Giuliana Pala | Lunari

a cura di

Mikel Marini

12–18 minuti

|

Su Lunari di Giuliana Pala (ExCogita, 2025)

Multipla Luna

Come un enorme rame degli zingari
s'alza dal fiume, lustro con l'aceto;
ma giú dai tetti è pendulo bucranio
col giallo appena rosa del geranio.
Alta incredibilmente all'alba, è diafana
lisca di pesce che levigò il cielo.

(Corrado Govoni, in Lunario,
da Manoscritto nella bottiglia, Mondadori, 1954)



 

     1) Singolare e plurale

 

Il libro di poesia appena pubblicato di Giuliana PalaLunari (ExCogita, 2025), è un testo che è passato dal singolare al plurale. Nel 2022 Pala era risultata fra le tre vincitrici di Pordenone Esordi con la silloge Lunario (disponibile, assieme alle altre due di Beatrice Restelli e Arjeta Vucaj, qui), divisa in tre sezioni, di cui la prima in due sottosezioni a sua volta, che a tutti gli effetti è il nucleo di base da cui Pala ha sviluppato Lunari, portandolo al plurale con l’aggiunta di una sezione ma annullando il confine fra le due sottosezioni, che confluiscono in una sola e che mantengono quindi abbastanza immutato il ritmo in 4 del libro dalla versione “singolare” del 2022 e quella “plurale” del 2022. Oltre alla nuova sezione, in Lunari troviamo delle poesie in corsivo tra una sezione e l’altra in posizione liminale e che come In limine di Montale (100 anni post Ossi di seppia) sempre in corsivo, si rivolgono direttamente a chi legge e diventano lo spazio per rivendicazioni metapoetiche (Eppure quando dico la verità il verso inizia a somigliare al precedente), con uno zelo eccessivo quando cerca di giustificare l’esistenza di questo libro e di queste poesie che di altre giustificazioni al di fuori di sé non hanno bisogno. Con l’inclusione di tre foto in apertura a tre sezioni, una quarta foto prima dell’indice e un’immagine all’interno della sola sezione senza foto di apertura è completo il catalogo delle aggiunte, e possiamo ricapitolare: la versione “plurale” di Lunari è stata arricchita da una sezione in più, una serie di testi per rivendicare la propria poetica e un apparato iconotestuale.

 

     2) In un costante cratere anatomico ellittico

 

Di quest’ultimo vale la pena soffermarsi sulla seconda foto, che apre la seconda sezione, quella “nuova”, intitolata Buche. Rappresenta un bambino rannicchiato su se stesso dentro un piccolo cratere. Sappiamo che possiamo chiamare questa piccola buca “cratere” grazie alla prima poesia della sezione precedente, che inizia con un andamento prima da ottonario, come se fosse una storiella (tre nuclei di quattro sillabe), per entrare poi in un andamento dattilico che rende meno spensierato il tono della prima metà del verso: 

 

*

Mio cugino si è infilato in un cratere esteso alla baia lunare
e ha allungato le braccia e la schiena in quelle posizioni che danno solo pace.

Crateri scoscesi, fuori dal cerchio: niente
alla baia lunare solo i ragazzi della zona salgono in cima al promontorio
e conoscendo l’altezza si buttano a capofitto:

quindici metri in aria col costume che fionda sull’acqua:
una macchia complementare al mare.

 

Nel “Lunario” singolare, oltre a una diversa distribuzione negli a capo delle stesse parole in otto versi piuttosto che in sette come nel “Lunari” plurale, quindi con un ritmo un po’ più tirato, e all’assenza di divisioni strofiche, c’erano anche due versi in più sulle teorie del colore di Goethe e Kandinsky, che a questa macchia finale davano una concretezza da macchia di vernice; ma sono stati rimossi, e quindi nel “Lunari” plurale è come se non esistessero; o come se fossero esistiti, che sta tra esistere e non essere esistiti. Belli i due punti che dal terzo verso compaiono tre volte, dando l’idea di questo stare sul margine del promontorio prima di tuffarsi e passare in mezzo a loro. I crateri/buco ci sono; ma il cugino/bambino che (forse) si chiama John non è rannicchiato su stesso, e tiene anzi braccia e schiena allungate: sta nella posizione opposta. Ci viene il dubbio che ci sia dell’acqua, in questo cratere, e che quindi la foto che apre la seconda sezione non sia poi così affidabile come avremmo potuto pensare (e avevamo infatti pensato) dopo una prima lettura. Ma esiste lo stesso un rapporto tra questo testo e la foto: sono in qualche modo “complementari”; e qui ci viene il sospetto che Pala abbia rimosso i due versi del “Lunario” singolare non tanto per antipatia verso Goethe e Kandinsky, ma per dare più rilevanza a complementare (enfatizzando, con questa rimozione, ancora di più la rima interna al verso e immediata “complementare al mare). Dato che questa è la prima poesia non metatestuale del libro, e dato che la prima in assoluto comincia con Tutto somiglia alla volta bisognerà stare attenti alle complementarietà, alle somiglianze.

