attraverso cui il bello si manifesta. Il problema di un simile approccio però è riuscire a trovare un allineamento che consenta poi, in seconda battuta, di evincere un’essenza a partire dai suoi “accidenti” contingenti.

Detto in altro modo, posto che si riesca a identificare come “belli” alcuni oggetti d’arte, o in generale alcuni fenomeni (un tramonto, una cascata, una collina o un prato fiorito), in quale modo sarebbe possibile arrivare a un’essenza comune? E, a maggior ragione, risulterebbe sensato definire un unico concetto di “bello” applicabile a tutti gli esempi fatti, e agli altri possibili?

Un simile approccio non ha condotto a nulla, nel corso dei secoli, se non all’avvicendarsi delle interpretazioni e delle teorie.

Che questo tentativo sia fuorviante, è spiegato forse dal fatto che esso dia per scontato il mondo ancora prima di incontrarlo, che si giudichi il bello come tale prima ancora di entrare in contatto con la sua manifestazione mondana, cioè con la bellezza.

Forse la bellezza dimora in uno strappo, nel trauma di una differenza, tra i fenomeni con i quali la quotidianità si manifesta e l’essere nel mondo: è il sangue da leggere che è scritto chiaramente nei versi di Roberto, la consapevolezza dell’umano quando quest’ultima sia finalmente pronta a ricevere dal mondo non solo il già-dato, ma a riflettere sul flusso ininterrotto tra noi e l’insieme degli enti che ci circondano, a osservarlo con occhi nuovi.

Ne deriva la necessità di considerare il bello non come un sentimento unico ma come un percorso di conoscenza, un cammino che parta dal fenomeno e che al fenomeno torni con uno sguardo che superi la negazione.

I

non ho versi per celebrare
non ho versi per piacerti
non ho versi per confini e bandiere
non conoscono lingua i miei versi
se non desideri d’amplessi
con la bocca contro vento ascolto loro orge
saprai leggere il mio sangue
se mi darai le spalle una notte
scriverò nella tua testa
non ho lezioni da dare
la poesia che non principia
non finisce seguita
a battere forte
sulle porte

II

luce m’acceca come onde
m’escludono l’orizzonte
il volto tuo non l’odore
o il rimestare del mare
non gela il petto tuo
non mi gela tuo seno
le mie braccia vuote
parli senza voce parole
o quale lingua arranco
ha odor di farina e zolfo
nonna impastavi sangue
e fatica e m’hai accolto
così com’ero amato
ma m’ha accecato farina
volata urla ti rincorreva
quell’uomo ti tormentava

III

grappoli d’uomini fuoriusciti dalle stazioni
invadono montesanto sfociano
regolarmente ne de la folla il caos
su un letto di basalto nero – ossi
di seppia del sottosuolo – la patetica
folla divide ospedale e mercato
maculata di sole la pignasecca
è umida si propaga
infetta il territorio circostante
secchi ambulanti come sogliole
secche urlanti gole – il grasso umido
tinge le pietre fremono di luce:
quasi si muovono anch’esse occupate
d’inoccupazione – quasi gridano, quasi cantano
dell’anziana fruttivendola la nenia
di fumo e tosse più che parole,
l’anziana transessuale contrabbanda sigarette
fende la folla con esistenza e improperi
sgusciano per un minuto forse due
il tempo d’un grido forse due per la strada
principale occhi squillanti come motorini
sui quali seggono eternamente giovani
più in là orbitano in centrali periferie
adolescenti vendendosi come pusher o amanti
finché non verranno nascosti in prigione

oreste s’è impiccato coll’elastico delle mutande

IV

il mio sistema immunitario un’insidia è
per il mondo lo disintegro pian piano
un rivolo magmatico scava vene e arterie
che goccia a goccia il mare si faccia sangue
la terra carne roccia ossa atmosfera respiro
tradurre per me in me non senza eruzioni
e bradisismi perdono resto noncolpevole
con la mia colpa viva un tempo arriverà
a spazzar via le distanze io il mondo




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