Rossana Ombres | Bestiario d’amore

a cura di

Luigi Riccio

14–21 minuti

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Al suo già più che meritorio cammino di recupero di vere e proprie meteore del Novecento italiano (penso a una gustosa definizione dei Sonetti d’amore per King-Kong di Gino Scartaghiande datami da Dimitri Milleri quest’estate: «un libro perfetto apparso dal nulla»), la collana Le mancuspie curata da Antonio Bux per Graphe.it somma il merito ulteriore di salvare dal macero virtuale – e a mio avviso con non poco coraggio – l’ormai introvabile raccolta con cui Rossana Ombres vinse ciononostante il Viareggio del ’74: Bestiario d’amore (originariamente per i tipi di Rizzoli). Anni di assenza dagli scaffali, come pure la sua adesso cinquantennale ricomparsa, hanno però avuto un effetto che ne amplifica – ingiustamente – la carica meteoritica di cui sopra: l’impossibilità di saggiare il ruolo di un libro del genere nel suo contesto storico, ovvero il suo essere (stata?) cartina al tornasole di certi nostri loving Seventies. Se, come credo intimamente, il vero motivo per pubblicare (o ri-) libri è comprendere che discorsi culturali facciano affiorare col proprio corpo, credo pure sia doveroso cogliere un’occasione del genere per tentare un ordine. O ancora, o meglio: capire da che punti riaprire dei dibattiti.

Quindi: in una luminosa per quanto succinta nota nel suo Poesia degli anni Settanta (1979), Antonio Porta pone l’accento su due questioni. Da un lato il «Bestiario […] può essere definito “d’amore” solo perché un amore indomabile per l’immaginario lo percorre da cima a fondo», dall’altro «l’invenzione maggiore del libro è» il suo «inferno pop», in cui si manifestano inquietanti figure pagane e semitiche e avviene, ad esempio, «la trasformazione di Orfeo in un bambino viaggiatore pendolare dell’inferno seguito da “un biscotto votivo in forma di donnina”. Invenzione ancor più infernale degli “Sacarbangeli” e dei sedili “a culo di megera” che arredano la metropolitana di collegamento». Fin qui nulla di sorprendente, se di ricorda con Stefano Giovanardi (cito da Poeti italiani del Secondo Novecento) quanta poetica dei già citati Settanta si fondò su di «una sorta di identificazione mistica con le forze della natura […], indotta dal pieno dispiegarsi della sensualità e del desiderio […] su territori lontani dalla ragione organizzata. […] Di qui la speciale predilezione, a livello tematico, per mitologie estranee alla cultura cristiana». E però, il punto sono una metropolitana oscurità inventiva e l’amore.

Cosa vogliono dire in quel momento concetti del genere? Tra la pubblicazione del Bestiario e quella dell’antologia di Porta passa, a ben vedere, la fondazione nel ’77 di quel «laboratorio che […] lasciava spazio all’invenzione, all’abisso, alla fiaba, al destino, allo spirito»1 che fu la rivista «Niebo» di Milo de Angelis, poeta pure intento a una certa immersione psichica di un quotidiano che, però e nonostante la rinuncia a qualsiasi mediazione con chi legge, resta tale, in qualche modo riconoscibile, soggetto a logiche proprie o interne – certo – ma logiche (e difatti in Poetiche e individui si parla di «orfismo metropolitano» (!), o di «linea lombarda notturna»). Passa, anche, l’uscita su idea di Porta della famigerata antologia La parola innamorata (1978, e con al suo interno anche gli stessi de Angelis e Scartaghiande), che della poesia ombresianamente intesa d’amore da la definizione di «impertinente e beffarda, indifferente ai conclami e ai conclavi della giustizia». Parafrasa Maria Borio: «sorretta da una forza immaginativa che la libera dal dogma». Due fenomeni senz’altro ben distinti – al di là di pur evidenti sovrapposizioni -, ma due fenomeni contemporanei, a sé e al nostro libro. Qui il punto: non può essere questa breve nota, né la serie di rimandi di cui è fatta, a stabilire il senso letterario di un’opera come Bestiario d’amore. Può essere, però, e in virtù di questi rimandi, uno spazio di restituzione di appartenenze in due sensi: di vocabolario, evidenziato per giustapposizioni, e di contesto. In ogni caso di creazione di corpo e non – si badi – di campo. A chi legge la sfida, ora superabile, di riprendere ipotesi e dialogo.





