In simpatia, Francesco Maria Tipaldi, di cui è notoriamente complesso trovare sul mercato i libri e che di cui in ogni caso l’ultima raccolta (Spin 11/10, pubblicata da LietoColle nel 2019, e che è poi il modo in cui io stesso l’ho conosciuto), dopo un periodo certamente prolifico, risale ormai a sette anni fa, mi (per motivi chiarissimi tra dieci parole) e ci invia in sicurezza totale un testo inedito sulle uova: che farne? Mi sembra, auspicando una prossima e più agevole leggibilità dei suoi testi, l’occasione più adatta per chiedersi come in effetti vada letta una poesia tipaldiana, esperienza decisamente abbastanza sui generis – in un panorama postnovecentesco comunque ben poco abituato al close reading, pur con qualche eccezione – da poter risultare, altrimenti, piuttosto straniante, e per tipo di movimento e per scelta di immagini e temi.
Alcuni dei testi più celebri di Tipaldi (penso soprattutto ad alcuni di Spin 11/10 come (MISSIONI) o a Nonostante mi fossi battuto per evitare il giallo) funzionano innanzitutto per rilancio costante di una provocazione o – meglio – di un’immagine provocatoria perché, pur pacificamente realistica («il giallo esondò / con formidabile forza (banana) // giraffa, zolfo brodo granulare, ma anche canarino») portata alla fine a conseguenze completamente scollegate, ma mai del tutto illogiche («gli ufo sono come gli insetti / numerosissimi, ti si scagliano addosso se vedono il giallo» sarà anche una boutade, ma non anche qualcosa di smentibile). La variazione più diretta di questo modo di procedere è la giustapposizione, anche qui potenzialmente infinita, di veri e propri trivia o dichiarazioni pseudo-biografiche più o meno plausibili o visibilmente false, ma non per questo completamente lontani dalla realtà («i lama sputano anche quando nessuno li vede, neanche un altro lama // posso giurare di aver visto pisciare un uomo senza testa»). Succede, naturalmente, anche in questo caso («contenitori in plastica, cartonati, galline felici e razzolanti classe A / senza antibiotici / mangiano semi di lino, paprika la domenica, vengono dalla Emilia Romagna / a mezze dozzine, in pacchi da dieci / […] Tirare uova / nel ventilatore, bellissimo. Uova profane. L’apparizione delle uova / a colazione / in un hotel a Lourdes. / L’uovo che cadde sulla testa di Isaac Newton nella cucina della nonna»), ma credo che il punto fondamentale sia comprendere le motivazioni di un gesto del genere. C’entra senz’altro una genuina volontà comica («Bruno Barbieri è una gallina?», con il corsivo d’autore che non rende giustizia alla performance vocale del verso) che accomuna queste lunghissime serie di mental gymnastics al trashtalking di pensieri intrusivi e claudicante aneddotica al centro di progetti come i Consapevolezza, che fanno proprio di un serratissimo non sequitur, e perciò di un uso spastico dell’inarcatura – perché tematico più che sintattico -, il motivo di propulsione maggiore per chi legge, mosso quasi a voler seguire l’odissea di singole immagini in costante e spesso decontestualizzata capfinidura1 («Vi ricordate il tipo di Pineapple Pen? Beh, era cinese. / Se in casa non ho nulla da mangiare faccio la caprese. / Le microplastiche non esistono, io non le ho mai viste. / […] / Perché sotto la doccia si balla? (No zi’, aspé, rifammo, rifammo) / Volevo dire: “Si canta?” / Perché se non c’è il gatto il topo balla? / Perché a fare le regole era quello che portava la palla?»), ma la faccenda è più complessa di così. innanzitutto perché prima o poi, anche solo per pura estensione materiale del supporto su cui esistono, queste serie devono concludere.