 

     3) Somiglianze e parentele

 

Chi vuole vedere nel tuffo Somiglianze coi gesti atletici di De Angelis può farlo, non so con che profitto; io più che a De Angelis ho pensato spesso, soprattutto nell’ultima sezione, al Lorca di Romance sonambulo, tra lune, acqua, monti, cavalli e vicende che trapelano, anche se qui il verso come dicevamo è più dilatato, probabilmente sulla scorta dell’esperienza di Guido Mazzoni recepita da Siena a Bologna, con Luigi Di Ruscio. Sempre a proposito di quest’ultima sezione, Somnium (Sogno), che rispetto al “Lunario” singolare ha ricevuto una scansione strofica, quasi sempre in distici, una specie di interferenza nel testo, viene da interrogarsi sulla fortuna della forma sogno (tra Corpo striato di Frolloni e Un giorno di festa di Tasca) in una forma serializzata, tanto che in “Lunari” plurale i titoli delle poesie di questa sezione sostituiscono Sominium I; Somnium II e così via che invece si potevano trovare (e possono ancora, dato che è disponibile in ebook) in “Lunario” singolare, in parallelo a un verso che si allunga (come in Pala) o passa direttamente alla prosa (come in Tasca), quasi che stare insieme a Giudici “tra l’enigma e la bugia” nel ricordo del sogno richiedesse in queste scritture uno sforzo aggiuntivo che si concretizza in un discorso amplificato che a volte rischia di suonare come un alibi non richiesto, come succede già nelle poesie in corsivo metapoetiche. Bisogna segnalare che a livello stilistico la principale differenza fra il “Lunario” singolare e il “Lunari” plurale sta nel fatto che in quest’ultimo sono state aggiunte delle divisioni strofiche, sempre probabilmente nell’ottica di dilatare il testo, in unità che vanno di norma dal singolo verso ai tre versi, che tendono a non rendere giustizia della compattezza e rifinitura delle singole poesie: sembrano distorsioni o interferenze, e a volte fanno male agli occhi mentre si legge, unitamente al verso troppo lungo per la pagina e che si deve ripiegare su se stesso (ma questo solo nell’ultima sezione). Per riferirmi a questo concetto non avrei potuto parlare di “distensione” del verso, dato che la distensione implica un rilassamento; un certo silenzio, quasi da morto. E in Lunari l’estensione, la distensione, l’allungamento della poesia iniziale sono quelli della posizione del morto a galla (“fare il morto”, come si dice; c’è una prosa poetica nel libro che parla proprio di questo), perché “facendo il morto” c’è la possibilità di avvistare i pesci cielo. 

 

     4) Il canto notturno del pesce cielo

 

Per capire cosa siano i pesci cielo bisogna leggere la terza sezione del libro, che si chiama Pesci cielo, e ricordare la complementarietà dalla prima sezione, ambientata nella baia lunare dove si fanno tuffi e si viene osservati e filmati sotto la luna, quindi di notte. L’idea del pesce cielo è un po’ questa: in maniera complementare al modo in cui le stelle si possono riflettere di notte sull’acqua, il pesce dall’acqua può quasi riflettersi nel cielo e poi essere davvero, magicamente lì: 

 

Descriptio

C’è questa nuova forma che ha preso vita nell’immaginario che non si capisce come sia fatta: sta a mollo ma come in volo come se fosse zuppa ma in alto e andasse con i palmi aperti tutta slanci e appoggi, PA PA, PA PA. Fanno dei corridoi estremi tra le nature le forme, tutto ha la possibilità di essere altrimenti [...]


  

PA PA, PA PA è il suono che fanno i pesci cielo spostandosi, e che compare solo in “Lunari” plurale; in “Lunario” singolare troviamo al suo posto “gorgoglio”, oppure niente. L’immagine non fotografica di cui parlavo all’inizio è un calligramma del pesce-cielo, costruito col suo suono:


che ricorda moltissimo il Canto notturno del pesce di Morgenstern, che Spatola incluse in Che cos’è la poesia visiva?. Ma non perdetevi in mezzo al PA PA le due barrette centrali che stanno proprio nel centro di questo pesce cielo corridoio fra le forme, che può essere altrimenti da se stesso: sono un riferimento alla prima poesia della sezione (aggiunta a “Lunari” plurale), dove si ricorda un gioco fatto a partire dalla menzione dello scandalo Watergate:

  

Water / / gate



facevo, al momento, un gioco del tutto curioso: water // gate, water // gate
e mi chiedevo se fossi sola in quel cancello d’acqua. [...]