da Bestiario d’amore (Graphe.it, 2025)



Tempo di rondò

Il trampoliere imperturbabile
placò la terra beante ranocchie:
dopo i giuochi d’acqua del labirinto, s’alzava
un vertiginoso nido
dove le preghiere depongono le uova.

All’Angelo del sognato fui vicina
qualche secondo nella collaretta di un labirinto.
Il grado ultimo del magistero alchimistico
imparai dall’Angelo del sognato,
dimenticata alla sua fosforescenza minerale.

Ora so che davanti alle sue costruzioni
s’intorpidiscono le proterve mani tessute
dei Cherubini dell’Apocalisse:
blatte dal dorso querulo
vengono spazzate via le loro fidule
in bare per infanti si mutano le trombe marine
e i salteri, sedotti dai serpenti e dalle iguane,
diventano sonore acrobatiche tane.

Fui vicina all’Angelo del sognato
dove i pitosfori concentrici
diventano valve sigillate all’esodo.

Un dolore itinerante ha tempo di rondò.


+ + +


Un lai per il sabato sera

Murir m’estuet a grant dolur
in questa stagione forse ultima
che in mutanti piaghe lavorano i sottosuoli
colonie di embrioni secondo la loro ragione

adesso che blasfemìe e consacrazioni si prosciugano
nella loggia dei solitari
che ermetici cavalocchi auscultano
pulsazioni d’affanno
e brandelli di angore rimangono sul fondo degli alberi
a testimonianza di una biologia remota.

Una nuova nozione della vita
si gonfia per stupefatte latitudini
ed io ho ormai ripudiato
i numicini consueti lasciati a guardia della casa.

Rimasero dell’Eden pochi raggianti colibrì
e attaccarono ogni traccia di colore!
e si salvò il pavone, catecumeno delle comete
(e con quanta invidiabile sicurezza

si mise a fare il verso al moto astrale!)
e si salvarono quei bei frutti tutti rossi dentro e fuori
che dondolano dicotòmici
in suono perfetto e perfetta sostanza
ambigui superstiti della cabbalistica bilancia.

Oggi i contorni alati di Metatròn
(l’angelo dei travestimenti impervi e delle
confutabili topografie)
sono diversi, cambiati col concetto delle stelle:
un’altra intelligenza ha soppiantato quella che avevo
come per un celestiale rapimento
questa non la conosco, viene da fuori
tenuta per mano dall’ermellino senza sponde
cambia al bianco e diventa bianca
in breve tempo
inconsumabile e tremenda triaca.

Bastò una notte di martirio e dal cielo
piovvero fiammelle coi sette numeri
dei sette pianeti che lodano il Signore.
Que s’il ne m’aime par amur
Murir m’estuet a grant dolur.


+ + +


Notturno

Oggi ora in questo momento il mondo mi vola addosso.
Non ho fatto, nei giorni passati,
che guardare paesaggi
lagune isole moriture colline tronfie ancora per poco
lunghe soporose arcate accudite da gechi e lumache:
morti arcaici animali premurosi di morte cose. Questo,
tutto questo
si vede quando già
il proprio sangue naviga lontano, doppia
nella tempesta il capo Horn
quando il rossore della carne
avvilisce nella grotta del vampiro, e il seme
della continuazione
appartiene a provette grafiche
sospese in un laboratorio sotterraneo.

