A che paragonare il cuore?
Su Hagiwara Sakutarō, All’anima in ascolto (La noce d’oro, 2025)
a cura di Atsuko Azuma e Cristina Patregnani
Il cuore
A che paragonare il cuore?
È fiori di ortensia;
Se sbocciano un giorno in rosa,
Invano del color malva si rammenteranno.
È anche una fontana del parco all’imbrunire;
Al suono dei passi dal rumore senza rumore
Si rattrista della solitudine,
Afflitta e inutile.
Ah, a che paragonare questo cuore?
È una coppia di viaggiatori;
Ma un compagno rimane muto.
Così è la solitudine del mio cuore.
Interno
La natura morta, con l’ira nel cuore,
Piange sulla sua superficie:
All’occhio bianco del piatto appare
Freddo il verde accanto alla finestra.
La tartaruga
C’è un bosco,
c’è una palude,
c’è l’Azzurro
e nella mano umana pesa
una tartaruga d’oro puro che dorme in silenzio:
resistendo il lucido
dolore della natura solitaria
s’immerge cieca nell’anima umana,
sprofonda nell’alto Azzurro1.
Flauto
Lassù tra i suoi rami un alto pino suonò il koto
Abbracciandolo ne pizzicò le corde
Con un dito come per stendere del rossetto.
Ah, nell’intreccio di note e di tocchi si udì
Quel flauto, che era in cielo.
Col suono nitido in questa notte di brina
Rischiarò la cima dell’albero di pino
E ai pensieri ardenti di chi soffriva
Fece apparire la figura del rimorso.
Quel flauto era in cielo.
Il fiume Hirose
Il fiume Hirose scorreva bianco,
Ogni illusione svaniva col tempo.
Cercai, col filo, di pescare la mia vita
L’altro giorno, sulla riva.
Ah, quella felicità era andata lontano,
Pesci piccoli, alla velocità di un lampo.
Corvo del nulla
Io in origine sono corvo del nulla.
Sul tetto alto del solstizio d’inverno, col becco aperto
Ululo, come un gallo di banderuola.
Conosco forse le stagioni o ancora meno,
Ma è tutto, ciò che io non ho.
Verità senza lingua
In una lanterna magica, dove cadeva la neve pallida sul paesaggio quieto, silenzioso, colsi una verità. Ebbi la sensazione di “verità senza lingua” che non possa parlare, come se fosse perpetuamente afflitta. Sentii la triste figura del gatto azzurro che si allontanava tra le ombre del paesaggio, della lanterna magica e della neve che cadeva.
A che paragonare il cuore?
La poesia di Hagiwara Sakutarō, i gatti azzurri e il nichilismo
Chiedersi a che cosa paragonare il cuore, per Hagiwara Sakutarō, equivale a chiedersi cosa sia il cuore. Non cerca una metafora che traduca la realtà, preferendo piegare la stessa realtà alla metafora, trovando nella rappresentazione la sua forma di espressione privilegiata. Non sorprende quindi, scoprire che Sakutarō Hagiwara fosse particolarmente legato dell’opera di Arthur Shopenhauer. Esattamente come per il filosofo, anche il pessimismo del poeta non va ridotto a un semplice “cattivo umore”, ma va letto innanzitutto in chiave epistemologica. All’occhio bianco del piatto appare / freddo il verde accanto alla finestra, vale a dire:
“Per lui (il soggetto) diventa allora chiaro, e certo, che egli non conosce né il sole né la terra, ma solo un occhio che vede un sole, una mano che sente una terra; che il mondo da cui è circondato non esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a colui che rappresenta, il quale è lui stesso”.
(Da: Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819).
Hagiwara Sakutarō, analogamente al soggetto-occhio Schopenhaueriano, non cede alla tentazione del solipsismo, ma si dispera sapendo di non poter diventare tutt’uno col sole, non poter scomparire con la terra. Soffre tutto il dolore del mondo, ogni sua ferita, che si traduce nella separazione delle cose. Se si intuisce l’esistenza di una verità unica, questa è sempre senza lingua. Eppure, la tartaruga d’oro pesa sul palmo della mano, pesa realmente, prima di immegersi nell’anima umana, sprofondando nell’azzurro del cielo, quasi tra le due, finalmente, non ci fosse differenza. Lo scarto più significativo, qui, ancora più significativo di quello fenomenologico, è rappresentato dalla parola insufficiente a trovare un paragone:
Ah, a che paragonare questo cuore?
È una coppia di viaggiatori;
Ma un compagno rimane muto.
Così è la solitudine del mio cuore.
Un ventricolo che pulsa, l’altro no (non è proprio la stessa cosa). Uno dei due viaggiatori rimane in silenzio, o forse in ascolto, come vorrebbe evidenziare il titolo del volume. Se c’è un equilibrio, nelle poesie di Hagiwara Sakutarō, è un equilibrio spietato: un mondo in ascolto rende possibile l’esistenza dell’autore e ne decreta la solitudine, lo trasforma in “Corvo del nulla”, per cui tutto è ciò che non ha.
Poeta, scrittore e musicista, Hagiwara Sakutarō (1 novembre 1886 – 11 maggio 1942) viene considerato il padre della poesia moderna giapponese. Fu un profondo e rispettoso conoscitore della poesia tradizionale giapponese, dalla quale però si distaccò, apportando il suo personale contributo alla corrente di poeti che veniva già catalogata come “dei versi liberi”. Istruitosi anche sulla poesia cinese e sul pensiero occidentale, con la prima raccolta, Tsuki ni hoeru (Ululando alla luna, 1917) trasformò in maniera definitiva la poesia moderna giapponese liberandola da elementi formali che ancora resistevano nei cosiddetti versi liberi, come la scelta di un lessico arcaico e il ritmo tradizionale delle sillabe.
- Il termine «Azzurro» corrisponde alla parola giapponese 蒼天 (sōten) che significa “cielo azzurro”, talvolta quello primaverile, ma anche la “divinità celeste”; si differenzia dal semplice “cielo blu”, 青空 (aozora). Si avvicina al senso mallarmeano della parola, quello che egli definì l’Azur. ↩︎








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