Ora: il tema centrale di tutta la produzione di Tipaldi è, per certi versi, il disgustoso (o meglio, la sensazione del disgustoso). Già questo avvicinerebbe la struttura seriale di questi testi, esplicitamente mossi da una ricerca spudorata delle immagini, al piglio documentaristico quanto teoricamente di intrattenimento di shock-movies (ma anche mockumentaries, documenari fittizi, se restiamo sulla plausibilità del non-reale) come Mondo Cane, fatti appunto di sequele di curiosità più o meno disgustose, più o meno collegate tra loro e più o meno vere. Anche, proprio per la sua carica innanzitutto visuale, per questa ricerca della ‘freschezza’ e per il suo affastellarsi a-narrativo, si potrebbe pensare a una scrittura barocca, e che in effetti dal barocco trae materiali vitali («Gli occhi umani sono uova amico, senza abitanti e noi vediamo solo la loro / punta colorata del cazzo» non è per nulla diverso da queste ottave de La creazione del mondo di Gaspare Murtola: «E come il Torlo colorito, e rosso, / de l’Uovo abbraccia il molle bianco, e puro, / come quel Bianco poi liquido, e scosso / ha un lieve intorno Pannicel maturo, / come quel Panno trasparente adosso / ha il guscio assai più candido, e più duro, / e con quello composto unico, e tondo / fa di quattro Elementi un picciol Mondo; // così quello humor chiaro e cristallino / de l’occhio»). Si tratta però di un disgustoso specifico, che adopera sintomi più evidenti (l’abietto quando non il gore, sostanzialmente la marcescenza, e fin dagli inizi, se si pensa al «fango fetale» e ai topi che già costellavano Humus (L’Arcolaio, 2008). è una produzione anche e soprattutto di diarree, tenie e peni rossi di cani) per parlare, in realtà, di ciò che implicano come meccanismo. La marcescenza, infatti, è vista innanzitutto nel suo farsi biologico (ancora in Humus: «la materia organica tende a marcire dopo pochi giorni») come “avvenimento in un mondo altro”, in realtà affatto visibile in diretta e anzi accessibile, con l’estrema violenza anche visiva e olfattiva del già accaduto, solo dopo aver varcato una qualche barriera. Proprio perché biologico, è sostanzialmente un sistema di cattive nascite (non casualmente l’esordio, sempre per LietoColle, si chiamava La Culla, e il tema della malformazione è rimasto presentissimo) e di cattive resurrezioni (intese proprio come nascite da ciò che è morto, come infiorescenze della muffa e non solo. In Traum (LietoColle, 2014): «aveva lasciato sulla terra l’ultima / gloria del corpo (la sepoltura sottrae bellezza) // si coprì di piante sulle mammelle / morte, liquido colarono l’amore l’amore»), tutte cose osservabili solo all’apertura di una porta-utero o di una porta-sepolcro (e infatti, in Spin, in una poesia chiamata proprio Il sepolcro: «quando i pompieri sfondarono la porta / c’era un frigo buio / e caldo / un lavatoio con un polipo morto / formiche con le ali»). Il problema del «purgatorio dell’uovo», allora, sta proprio in quel «Nulla esca fuori. Avanti, ogni uovo è uguale, ma tutto potrebbe cambiare / a partire / dal prossimo uovo. / Uovo-destino. Uovo alla coque» al quale non è possibile dare nessuna risposta. Cioè: se «La vera uovosità è notevolmente offesa dalla Pasqua di Dio» è perché proprio l’atto dello scoperchiamento sepolcrale, della rottura rituale dell’uovo o almeno del suo regalo gioioso, cozza ontologicamente con una forma di nascita che, anche quando fuoriuscita, può tranquillamente continuare a serbare dentro di sé, non visto e intento ad accrescersi, l’orrore della marcescenza. La seconda o terza cosa che penseremmo di un uovo è l’uovo marcio.
Ma, proprio per questo, le dinamiche della scrittura di Tipaldi stanno al mezzo tra la tematizzazione di un simile orrore e il suo esorcismo. Secondo Tommaso Di Dio, «ci riporta a sentire il mondo che è, esattamente così come non è», il che significa tanto venir chiusi nella forma dell’orrore – in cui proprio la conclusione fisica, nella pagina, di un delirante altrimenti destinato a non finire e fatto di pezzi magari non coerenti ma di sicuro di realtà ci indica l’essere al di là dell’apertura dei sigilli da biohazard, ed essere entrat* a vedere proprio dove il marcio c’è – quanto poter mettere in gioco, senza che vi sia alcun rischio, una catena seriale di aperture di porte, di rilancio in rilancio, restando sollevat* oltre l’inarcatura per la natura tutto sommato innocua – rispetto a ciò che fuori dalla forma, invece, potrebbe essere – di ciò che ci si trova dentro (come un’intera board di 4chan che ha il terrore di vedere cosa succederebbe nell’aprire un vasetto di panna acida lasciato a marcire per decenni e che però lo chiede, sia perché invulnerabile alle conseguenze e sia perché, a conti fatti, col senno di poi ogni contenuto tende a essere migliore del previsto, un po’ pure come l’apertura lentissima di porte fittizie, in attesa di jumpscare che per fortuna non arriveranno, in videogiochi come Resident Evil, in Giappone conosciuto proprio come Biohazard). «L’uovo progetta una gallina / per tornare un uovo, una gallina e basta! / è per questo / che non rischiamo la pelle». Al mezzo, allora, sta pure la natura di cose «scomode ma in sicurezza totale» delle uova, che sembrano davvero riprendere la definizione di Di Dio: sicurezza per la nostra incolumità dal fuori(pagina), ma anche sicurezza per il nostro non contatto reale col dentro(pagina), col mondo di marcescenze seriali che contiene da tempo.