 

Le doppie barrette entrano in mezzo alla parola come un corridoio, la dividono e la restituiscono a qualcosa che è sempre la stessa forma ma che non è più la stessa forma (la poesia in corsivo che in “Lunari” plurale introduce la sezione fa: “un cavallo non è sempre un cavallo, il bianco non è solo un colore”, collegando questa sezione con l’ultima); e Pala ricorda in questo testo una poesia di Rodney Jones che confrontando in occasione dello scandalo Watergate la sua esperienza con una certa chiusa d’acqua (appunto, un effettivo water gate) arriva a chiudere così la poesia (traduzione mia):

 

L’acqua si riversa dalla montagna e scorre al mare.
A volte me lo ripeto da solo, finché i significati se ne vanno.
Dico Watergate finché non è che acqua che si riversa per acqua.

  

come se avesse anticipato il gioco water // gate, water // gate. L’avvistamento di pesci cielo tendenzialmente è tre. Ma se nell’ultima poesia non in corsivo leggiamo: incontro quattro pesci, vuol dire che si è aggiunto un pesce cielo in più. E che quindi è possibile prendere parte a questa possibilità di essere altrimenti e forse trasformarsi in pesce cielo.

 

     5) Il tondo della vita, un buco violento che solo per te è buono

 

La sezione conclusiva si apre con la foto di un dettaglio: una striscia di terra con in mezzo un passaggio che lascia vedere altro mare oltre la roccia e una figurina nera in mezzo. Si tratta di un dettaglio dall’ultima foto del libro, quella prima dell’indice. ed è quindi talmente importante da dover comparire due volte, ma a grandezze diverse.



L’importanza della foto viene in parte spiegata dalla complementarietà che trova con il penultimo componimento della sezione che incornicia:

 

Passaggio

Secondo qualcuno c’è un passaggio da queste parti, un luogo dove si entra una alla volta
trattenendo il fiato, abbandonando nella luce le circonferenze, le forme avute da sempre.

Il viaggio avanza, fa una rotazione compiuta, e vedi le figure partecipare
equilibrarsi come fantasmi azzurri, non sono mai sicura di chi siano

rimangono gesti intravisti: un gomito, un palmo, una schiena
a mostrare che quando il passaggio è aperto

bisogna raggomitolare il corpo nella sospensione
puntare alto lo sguardo e sperare di ritrovarsi salvi.

Il cammino è un boato grosso e bisogna perdurare nelle vocali, trattenere
intatti questa forma di fiato, osservare come si perda un suono

quando sa di essere l’ultimo, quando giunto a un punto del sogno
diviene giusto che ormai si dissolva.



  

E se ricordiamo che il terzo verso della prima poesia della prima sezione era: Crateri scoscesi, fuori dal cerchio: niente possiamo notare questo ritorno del cerchio, della circonferenza (che è la forma geometrica dominante del libro), del passaggio o del buco; che con l’avvistamento di pesci cielo ha molto a che fare:

 

Avvistamento

Eccolo che passa mezzo acqua mezzo cielo eccolo
il corpo acquatico, il naufragio
l’occhio spiana un viale al mare: un abisso ordinato
e ripercorribile: che bello sarebbe farci nuovi due volte

Eccolo che dà una beccata sicura al dorso del mare
e si apre un suolo cavo, una nuova buca
e qualcuno perduto nelle fantasie corre
a fare tana, a infilarci le gambe dentro.


 

Scopriamo che sono i pesci cielo a creare le buche/crateri dentro cui distenderci, raggomitolarci e trasformarci in pesci cielo (scavando come una “pala”? Di sicuro fanno PA PA, ma qui entreremmo nel complotto): Lunari e Lunario sono questo libro tondo che circonferenza su circonferenza diventa l’obiettivo a sfera Fish Eye / Occhio di pesce che arrotonda gli angoli di quello che inquadra, e che partendo da un linguaggio ottico trasforma le cose immaginandole nel momento in cui dovessero distogliere l’occhio da sé stesse, dalla forma di accaduto a cui appartengono. Con la differenza che “Lunario” singolare ha una sottosezione che si chiama Fish Eye, mentre “Lunari” plurale, dove la sottosezione è stata inglobata dalla sezione tout court, ha una quarta di copertina: e in entrambi casi, sia nella ex sottosezione Fish Eye che nella neo quarta di copertina, troviamo questa stessa poesia, con di nuovo i due punti per tre volte che fanno il tuffo, il senso di vertigine del giro su stessi:

 

*

Filmiamo tutto, io lo faccio per te che devo farti vedere:
giro, faccio perno con i piedi puntati sulla buca

qualcosa dentro mi dice che non basta mai
decido che ci metto un saluto veloce: volto su di me

la fotocamera: sale un’onda, l’acqua si fa obliqua.


