cura e introduzione di Francesco Terracciano
La contrapposizione tra idee sensibili che si fanno carne nello spazio letterario, la differenza tra visioni che fondano il mondo, il conflitto che implica la resistenza dell’Impero al modo moderno, sono, ancora una volta, una prova in favore dell’autonomia dell’opera d’arte che Zizzi sostiene dai suoi primi lavori, nella direzione dell’antirealismo e della libertà formale, della sperimentazione dei moduli linguistici e delle possibilità rivelatrici del gioco.Il poeta è qui – se proprio il poeta dev’essere qui, se proprio gli tocca di essere – uno sciamano che viva ancora per caso nell’era del dominio della tecnica, un rabdomante col suo ramo di legno curvo, uno speleologo che si addentra nelle cavità delle rocce per tirarne fuori metalli e pietre preziose; il linguaggio ha poco o nulla del codice quotidiano utilizzato per comunicare, anzi questo codice è vissuto con insofferenza se non con malcelata ostilità, tollerato come un male necessario che, però, non deve contaminare chi della parola conosca la frattura e il limite, chi abbia l’inclinazione a porsi al centro di un sistema di forze disgreganti, col pericolo che “…da un lato, […] appaia alla luce la fragilità del mondo brutalmente e che l’immanenza del senso richiesta dalla forma venga soppressa, trasformando la rassegnazione in tormentosa disperazione; dall’altro, che il desiderio troppo forte di sapere la dissonanza composta, esperita e celata nella forma, indica a una chiusa frettolosa, la quale dissolva la forma in disparata eterogeneità, e ciò perché la fragilità può essere coperta soltanto in superficie, ma non soppressa”.
Zizzi è testimone di una concezione esclusiva del linguaggio poetico, e utilizza la lingua come veicolo per un viaggio verso territori lontani, poiché lontananze e territori possono darsi solo riarticolando il discorso, facendo il possibile per mostrare, una volta per tutte, l’illusorietà del reale, la sua inaffidabilità. A questo compito, la poesia di Zizzi si accinge con uno sguardo di meraviglia per ogni manifestazione della natura, sua interlocutrice in un dialogo fittissimo e a tratti oscuro, portando l’evidenza di una nostalgia necessaria per quello che avrebbe potuto essere e non è stato ma che, tuttavia, non contempla nessuna forma di autocommiserazione.
La risultante dell’opera mostra, al suo centro, un reale scomposto e ricombinato, non più riconducibile in maniera virtuosa nel linguaggio: l’opera re-inventa gli elementi del reale, li sfibra e li riallaccia, perdendo il senso della loro unità, poi li catechizza a suo modo e attribuisce loro un nuovo codice. Così, quell’atteggiamento definito dalla critica come terrore del reale implica, necessariamente, l’assenza di un qualsiasi pavimento, una caduta continua nelle parole, un tentativo di adeguarsi alla tortuosità e all’impenetrabilità del mondo facendole partecipare alla scrittura. Zizzi sa già come andrà a finire, sa come far funzionare il racconto e i suoi ingranaggi (in questo caso, non è improprio parlare di racconto o di romanzo, e questo è il motivo per cui abbiamo citato Lukács), sa di cosa sono fatti i segni; il non essere, le angosce e gli orrori del nostro tempo – così come i suoi balocchi – non potranno mai nulla contro chi abbia il potere di sottrarsi ad essi grazie alla poesia e alla sua capacità di trasfigurazione:
Lo sguardo ostensivo di Cristo
che però non dice una parola
lo vedo in atrio sonoro
di palazzo di segreto cuore
come Santa Teresa in castello
ma non è quello di Leonardo e Moreau
è l’inverso della Croce partendo dal centro
quando leggi nel fitto floema d’un libro vegetale
dopo la conquista di province di Persia
e l’oracolo imprevisto
discesa d’ascesa senza passamano
nome apofatico impossibile
La scrittura che vuole rifondare il mondo, abbiamo detto, che è tanto più forte quanto più è immersa nelle sue dinamiche, avendo il coraggio di vedere e di indicare l’illusione della verità e della verosimiglianza, che è disincantata nei confronti della Storia: una forza del genere deve credere alle infinite possibilità del linguaggio, deve scommettere sull’eventualità che il soggetto “rimodelli il mondo nello stesso atto di vederlo e rappresentarlo”. Un’opera che pensi l’indicibile senza, tuttavia, avvertirne la pressione, non può che essere un congegno che ha il coraggio di guardare in faccia la verità, sapendo bene che questa verità non sarà mai configurabile in una forma accettabile o accessibile per tutti: né può mai aderire incondizionatamente all’indicibile, perché si situerebbe in una dimensione altra rispetto al mondo con cui è necessario confrontarsi e sporcarsi.