Le uova di Wolfie
Trovare il filo nell’uovo, tramare con l’uovo, per l’uovo
scomodi ma in sicurezza totale
contenitori in plastica, cartonati, galline felici e razzolanti classe A
senza antibiotici
mangiano semi di lino, paprika la domenica, vengono dalla Emilia Romagna
a mezze dozzine, in pacchi da dieci
come turisti babbei viaggiatori in attesa in un aereo con le cinturone
in sicurezza totale
in attesa ma pronti per:
colare a picco, sbavare, sfrigolare, solidificare
nel sogno dell’essere fecondi o dell’oltre guscio
nel purgatorio dell’uovo
per i fotoni veri e impazziti del fuori, per il calore delle voci umane
per la gallina mai.
Nulla esca fuori. Avanti, ogni uovo è uguale, ma tutto potrebbe cambiare
a partire
dal prossimo uovo.
Uovo-destino. Uovo alla coque.
La vera uovosità è notevolmente offesa dalla Pasqua di Dio.
Tirare uova
nel ventilatore, bellissimo. Uova profane. L’apparizione delle uova
a colazione
in un hotel a Lourdes.
L’uovo che cadde sulla testa di Isaac Newton nella cucina della nonna.
Le uova su cui sei costretto a camminare per raggiungere
la camera dove ti hanno spostato.
Sulla superficie
dell’uovo accade troppo poco rispetto a quello che accade dentro.
L’uovo pensante e vendicativo dei grandi rettili.
L’uovo anonimo del pavone.
L’uovo/fece lentigginoso della quaglia.
L’uovo imbarazzato.
L’uovo generoso (sognare un liquido giallo dal quale essere totalmente ricoperti).
L’energia che rimane nell’uovo, l’abbaglio dell’uovo.
L’uovo ossessionato dalle seconde chances. Le galline ghiacciate nel banco surgelati.
Le galline conniventi
complici
morte?
Gli occhi umani sono uova amico, senza abitanti e noi vediamo solo la loro
punta colorata del cazzo.
Le uova arancione
fortissimo
e senza guscio nella gallina aperta, squartata dall’interno.
Acqua bollente sul pavimento/capannone dell’aia.
Arancione arrogante.
Le tagliatelle sono troppo
fragili
per ammazzare qualcuno facendolo soffocare, appendersi a una tagliatella
non è consigliato.
L’uovo irresponsabile e calcolatore di alcuni uccelli.
Il latte d’uccello.
L’uovo rivoltante.
L’uovo rivelatore
dell’antico accordo tra i rettili, i pesci e gli uccelli.
L’uovo progetta la fine del mammifero pesante e lamentoso?
L’uovo progetta una gallina
per tornare un uovo, una gallina e basta!
è per questo
che non rischiamo la pelle.
Ecco
questo non toglie nulla alla loro incredibile forza.
Puoi annacquare
un cocktail, il vino, ma non puoi
annacquare un uovo – impasta – falla (frolla) finita suvvia! Uova
troppo spaventate per sparire
Bruno Barbieri è una gallina?
Potrà mai un uomo solo di nuovo cantare dell’uovo?
Oltre questo. Dico
Quell’uomo
dell’uovo saresti tu?
Francesco Maria Tipaldi è nato a Nocera Inferiore nel 1986, dove lavora come farmacista. Ha pubblicato Humus (L’Arcolaio 2008), Il sentimento dei vitelli (con Luca Minola, Edb 2012), Traum (LietoColle 2014), Nuova poesia extraterrestre (Carteggi Letterari 2016) e Spin 11/10 (LietoColle, 2019). Sue poesie sono state tradotte e pubblicate in Germania, Spagna e Stati Uniti. È presente nelle antologie Velocità della visione. Poeti dopo il duemila (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2017) e Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 3 (Interno Poesia Editore, 2022).
- E cioè il far cominciare una stanza o un verso con l’ultima parola di quella o quello precedente. ↩︎








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