 

     6) Dimenticami, guardami nel vero

 

Rispetto alla versione singolare, “Lunari” plurale si pone il problema di giustificare la sua esistenza, tanto che l’ultimo verso del libro è questo, in cui parla un pesce azzurro che si apre strada per inciso, tra i denti: sono vero o anche, più indietro nel libro l’idea che sia richiesta prima l’uscita dal quadro / la forza piccola di dire quant’è duro il vero!, e qui Giudici fa di nuovo capolino col sorrisetto furbo: mi sembra che nei nuovi testi di “Lunari” plurale (i corsivi metapoetici e la seconda sezione Buche) risuoni la voce di Giudici: basta fare un confronto tra questa poesia di Pala da Buche:

  

Richiesta d’aiuto

Se ti esponi faccia faccia, se dici una narrazione delle tue
lo sai che finiscono per dirti che forse è vero

che se lo hai pensato esiste, pure Wittgestein lo dice
che si può trascrivere, dire, fare: metti per iscritto
componi, sfogati, dio santo!

Si allontanano sempre nella stessa maniera:
camminano nelle foci come lunghi cortei, avanzano

li vedi andare e tu nel sogno non puoi mettere dito
non puoi infilarci le mani a tirarne fuori uno

uno a caso, quello che vuoi tu
per fargli dire: anche io, cristo!, anche io, uguale

 

(i grassetti sono miei) e una delle poesie più famose di Giudici (grassetti sempre miei):

 

*

Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.
Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano
al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono
entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.
Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.



 

Se non è una ripresa è un’omologia strutturale: i problemi di Pala e Giudici si assomigliano, al punto che nella prima poesia di La vita in versiSperimentale – compare Keplero, e sempre Keplero troviamo invece nell’ultima poesia, metapoetica e non, di “Lunari” plurale, dal titolo K.O., Kepler out e che finisce con “sono vero”. In “Lunari” plurale c’è anche Cartesio, sempre in Buche:

 

L’imboscata

Quando tutto va a rotoli e inizia la corsa
come un Cartesio, un uomo dalla testa rovente

seduto in un quadro
con le ginocchia che sputano dalla tela

così ti ergerai a cercare connessioni
i modi in cui la storia viene sempre vera.

 

E come per Keplero, anche qui l’ultima parola del testo è “vero”: Cartesio del resto fa nel seicento un casino ontologico pari a quello operato da Keplero in campo astronomico, entrambi dietro al vero. Non sto a cercare di indovinare se Pala abbia voluto citare Giudici oppure no; il punto è che seguendo Mazzoni si rischia di finire ricascando in Giudici, senza magari neanche farlo apposta. Da lì, il prossimo passo è il crepuscolarismo e il suo senso liberty del fantastico: tra i cavalli bianchi di Palazzeschi (un cavallo non è sempre un cavallo, il bianco non è solo un colore) e le farfalle di Gozzano, oppure i falcon[i] da bestiario. Infatti, questa ossessione del vero, lo ripeto, contraddistingue i testi presenti solo in “Lunari” plurale, mentre quelli originali di “Lunario” singolare erano caratterizzati piuttosto dalla tuffo attraverso le forme e la trasformazione come bugia magica. Nella versione “definitiva” a stampa questi due aspetti, verità e trasformazione, non sono riusciti a essere pacificati, e si percepisce che c’è un conflitto in atto fra due istanze compositive; nonostante “Lunari” plurale con le sue aggiunte calchi il pedale sul vero, il sottofondo di bugia e infedeltà a se stessi di “Lunario” singolare resta comunque strutturalmente decisivo. E dovendo scegliere fra i due, a me viene da puntare su quest’ultimo: preferisco il centro del cerchio, dove il foglio si buca, alla circonferenza che lo delimita.


Giuliana Pala nasce a Oristano nel 1997. Consegue la Laurea Magistrale in Italianistica, presso l’Università di Bologna. Nel 2022 vince il premio Esordi di Pordenonelegge e nello stesso anno lavora come assistente e lettrice per la Georg-August Università di Gottinga. È tra i membri fondatori del progetto Lo Spazio Letterario. Attualmente vive e lavora a Bologna.


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