Il tentativo di fare una poesia che non sia accomodante, che voglia riconciliare uomo e tempo storico, arbitrarietà delle posizioni personali e dogmi, temporalità dell’essere e compatibilità con la realtà sociale, implica per il poeta un viaggio nell’ignoto senza possibilità di ritorno, un distacco definitivo dalle sembianze e dai loro limiti.
Lo sguardo di Zizzi vuole, così, attraversare tutto quanto sia stato pensato fin qui -che abbia o meno una sistemazione organica- per arrivare ad un nuovo patto con la materia, con quella ineluctable modality of the audible joyciana già richiamatain altre note critiche, dove il lettore deve solamente abbandonarsi al suono, agli elementi originari di cui è fatta la comunicazione, che contemplano in sé tutte le esistenze.
Ora il poeta, prima che sia pronunciata l’ultima parola sull’annientamento definitivo dell’uomo, scompone la parola in suoni elementari (come hanno fatto alcuni Impressionisti con la luce, in particolare Monet con le sue Ninfee) e può essere comprimario di un dio, o reclamare il suo posto, nello spazio dove si situa da sempre la poesia.
Il vocativo è il tempo del sacro
il piede deve battere su pavimento assente però
come barbule che non tengono gli amuli
ma spiega però all’avventore che è impossibile la revoca,
spiegati meglio e illustra nella stalla di vecchie vacche
la teoria del vento in pascolo
che mareggia su erbe e smuove ricacciando istmi di tratturi belanti
a ritroso della transumanza
per il volere degli elementi.
Nota bene
Una trasfigurazione
[L’insufficienza delle diottrie, il caso dell’epifania, il concorso degli elementi, duri ed irti e intransitabili e senza metafisica, sostano generalmente nell’immaginario di primo tipo, così incline al divagare perché passivo da cedere spesso alla fantasia. Si è lontani dal tornare dopo le scorribande con bottino pieno, panciuto, pascolato. Poi cosa abbiamo notato? Talvolta è stato come andare al teatro. Il biglietto, l’odore del mostrarsi prima dello spettacolo, sipario, consumazione e processo metabolico. Anche questo vanta il decoro di un discorso, il tragitto d’autobus verso la fermata dell’accenno dell’amico, della fidanzata. Stare nella folla, visti dall’esterno, come la nebulosa di un gregge nello Yorkshire di nebbia verde. Ma l’ermeneutica sulla figura è un disadattato tronfio oppure un professorino con occhiali, con cravatta, con borsa che entra in aula come faina in aia. Dovremmo valutare inoltre il modo, il clima, il tono, il tenore, la caduta. Prima della dissolvenza viene però un’altra sagoma retorica, che ristabilisce una certa solidità: si tratta di un geometra, un gromatico appassionato di centuriazioni nei campi algebrici e latini, di gestalt combinatoria, un teorico della ricomposizione. Sorride parcamente e visualizza la struttura. Va bene anche così, dice, esplicitando a gesti, a modo moderno, contemporaneo. Qui l’interpretazione è appena prima della premura di un muratore che ricuce una toppa di muro a casa cantoniera, appena dopo il birraio che malta la crescita d’un cereale staminale. È quasi tutto pronto.
E intanto si oscilla tra visibilità e visione. Intanto la folla è umida ma compatta. Tutta o a parti esige un verdetto certo. Aggiunge frazioni all’Uno. Disturba nel romorio romito prima di una sommossa]
*
Lo sguardo ostensivo di Cristo
che però non dice una parola
lo vedo in atrio sonoro
di palazzo di segreto cuore
come Santa Teresa in castello
ma non è quello di Leonardo e Moreau
è l’inverso della Croce partendo dal centro
quando leggi nel fitto floema d’un libro vegetale
dopo la conquista di province di Persia
e l’oracolo imprevisto
discesa d’ascesa senza passamano
nome apofatico impossibile
la pronuncia inudibile deve avvenire prima dell’esperienza
sul non nato prima di Natale.
