Camilla Marchisotti | Corpocollina

a cura di

Mikel Marini

10–14 minuti

|

,

Alcuni testi da Corpocollina (Arcipelago Itaca, 2024) di Camilla Marchisotti

Corpocollina (vincitore per la categoria Opera Prima dell’ottava edizione del Premio “Arcipelago itaca”) comincia già dal titolo a mettere in relazione immaginari differenti a partire da una doppia chiave, biografica e letteraria. Infatti, se da un lato la collina del titolo trova un riscontro immediato nel primo testo in versi della raccolta, con una poesia incentrata sulla figura del “nonno tredicenne, / nascosto tra le foglie, lanciava pietre giù ai tedeschi” e le colline che ricordano quindi quelle di Pavese e Fenoglio, luogo di memoria storica della Resistenza, dall’altro lato le colline che invece compaiono nella sezione eponima e conclusiva del libro sono quelle intorno ad Atene, con uno spostamento radicale sia dell’asse geografico/letterario che geografico/biografico: entra in gioco l’opera di Ghiannis Ritsos, e l’esperienza abitativa ad Atene di Marchisotti stessa (non c’entra il precedente dell’Atene della Resistenza mancata di Sereni). L’idea che passa è quella di una storia come geologia: non come linea retta ma accumulo, strato a strato. Sull’importanza che il tema dell’abitare riveste in questo libro si è già espressa Carmen Gallo nella prefazione a Corpocollina: “Ma è dopo la paura e il disorientamento, di sé stessi in uno spazio ignoto o di sé stessi in relazione a quello spazio ignoto che sono gli altri, che può cominciare e ricominciare il viaggio nelle lingue, nelle voci, nei corpi: «Le parole sono conche nel paesaggio / sono canti tormentati dalle tarme / Io mi sdraio e finalmente dormo / nella tua u rovesciata di collina». Eccolo il corpo-collina, tutto inscritto nella lingua rovesciata dell’altro, nuova «casa / dentro alla collina», in cui esercitarsi a restare, convivendo con briciole e rovine: «Ripeti: abitare è un esercizio di pazienza»”. A livello strutturale il libro è configurato in tre sezioni, di cui la prima alterna testi in versi scritti sia in italiano che inglese; dei testi in inglese non viene data una traduzione dall’autrice, ma rispetto a quelli in italiano si riscontra un forte scarto nella scansione del discorso. Le poesie italiane sono scritte con un senso della lingua e un gusto per la parola esatta, in un sistema capace di accogliere tecnicismi ed esotismi come nella poesia “I miei figli”:

I miei figli

A volte faccio sogni di immobilità:
comprare questa casa di via Mezzofanti
vederci vivere i miei figli
vestirli con fuseaux fiorati
pantaloni alla zuava, salopette in feltro
Portarli a scuola la mattina
a nuoto il pomeriggio, poi a letto
Spalmare la nutella sopra il pan bauletto
pensarsi come il gesto ripetuto della lama
che si immilla nella scatola dei giorni


“Fuseaux”, “pan bauletto” e il dantismo “immilla” sono espressione della convivenza di registri differenti in unico testo, sulla scorta di una ricerca linguistica che per certi aspetti può ricordare quella di Federico Italiano, soprattutto nella Grande nevicata (Donzelli, 2023) (ad accomunarli c’è anche un parallelo interesse per l’aspetto geografico, tra la Vienna di Federico Italiano e l’Atene di Camilla Marchisotti, che forse è anche quello con cui deve fare i conti chi porta avanti un progetto di ricerca nell’ambito accademico, con tutti gli spostamenti forzati che comporta); sempre al livello formale, un altro aspetto di somiglianza fra i due riguarda la scansione delle strofe del singolo componimento. Se Federico Italiano negli anni è andato a sviluppare una forma poetica che rende “chiusa” la metrica “libera” in un reticolo di strofe con lo stesso numero di versi, spesso in forte contrasto con la sintassi, Marchisotti non sembra invece porre al centro della sua poetica questa preoccupazione; nonostante questo, nella fase finale del libro troviamo una poesia divisa in quartine:

humn> hymn + ύμνος

Mi sporgo sullo schermo del computer
con l’acribia classificatoria di un botanico
di un entomologo, e gli insetti sono
le parole-coleoptera trapunte dai miei spilli