Le carte sparse in questo tavolo, come somigliano
alle suppellettili della morte:
questo foglio è una tibia sguarnita
e questo quaderno una lampada dove l’olio finì in fretta
in una chiarata convulsa e sbilenca;
le altre robe scritte sono abiti che il defunto
non può più indossare
e vanno per il robivecchi.

L’abito che vedete qui, usatelo per vestire il cadavere
aggiustategli sopra una ciocca di fiori che tolga
lo stantio di questi vecchi materiali da costruzione.
Vi sorrido e vi saluto col fazzoletto
affacciata da una casa lontana.


+ + +


Canzone del martirio su una breve

Diabolicamente perseverando nell’umile proposta
di cambiamento, va Ireneo al martirio:
e la vergine Tecla
fatte le dita a particola tocca inorridita il gemizio
delle stimmate appena esplose. Altre donne
vanno al supplizio
leste, con lo zinale macchiato e il lessico dialettale.

Publia, Fermina e Cleofe, frutti di campagna, peschine
alle quali porteranno via la polpa
credono che l’anima sia un gheriglio
protetto da un’ineffabile corteccia.

Vede Agnese la fatiscente basilica che illustreranno
con una tunica greve
ed un palmizio dalla giuntura perfetta;
Cecilia ascolta se mai
venisse per l’aria un richiamo emblematico:
il suono del martirio è su una breve,
nota sola
zero uovo smarrito in cerca di cova.


+ + +


Balletto sul tema
«Luogo deputato del celeste»
(per una bambina di fantasia)


………… e ora passano
tanti piccoli verbosi animali di pianura
(scimmiottano il gesto della strada che striscia!) e poi,
subito dopo, un bruco egocentrico
che gioca alla w per glorificare se stesso, e adesso
viene una farfalla ad ali chiuse
che tenta di passare per mummia di giovinetta
e cerca il posto meno sorvegliato della processione.

Intanto i profeti, amanti di favole nere,
hanno sposato le stelle comete: e consumano
giornate pacifiche. Ma tralignano
i loro primogeniti.

Gli angeli, infatti,
dalle loro carrucole a sinistra in alto
nel «LUOGO DEPUTATO DEL CELESTE»
spenzolano in un quarantotto di barricate di ciniglia
spintonandosi con le ali arcobalenate.
L’ultimo, il neonato Bethel, caparbio
cherubino della settima ora
è stato chissà da chi depositato sui gradini d’Atlantide
come un bastardo da feuilletons a Notre Dame.


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Ballata della figlia di Noè

Fu prima a toccare la terra la figlia di Noè
(gli altri temevano
che qualche inopportuna deità paludale
esigesse lo scialo d’un sacrificio umano)
e nella insicura sostanza
di germi effervescenti
lei camminava
ancora non completamente
sottratta al sogno.

… e apparve un grande chigio tappezzato
di squame cruciverbiche, e in un fiume
che si restringeva grinzandosi
due folaghe diedero un amoroso salto maculato.
Cento bernache lasciarono in volo
le loro conchiglie
che il mare aveva spinto in una secca.
S’affacciò la rana ammantata di sabbia, vorace
delle piccole prede che la quiete
aveva rincuorato; e una trota
dall’ovaio congestionato
cavalcò un mulinello
del lago ch’era già tutto rientrato nel suo stampo.
Un lungo vagito
annunciò la presenza
dell’Angelo dei Cominciamenti.