Ora dimentica i fatti
il gelato senza conservanti
il giro rugginoso di bicicletta
e la svolta a giostra popolare
l’archivio dei campi andati
e il ritorno alla cifra sommaria,
scòrdati di inane infanzia.
Dimentico il nome delle folle
la somiglianza in usato convito di branco
le fabbriche umane che innalzano
secondo la legge dei materiali,
l’insonora poesia visiva
e l’altra mutante d’avanguardia
la catadiottria d’aprile che circuita su anello di pavona
di femmina al bar in sidro.
Stare in trincea attendendo
passerà come nel tiro riuscito a propria morte
d’esercito avverso
o all’interno nel colpo proprio che atterra il nemico.
Poi il mandala è lieve quanto la sosta in torre
con l’ipnopedia di ancella istruita
ma si vede sbocciare allo specchio,
ecco, il sorriso di suora bianca e ormonale.
Qui è come stare in Rebis
nell’enigma di sabbia sfingica
che mareggiata o aria smossa
scarificano sontuose,
poi si torna al letto di cenere
e segni nel deposito della morale un altro passo
verso l’uscita.
Ma l’inverso è come parelio doppiante
ché l’Uno viene prima dell’urto
della ferita sdrucita di un passaggio
prima della conferma, del passo accaduto,
anche se entri in un caffè stovigliante ed ebbro
come all’elemosina all’uscita del market
dove gli occhi sono incisi in gravine di rupe murgiana ed irte,
devi disabituare alla facile addizione,
cadere in piedi sottraendo il computo dell’avvenuto
qui c’è brusio sommosso sonoro nell’indistinto della carne mondiale.
Si vocifera in lingua della specie senza l’empiria di un’epochè
dove New York è spettrale da Whitman al Bronx di Nero macello,
chissà se esiste oltre le contrade
concluse da catene di zolle
e falene.
Il vocativo è il tempo del sacro
il piede deve battere su pavimento assente però
come barbule che non tengono gli amuli
ma spiega però all’avventore che è impossibile la revoca,
spiegati meglio e illustra nella stalla di vecchie vacche
la teoria del vento in pascolo
che mareggia su erbe e smuove ricacciando istmi di tratturi belanti
a ritroso della transumanza
per il volere degli elementi.
Stai saturnio e immoto sulla cenere del letto,
vi passa mio Padre dopo del Padre
che generò un mio altro mortale io
affaccendato nella sorpresa di un giorno
successivo all’editto di Costantinopoli
e al decesso piromantico di Giordano
insaccato dalla salumeria nel budello dell’angolo
quando piovve il 6 gennaio del ‘74
lì dove il decreto era biografia e assunzione di corpo
piovve dall’occhio di talpa di suora claustrale in speculo,
piovve dal soffitto stegolato,
nell’ammezzato,
nel torcuto vico salso di cene
nella repubblica votiva dei Santi.
Ma sai la sillaba equorea
nuotando nel mercurio dei saggi
l’intermezzo che la prassi dell’eco non confisca.
È pausa dell’ora fino al passato anteriore
riposo della vergine ricomposta in rètina
in posa ritratta in foto perenne
gialla nel dagherrotipo solare
stornata è la figura che viene dopo
nell’agguato rimordente
ma è solo ombra barocca
come una baldracca atavica
ripetente un grido d’uccello d’aia
nel cortile rallentante il moto
l’andamento del circoscritto,
suora baffuta bianca in ghigno.
Sospendi la teoria della breve memoria
slaccia le fibbie dell’impressione
di una vecchia latrina d’asilo
del contenimento di cortesia, borghesia
quanto a Napoli nel Settecento.
La cenere è isola saturnia
lo sguardo è vuoto senza naufraghi.
Michelangelo Zizzi ha pubblicato in poesia La casa cantoniera (Stampa); La primavera ermetica (Manni); Del sangue occidentale (LietoColle, serie oro) e La resistenza dell’impero (LietoColle, serie oro). Inoltre suoi testi sono apparsi su riviste e quotidiani, tra cui Nuovi Argomenti, Poesia, Yale Italian Poetry, Gradiva, l’Immaginazione, Atelier, Nazione Indiana, Il Giornale, Il Riformista, la Repubblica.









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