Soprattutto mi interessano le deviazioni
camere d’aria della lingua fanno bene
come i batteri che proteggono la flora
S’aprono crepe alle parole, sono bucce

su cui scivola l’inconscio. Sono inciampata,
giusto l’altro giorno, in un Verschreiben
(lapsus di scrittura), anzi un tuo inciampo
nella traslitterazione. Scrivi, in inglese:

“humn”, ma basta sollevare un po’
la pellicina per ritrovare in quella u
l’azione carsica, erosiva della upsilon:
humn> hymn + ύμνος

Hai ragione, le parole sono strati
io mi sporgo sullo schermo del computer
ne prelevo dei campioni
ché parlarti è un carotaggio

Le parole sono conche nel paesaggio
sono canti tormentati dalle tarme
Io mi sdraio e finalmente dormo
nella tua u rovesciata di collina

che per certi aspetti ricorda parti di quest’altra poesia di Federico Italiano, da L’invasione dei granchi giganti:

La nuova lingua

Un nuovo vocabolario, una lingua di melanzane
e carote volevi, senza kappe né dieresi,
accentuata, soprattutto grave,
dove l’essere accelera
verso Oriente sulla terza persona
(a volte un esso, lo so, non scherzare,
il neutro è cosa seria
anche se ectoplasma nei miei polmoni).

Vennero il prossimo e l’imperfetto, ma non m’accorsi
del tuo salto grammatico, non diedi spiegazioni
al futuro e in legioni si pararono
i diari, le tue repliche al passato, confusioni
tra continui e derive del perfetto.
Nemmeno del pronome mi ricordo,
eppure d’un tratto c’erano tutti
i dativi a me piace
il pompelmo
, gli accusativi, vèstiti,
i dominativi ne voglio ancora.

Ricordo l’evoluzione semantica, il duello
idiomatico, sull’in bocca al lupo,
la resistenza metaforica al dato,
la risposta all’ottativo
(sì, quasi come le crêpes in Bretagna),
la prima condivisione dell’ira
e la pace filologica:
pensare nella lingua e non per la lingua.

Relazione lessicale, la nostra, mio melograno,
mio pòlipo, culinaria, hai sempre amato
una certa alchimia da fornello.
Una comunicazione ipotattica, disciplinatamente
ternaria, indoeuropea.
Quando poi
entrai nella tua lingua, fu più dolce
ancora il fraintendere.
Mi sottomisi ad un verbo ippico, guerriero
che poteva dividersi, slogarsi
nella frase principe, comprendere il tutto
in un abbraccio di radice
e prefisso, subordinando
gli altari del soggetto ed i pascoli del complemento.

Con te presi a fumare, con te, nuova e medesima lingua,
le ho fumate tutte, fino al bruciore
notturno sotto la laringe, fino
al raschio verticale.
Le ho aspirate
per sbloccare la vita del batterio fonetico
agitare il rājā, rex, rīx dei miei avi,
l’arciere sàrmata e l’auriga vedico
che ancora errano tra le catacombe dei mie polmoni.

Passando alle poesie in inglese di Marchisotti, si nota subito che, rispetto ai testi italiani più consequenziali, c’è maggiore spazio per la metafora, per un elemento surreale che irrompe nel libro e crea un nuovo orizzonte di attesa. Di seguito riporto a titolo di esempio una traduzione da una di queste:

Cantare

C’è un bebè non voluto nella casa
proprio nel centro del soggiorno
i suoi capelli di bebè orientati a Sud
i suoi piedi come conchiglie

La signora in perle a imparato a muoversi
attraverso lo spazio, così da non dovere mai
incrociarlo. L’ha resa la sua specialità,
una forma d’arte che lei sola padroneggia:

ora ci sono intagli sul pavimento,
sottili linee scostanti, come segni attenti
che uno trova in miniature di legno medioevali
cammini per superare il disastro

Di notte, le talpe attorno alla casa
banchettano col terriccio su cui poggia
scavando tunnel. Dalle cisterne
di fuori, le rane fanno il tifo


Una quantità tale d’acqua
non andrebbe lasciata ferma mentre nessuno guarda. Movimento:
questo è quello che siamo educati a temere da una tenera età,
ma un pericolo ben maggiore viene dall’immobilità