Nell’arca, intanto,
un tumulto d’euforia: l’ultima botte
è rovistata fin dentro le sue placente;
il gallo insegna
quanto è volgare e stridula la morte della notte.
Nel baldorioso sabba d’animali
si confondono grevi specie e sesso
e un vergognoso fiato
è l’incenso dello stravolto altare…

Ma ormai
il primo cespo di palme asciutto
è pronto a soccorrere creatura che voli
obelischi di vittoria sono riemerse le montagne
e risplendono sull’affanno delle distese d’acqua in fuga.
Lontano dal corrotto tanfo dell’arca
la figlia di Noè
rabbrividisce appena ai nuovi aromi:
né l’olivo lassù, a braccia aperte,
la intenerisce;
gli altri
quelli del barcone che ora naviga sabbia
gli uomini le bestie
sono in festa: e ciò che s’ode
non si sa se è nitrito o lamento di troia che sgrava
o risata d’ubbriachezza
non si sa se è ringhio o furore di lite o foia
di un coito immondo. Neppure si sa
se chi abita l’arca
ha voglia di restarvi prigioniero
o convertito a un nume capriccioso (che chiede
in cambio della libertà
l’estinzione di una specie sgradita)
cerchi d’acquetarlo con l’inganno.

Intanto lei
la figlia di Noè
sorveglia l’apprensione
dello scoglio che preme come un feto maturo
e nella bassa marea schizza fuori,
guarda una galleria di roccia
che svuotandosi diventa cattedrale.
Lei sa
che se fanno festa nell’arca, ebbene
festa non è:
distante è ancora il giorno del gran sole
(la figlia di Noè
qualche volta parlò, mentre cuoceva
focacce, con un cherubino itinerante)
quando saranno lette le parole sante
lontano il banchetto della gioia
quando si mangerà polpa di leviatano.
L’angelo dalle ali di gabbiano
– che guida con i suoi vagiti
ogni cominciamento –
s’appresta a suonare l’olifante.


+ + +


Pesce indecifrabile

Il profeta ha mangiato un uovo fresco
dopo di averlo lavato con vino
di uva onestamente vendemmiata
dopo di avergli scritto sopra una benedizione
per riuscire a ricordare ciò che ha imparato di notte
leggendo e continuando la lettura coi sogni
nel colore delicato della notte.

Ora ha pescato il pesce-indecifrabile
incunabulo sottomarino della memoria.


+ + +


Cimice prataiola

Aluqa, demone che nuota sott’acqua nei torrenti
e cerca di farsi bere
e di appiccicarsi ai piedi dei ragazzini e alle zampe
delle pacifiche bestie,
si è appiattato
fra l’alluce del piede destro d’un profeta
e la striscia di cuoio del suo sandalo.

Il profeta lo ha portato nel piede
vagando tra grassi e magri
fin quando non è arrivato
in mezzo alle stelle come stava scritto.
Il mezzo alle stelle, è un luogo
dove le ginocchia non si stancano
e i vestiti non si sporcano.

Lì Aluqa fu subito snidato
per il suo colore: solo il démone dell’acqua
aveva un colore indietreggiante, il vile
colore dell’angoscia.
Quando ricadde in uno stagno, Aluqa
fu scambiato per una cimice di prato
e inghiottito da una vecchia rana.


+ + +


Solerte animale azzurro

Stanno conciando una pelle dalle grosse macchie:
sono diventate grosse dopo. Era
un animale solerte, azzurro, con piccoli tocchi d’avena.
Figliava ogni anno e i suoi parti erano tutti limpidi
avevano tutti
freschezze ignote agli abitanti del luogo e d’altri luoghi.
Sfuggì agli altari più truculenti:
riusciva a confondersi (forse per via
di quei piccoli tocchi d’avena) pur essendo sconfinato
ora con la sabbia marina
ora con le colonie di protozoi dello stagno.

Era certamente un animale allegorico,
ma di una allegoria
interpretabile dagli eremiti millenaristi
che si rifiutano di fare allusioni al loro intuito.

Lo catturò un altare livido
che sembrava un cucchiaio per stemperare
pappe di bambini
(tanto era curvo nella parte fonda
proprio come per le bocche dei bambini!)
forse era un altare per offrire a numicini ingordi
di sacrifici esecrabili e di giuochi.

Come fumava, nel rogo, il solerte animale azzurro!
Ma la pelle rimase intatta, levigata
come staccata ad arte:
solo le macchie tanto più grosse e un morbido
odore di rampicanti.
Ora conciano la sua pelle. Ma han trovato
in canto azzurro
tutta una anagrafe di nomi di paura.


+ + +


L’annuncio

Al limite del terribile, nel vischioso sogno
d’una metamorfosi,
comparve l’arcangelo Gabriel (invisibilmente,
come accade).

Per lo spavento a lei incanutirono le unghie,
imploravano
i suoi occhi ridenti e fuggitivi
e poi
la sorpresa coagulò nelle tenere sensazioni
di Eva quando piangeva con gli animali sola
in un universo dove solo lei era donna.

Nello sfondo, luci psichedeliche già istoriavano
le piume dei pavoni
mele tremolanti di carta da parati
pendevano da alberi di polietilene mantecati di vigogna.
Una rondine col magnetofono incorporato
sorvolò una corbeille di gigli.
Ad arco sul proscenio, intanto,
come un arcobaleno pietrificato e smunto
si stendeva una pergamena votiva.

Come si ascolta l’Annuncio?
Sul melo della propria preistoria, bruciati
dentro un fuoco verde
o riposati in ginocchio in un inginocchiatoio barocco
bozzoluto di putti
il cui cordone ombelicale
si è disposto a coccarda e vorrebbe essere ali?
A imitazione del martire che manda fuori,
dalle sue tranciature, aroma di bucce d’arancio
oppure come i fossili pesci di Tiberiade
schiacciati in una tessera catacombale?


Piovvero fragole col verme affacciato
e il sole diventò buio
nel cielo che s’era fatto incandescente e mostrava
nel bianco dell’ultima fiamma
la porta in plexiglas dell’Eden.
E l’Arcangelo parlò assorto, per un buon quarto d’ora.
E la rondine col nastro inciso spostò lungo la scena
a suo piacimento
una serenata
(coprì parzialmente
la voce dell’Arcangelo, che era sommessa,
per esigenza di regia).

Le parole che riuscivano a passare
dalle melodiose maglie della serenata
erano lentiggini pallide
da leggere sul celeste quotidiano…

Diceva la serenata – rigorosamente priva
di parole – di un grand’orco delle fonde gole marine
vinto da un guarracino nato da donna
e dal tempo senza sponde,
di muri col mal caduco
che si erano torti sulle loro fondamenta
e al settimo suono di tromba erano precipitati:
era la serenata
dell’amorosa ora settima della distruzione.

Diceva, la serenata, che senz’ossa si resta
perché un profeta
ci ha fatti solidali con le più tornite fantasie:
morbidi torneremo a guardarci mutati
perché Faniel, angelo curatore degli occhi,
a noi freschi risorti guarirà il tracoma.

È ancora possibile dare annunci? diceva, infine,
la serenata. E a questo punto,
i monatti acrobati
si accucciavano nella corbeille di gigli
e una voce di speaker infagottata d’aggettivi
cominciava a comporre la sua chiosa.

Lei sola
sbigottita sulla scena
e via l’Arcangelo (a sinistra, guardando dal proscenio,
per una pertica nascosta negli sbuffi delle nuvole).

Avanti, sull’orlo degli spettatori,
due Devoti in panni turgidi, indacanti
mostrano la mappa d’una isola ventura.
Poi
un sipario floreale degradante che cala
e, dentro il buio, una figura femminile delirante…


+ + +


Città con fiori di loto e trigoli

C’è una reliquia d’acqua nella pianta
di questa città: vi allignano
fiori e frutti che un tempo furono
di un Eden minore e schivo, operato
in una remora della creazione
nella piega di un dubbio.

Si dice, qui, in questa città,
che quando cresce uno spinoso gonfiore
nessuno può dire se sarà irsuto animale o pianta
di cardo: c’è chi
in questa avventura di nascita
vede il segno della prova tralasciata
d’una continuazione verginale.

Si dice, qui, di fiori di loto
che ingrossano le loro valve di acrobatici démoni
e quando s’aprono rossi,
ecco che gli insidiosi abitatori
prendono l’aspetto di malvagi dalla faccia torva
e dalla statura piegata.

Si dice, quando in questa città si parla al buio,
di un frutto a tre punte
caparbio e d’ossuta corteccia
di un trigolo aquilino, dettaglio
di fanghi plasmabili, residui sbriciolati dall’impasto
delle prime creature
che aperto mostra un lattice selvatico
(… che questo lattice serva per ungere con profitto
neofiti che l’eresia dannerebbe
e sia la stessa linfa
che Jahoel recò sotto forma di manna nel deserto
ordinando di nutrirsene in preghiera…).

Ma qualcuno crede
che il trigolo sia una teca che raccoglie
latte di un liocorno
che primo toccò la terra mentre Noè ancora vagava
titubando col suo serraglio
un liocorno che scese dal vascello
del risplendente démone Lilit,
terrore di tutti i démoni rozzi e opachi:

che Jahoel
lottasse con Lilit, bianchissima figura femminile,
per il possesso del liocorno,
e che per segno le lasciasse
l’ossessione di un sogno unico e uguale.






da Poesia degli anni Settanta (Feltrinelli, 1979)
a cura di Antonio Porta


So che è facile dire che un libro è “tra i più singolari” usciti in questi ultimi anni, ma è anche la verità. La personalità di Rossana Ombres non è semplice da decifrare e non è questa la spiegazione semplice della sua singolarità. Quello che colpisce, al di là di certe superfici neo-liberty, con alcuni recuperi preraffaeliti, di notevole eleganza (come quel: “Vi sorrido e vi saluto col fazzoletto / affacciata da una casa lontana”) è la natura demonica e notturna del suo Bestiario che può essere definito “d’amore” solo perché un amore indomabile per l’immaginario lo percorre da cima a fondo, col senso dato a questa parola da Hieronymus Bosch, che faceva esplodere l’orrore con una fortissima carica ironica dilatata fino al grottesco. La visionarietà della Ombres rimane all’esterno e esplode dentro per spandere nel mondo della superficie un gran quantitativo di veleni. L’invenzione maggiore del libro è la trasformazione di Orfeo in un bambino viaggiatore pendolare dell’inferno seguito da “un biscotto votivo in forma di donnina”. Invenzione ancor più infernale degli “Sacarbangeli” e dei sedili “a culo di megera” che arredano la metropolitana di collegamento. Sì, quello della Ombres è anche un inferno pop ma non per questo perde il suo significato di lacerazione , di frattura, segno di contraddizione tra la vita e la morte, dove passano le ombre di ciò che non possiamo più afferrare. C’è una matrice di cultura ebraica in questa visione, è evidente, ma è la conquistata autonomia delle proprie ascendenze etnico-religiose che riesce a turbarmi.

A. P.



Rossana Ombres (Torino, 1931 – Livorno, 2009) è stata una poetessa, scrittrice e giornalista italiana. Dopo l’esordio poetico con Orizzonte anche tu (1956), si è imposta con raccolte come Bestiario d’amore (1974, Premio Viareggio), caratterizzate da un equilibrio tra sperimentazione e rielaborazione di tradizioni religiose ebraiche e cabalistiche. Dagli anni Settanta ha affiancato alla poesia la narrativa, pubblicando romanzi come Principessa Giacinta (1970), Serenata (1980, ora di nuovo in libreria per Fernandel con la cura di Jessy Simonini) e Un dio coperto di rose (1993), apprezzati per la fusione tra immaginazione e rigore stilistico. Collaboratrice de “La Stampa”, ha sempre mostrato un forte legame con le sue radici piemontesi e calabresi. La sua opera, tradotta in diverse lingue, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Sila, il Selezione Campiello e il Grinzane Cavour.

  1. Maria Borio, Poetiche e individui, Venezia, Marsilio, 2018, p. 126. ↩︎


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