Il bebè non si muove
a volte canta – a-ga!, a-da! -
i suoi balbettii intonati
al cantico delle rane

Quando succederà il collasso
i migliori ingegneri della città
ne incolperanno le talpe,
i tunnel

Ne incolperanno quella signora frenetica
che era andata calpestando il suo terreno
così furiosamente e senza nessuna ragione
che alla fine lo aveva fatto cadere
trascinandosi lei stessa dietro con sé

Dimenticheranno il bebè
come dimenticheranno le rane
Nell’aria ferma il più tenue sentore di kiwi
nessuno le sentirà cantare
da dentro le loro cisterne


Come nella poesia prima citata di Italiano, anche questo è un esempio di “pensare nella lingua e non per la lingua”: la maggiore disponibilità al surreale e alla metafora dipende dalla lingua scelta, che porta con sé tutto un altro tono, da favola nera contemporanea. Rispetto alla sezione centrale, strutturata come una serie di inserti diaristici, nelle poesie in inglese c’è un senso più convincente di ambiguità che fa venire voglia di rileggerle; nella sezione diaristica succede qualcosa di simile quando viene posto il problema: “Se il passato riempie, il futuro ___?” La risposta, viene da dire, è “svuota”: e se consideriamo che questo è il punto del libro in cui cominciano a comparire le prime fotografie (Corpocollina è infatti un fototesto) significa che dobbiamo fare necessariamente i conti con un certo svuotamento della parola scritta, che rispetto all’immagine che la integra, affianca, completa o capovolge è costretta a fare i conti con una sua dichiarata insufficienza. Qui si trova un esempio: https://www.argonline.it/genealogie-sradicamenti-ricognizioni-camilla-marchisotti-passaggi/ di questi passaggi diaristici; invece, per leggere i primi movimenti della terza sezione, anch’essa corredata da fotografie realizzate da Marchisotti, potete andare qui: https://www.labalenabianca.com/2022/01/24/mappe-atene-un-esercizio-di-pazienza/ . La sezione eponima del libro comincia infatti con il resoconto il resoconto del viaggio ad Atene, con il passaggio dalla prosa di diario a quella di viaggio, che può far venire in mente qualcosa di simile alle graphic novel di Guy Delisle, con i suoi reportage che ricostruiscono incontri sul luogo e le problematiche che fanno intuire, ma lasciandoli un po’ lì, abbandonati a se stessi come cose che vengono colte nella loro paradossalità senza la pretesa di dirimerle e con un forte impianto didascalico, nel senso anche della didascalia del fumetto: una cosa che vuole impartire qualche insegnamento ma che non viene pronunciata, che è retta comunque da una forte intenzionalità, una chiara focalizzazione di chi esperisce qualcosa e lo mette in ordine.

Da Cronache birmane, Guy Delisle
Da Corpocollina:

E ancora per le strade muoiono i ragazzi
Frotte di poliziotti a Kolonaki, nei quartieri ricchi
appoggiano sui marciapiedi scudi in plexiglas
con sopra scritto ΑΣΤΥΝΟΜΙΑ: visto da un fianco
il Licabetto è una testuggine di plastica
una navicella aliena ch’è precipitata lì
quasi per caso, dallo spazio, e ci è rimasta
a troneggiare sulla piana, a minacciare Exarhia
come un polipo, una grande massa tumorale
Dalle tendìne dei palazzi, gli abitanti incapsulati
osservano la scena. Attorno alla collina
i poliziotti fanno pausa pranzo, masticano,
scorrono Instagram sui cellulari: è una fantasmagoria
di pane e carne sotto i denti, scherzi ed insulti,
commenti, pacche sulle spalle: sono ventenni
come i ragazzi morti sulle spiagge, sulle epigrafi,
pensano a Eleni, ad Agathì, a quella ragazza bionda
che forse incontreranno a fine turno
Έλα τώρα, αγαπητέ μου, gioca anche tu
alla lotteria, interpella la fortuna:
finirai tra i sommersi o tra gli indenni,
tra i figli di Abdullah o di Giannis?

L’ultima sezione di Corpocollina si apre alla coralità: quella di persone che vengono da posti diversi, ciascuna con la propria lingua d’origine, che si siedono attorno a un tavolo e condividono un luogo abitato, di cui sono gli/le abitanti, e la lingua di Marchisotti asseconda questa apertura, con una poesia in greco, un’altra francese, e con un testo conclusivo configurato come un testo teatrale, un “corpo a corpo” in forma di dialogo tra A e B costruito sull’associazione fonosintattica a partire dalla parola “corpo”:

A: Corpo lontano-ontano…ontano: – Oh!
Non più. Corpo risorto, esposto, sporto:
orto? Rifiorito esperito esperto.
[…]
B: Corpo mio corpo, non più: fuori
corso. Corso del corpo interrotto

“svuotando” la parola per rioccuparla. Probabilmente il problema principale di Corpocollina è un eccessiva varietà delle strutture testuali: diario, libro di viaggio, poesia in prosa, testi in inglese, francese, greco, poesia memorial/familiare, testo teatrale e fototesto tutti insieme rischiano di generare una confusione eccessiva che ultimamente ricade al discapito del lettore; cosa che però viene controbilanciata dalla forte coerenza tematica, dalla solidità dell’impianto strutturale e dalla riuscita dei singoli testi. Con questo esordio Marchisotti cerca di operare una messa fuoco sul mondo che non lasci oggetti sfocati sullo sfondo; per riagganciarsi alla fotografia, è un procedimento che ricorda quello utilizzato da alcuni fotografi per realizzare foto di paesaggi o di soggetti talmente estesi da venire recepiti come paesaggi. Dal momento che in questi casi non è possibile ottenere un singolo scatto che valorizzi tutti gli elementi rilevanti (qualcosa rimane sempre fuoco, ci si concentra su un oggetto a discapito degli altri), la soluzione è quella di scattare diverse fotografie per diverse aree del paesaggio che in un secondo momento verranno riassemblate, come se si trattasse di un mosaico o un puzzle, per incastri, in modo da ottenere un’immagine “impossibilmente” perfetta. Marchisotti procede in maniera analoga, con messe a fuoco differenti in Genealogiche, Cronologie sradicamenti ricognizioni e Corpocollina per poi accostarle nell’oggetto libro, per un orizzonte dove storia personale, familiare e civile non coincidono, ma collaborano alla realizzazione di un quadro più ampio che però, a differenza della tecnica fotografica prima ricordata, lascia visibili i punti di sutura. Sugli sviluppi futuri della scrittura di Marchisotti bisognerà vedere quali di queste forme testuali prevarranno sulle altre, o se invece non permarrà questo impianto strutturale polifonico e aperto a una pluralità di espressioni per rendere conto di una pluralità di materiale rappresentabile e orchestrabile proprio in virtù della sua polifonicità.



Camilla Marchisotti (Aosta, 1993) vive a Bologna, dove studia, insegna e scrive. Dopo la laurea triennale in
Lettere moderne e quella magistrale in Italianistica, attualmente sta finalizzando la sua ricerca dottorale sulle sopravvivenze e le funzioni della tradizione pastorale nella poesia europea contemporanea. Collabora con lo “Spazio Letterario”, associazione culturale per cui cura il progetto “Sommerse”, una rassegna sulle scrittrici italiane del Novecento, e fa parte della sezione “Traduzioni” della rivista on-line “L’Almanacco”.


  • Minima Comune | 1.2 | Amo noiii

    Minima Comune | 1.2 | Amo noiii

    A cura di Luigi Riccio e con con Mikel Marini su Noi (Alessandro Broggi, 2021), Loro (Sergio Rotino, 2011) e Voi (Umberto Fiori, 2009)

  • Ali Fatmi | Una casa blu

    Ali Fatmi | Una casa blu

    Condividiamo alcuni estratti da Una casa blu (CartaCanta, 2025) di Abbadi Ali Fatmi, e una nota di lettura sull’ultima poesia del libro. I perimetri delle…

  • Giancarlo Busso | Campagne

    Giancarlo Busso | Campagne

    E invano niente è mai vissuto, io ciabattante acchiappamosche     getto la mia parola d’onore a difesa di un credo di piume,    …


Rispondi

Scopri di più da Inverso - Giornale di poesia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere