Lello Voce | (MUSA!)

a cura di

Luigi Riccio

8–13 minuti

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Per paradosso, molto del senso della postura alla base di (MUSA!) di Lello Voce – presto nuovamente disponibile in libreria grazie all’impegno editoriale di Marco Saya – sta non nella sezione che dà il nome al libro, ma nella successiva. Il punto, cioè, è capire chi siano Los viejos postmodernistas, e di lì los nuevos, o più in generale perché ci sia bisogno di parlare di questi postmodernistas. Già Romano Luperini diceva che «i “postmodernistas” possono giustamente sembrargli ‘viejos’ e ‘lejos’. Non è nuova la situazione, è nuovo lo sguardo che la giudica. […] Ma lo sguardo è nuovo: sa vedere non solo la cittadella in cui viviamo da privilegiati ma anche l’oltre e l’altro dell’Intifada, non solo la Musa ma l’orrore del terzo mondo e della fame». È quindi – ma qui la cosa è evidente dal titolo vero – una questione di rilancio dell’idea di poesia, di scommessa sul ruolo civile e politico, e infatti, in Parola Plurale, Massimiliano Manganelli era convintissimo nel dire che «Voce mostra di essere uno dei pochissimi poeti di oggi disposti a tentare l’impervia strada della poesia civile, quanto mai colma di insidie, senza cedere alla tentazione della magniloquenza o di una pronuncia roboante, che altro non è, a ben vedere, se non il risvolto evidente di un soggetto radicalmente debole». Si potrà discutere quanto si vuole dei risultati pratici di questa operazione, ma non si potrà ignorare come i due aspetti – rinnovamento delle ‘prassi postmoderniste’ di equiparazione più o meno disincantata dei materiali e rinnovamento ‘non dilettantistico’ della poesia civile – siano l’uno la giustificazione e anzi il motivo di merito dell’altro.

Attenzione: il merito, in una nuova poesia civile, non sta nell’essere abbastanza scafati da utilizzare strumenti che godono di buona considerazione intellettuale – comprese, naturalmente, le adiacenze con gli neo-strumenti della neo-avanguardia a trazione napoletana, il Gruppo 93 e la rivista Baldus, e non è un caso che autori come Frasca od Ottonieri siano anche autori dell’accademia (senza che questo sia detto con polemica: chi scrive qui c’è dentro in prima persona, e considera proprio loro due come dei padri). Sta piuttosto nel comprenderne i motivi di efficacia. Qui, pure, i motivi per cui personalmente credo nella bontà dell’esperienza dell’esperienza del Gruppo. Voce farà pure «qualcosa di diverso, dunque, dalla poesia sonora peculiare delle avanguardie –. […] Ha sempre affermato di non essere un poeta d’avanguardia, ma, aggiunge ironicamente, nessuno sembra volergli credere –, tutta concentrata sull’effetto verbofonico in quanto tale e soprattutto sull’evento, entro i limiti del quale si esaurisce», ma al contempo sembra trarre la lezione in assoluto migliore da chi, proprio al mezzo della stagione postmodernista, dava il corpo per un’altra idea di poesia sonora.

In Verso la poesia totale (1978) Adriano Spatola postulava due cose fondamentali: da un lato la differenza tra impegno (la moralizzazione, il patetismo civile recitato sul palco) e partecipazione, (il mettere al centro le questioni e discutere assieme col pubblico, in modo orizzontale, i problemi, i meccanismi, le soluzioni); dall’altro il «dovere di assumere su di sé a tutti i costi (clown, pseudosciamano, scemo del villaggio, folle di Dio, ecc.) il ruolo di manipolatore del fantasma». Qui, e proprio nello sforzo di riallacciarsi a certe tradizioni di poesia visionaria – dal metafisico al politico, e non per caso lì Spatola citava Rimbaud -, se ne può immaginare una manifestazione. Si finisce, nel manipolare il fantasma, a creare la chimera, e appunto a farlo in un corpo: «una rivoluzione: un’utopiabestia una lonzalionlaferabestia / un girarosignuolchesìsoavepiagne un colombovolpe un lamircocervo un / petticoccorossodrillo un coleopanterottero una zanzatigre un / ibisredibisnonmorierisinbello un cancavallo un ippogattogrifo un / gattopescepardo un rinotopoceronte un ricciopicchiopanda». Il verso diventa uno spazio laboratoriale, dove la giustapposizione non è «assenza di spessore e di profondità, accostamento paratattico di ogni cosa con ogni altra», ma possibilità pratica di quella messa in discussione circolare dei problemi, per loro attrito, da cui nascerebbe la partecipazione civile. Il perchè dell’utopiabestia e la dimostrazione della sua natura plurale. Se «ne deriva un verso assai lungo, abbondantemente ibridato perché costruito per aggregazione e contaminazione di materiali disparati» non credo affatto sia, come suggerisce piuttosto Manganelli, per «suggerire che non esiste – non può esistere, storicamente – una parola poetica ‘vergine’». Piuttosto, in un ruolo civile senza magniloquenze e vatismi, perché nell’offerta militante della prassi poetica come luogo – e non come espressione – l’unica possibilità costruttiva è un verso fisicamente ‘occupato’ dalle parole di un altrui multiplo e multistorico (e sarebbe anzi necessaria, in uno studio più approfondito, un’analisi dell’emersione del Noi nell’opera di Voce), certamente scandito «secondo il respiro» ma perché troppo lungo, praticamente impossibile per il fiato di una persona sola, e realizzabile solo per somme, come se a pronunciare, nell’esecuzione, fosse tutta la comunità culturale e affettiva sottintesa dall’ibridazione. «Cosa resta della tua forma senza la mia struttura di / fiato» non è un’autodichiarazione d’esclusività dell’Io-poeta/intellettuale nel rivoluzionario (non è, insomma, la postura dell’avanguardia storica, del cavalcare la tigre), ma il riconoscimento dell’impossibilità, di questo rivoluzionario, senza «un evento sociale creatore, irriducibile alle sue componenti» – direbbe Zumthor ne La presenza della voce (1984), uno spazio in cui sia immaginabile, raccontabile, appunto, a voce [!]. Anzi: «in diverse culture al mondo la voce del poeta è lavorata come una materia» perché «ogni poesia aspira a farsi voce; a farsi, un giorno, sentire: a cogliere l’individuale incomunicabile, in un’identificazione del messaggio con la situazione che lo genera, in modo che possa giocare un ruolo stimolatore, come un appello all’azione. Più che il racconto (su cui puntavano Lévi-Strauss e Gehlen), la poesia orale rappresenta, per il gruppo culturale, un campo di sperimentazione di sé, rendendo possibile il controllo del mondo» e, con quello, ogni altro ircocervo.

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Il ritratto in copertina è di Dino Ignani.





da (MUSA!) (Carlo Mancosu, 1991; Marco Saya, 2026)


e allora m’annegavo di rabbia soffocavo autistizzavo (allora) e
desformato desformava la favella. favellava campanino e diceva
– Suso! Suso a gliu traditore
diceva (– io dicevo dissi dirò
se mai davvero ho detto di lei stupefatta dall’accadere
col volto in poltiglia declinato in materia cubista una triste
damoiselle in libera uscita gli occhi sovvertiti allagati di
rosso e l’assenza agli zigomi (e se è tutto questo, d’Elicona muse
dilette figlie, di non sicura traducibilità allora per
la Letteratura saranno pure uccelli senza zucchero (!) (bitter pricks)
ma son pur sempre cazzi amari, amore (birds Without sugar, mai lov)
rimane pur sempre la fenomenica strategia del sopravvivere da stabilire
il fine da definire il valore da inchiodare alla schiena, d’uso
(Musa!)


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dalle briciole d’essere da raccogliere e riordinare e ristabilire le regole del
puzzle tentare di ricostruire il senso dalla miriade e se i venticinque
ermafroditi geminati rimasti spaiati si saturassero tra loro (meno uno
che diventa triste e scrive poesie ma che sappiamo noi oggi
della morte nostra, privata, poeta?
(e ne risulteranno, considerando
siano impari con un’eccezione, ne risulteranno ancora venticinque
ancora ermafroditi (per Lombroso e per la legge della specie) che si
satureranno (ancora) tra loro (meno uno che diventa triste
e scrive poesie, che scrive poemi e ballate e lancia sonetti e affonda
al cuore i suoi carmi e non posso continuare a far versi sulla mia pelle
a sublimare le mie sconfitte… a trarre una morale di morte universale
a consolarci della nostra
(quando invece…
(Musa!)

+ + +

Ed io dico ch’Amor è un bardassola più che sua madre non fu mai puttana
Lesbia, ricordi? mentre mi leggevi Barthes (i frammenti d’amore) ed io
agitando le mani (disperato) guardatevi da lui, ché ‘l ladro antico
lascia la porta ed entra nel postìco Stirpe di Giuda
ed omicida falso de’ falsi, perfido, rubaldo, figliuol non d’uomo
né da Dio creato, ma il gran Diavolo ebbelo cacato
Lesbia, ricordi?
lo ricordi quest’amore? durato lo spazio di un libro maledetto,
maledetto e galeotto galeotto fu il libro e chiloscrisse
(Lesbia, ricordi? e per adesso fotto come un coniglio, scusami la
franchezza di questa mia, e penso a te e alle mie cicatrici
a quelle sulle vene, Lesbia, alle arterie annodate e cantovi di questa
ria prigion che vita nominar non oso le frode di essa

(Musa!)


+ + +


Da Los viejos postmodernistas

: dove i morti camminavano e i vivi erano di cartapesta a fingersi
morti immobili come testi definiti nel vortice del senso e (allora)
muscarum clamor, pulicorum stractio, trumbae, tamburri summos
sbigotivere polos
le querimonie fin de siècle come una mancanza
etica di dolore dagli occhi un gesto patinato di falsetérno una
falsificazione dell’essere (ma poi ho bisogno di un’idea che sia
come un fegato piantato al cuore dell’intenzione non questo
sguardo percorso da fiumi di formicchèsaggrappano agli occhi alle
ciglia (questa pupilla al fosforo che scintilla e urla il lampo
dell’interruzione lo squilibrio d’agire un’idea con garretti larghi
e coda folta un’utopiabestia a canini affilati spietati quanto
una rivoluzione: un’utopiabestia una lonzalionlaferabestia
un girarosignuolchesìsoavepiagne un colombovolpe un lamircocervo un
petticoccorossodrillo un coleopanterottero una zanzatigre un
ibisredibisnonmorierisinbello un cancavallo un ippogattogrifo un
gattopescepardo un rinotopoceronte un ricciopicchiopanda una talpa-
coccigrilla una libelbellula un armatassodillo (dillopleasenon na-
scondermi nulla (un’utopiabestia (lupachedituttebramesembiavacarca-
nelasuamagrezza
un pinguidelfibrì una polipiovrantide un anguillottero
una farfafoca lupaspraefera (e tutti gli altri figli d’un coniglipollo

[...] estos viejos lejos postmodernistas estos viejos postmodernistas
Napule, oi napulenà, simmo carn’ ‘e maciello simm’emigrante
morra e cammorra e o popolo bascio sona ‘a tammorra
(deh che la vurriatruvare ma non la pozzasciare cussìbbélla commàttè)

:e poi che stanchezza doverti ripetere sempresempre peggiopeggio
che il sangue in Itaglia non lava le soglie e i marciapiedi ma il
kianti su uno straccio di tovaglia nuziale
che stanchezza, mon amì,
doverti ripetereripetere che i morti disse li abbiamo trasportati in
magazzino, altro che salmiebandiere la lea e la granbestiabaradinera
che le idee le abbiamo consumate mate tutte
che non ci resta ke dar
di bekko nel sublime blime molti plicato per il molteplice plice
per
il plessosenso dell’accento e se oltre la ritmica syllabica stride la
mekkanikametallika dell’esserci e aguzzo i sensi i coltelli i sangui
se grafolano tra le parole alla ricerca delle cose della causagione
di questo nostro non voler essere tuionoi ma quellaltro che ci guarda
e sorride ambiguo sul riflesso facendoci esistere (meete) il guardo
fonematico di questo divenireinsuono il punto di partenza di questo
svischiarsi da niente a niente tra due diversi niente quest’iente,
quest’ulla, o non piuttosto tacere l’origine elettrica l’entropia del
suono che sukkiarisukkia che dice negando tutto ciò che non vuol dire
per poi ripartire verso una certaqualequalunque parte d’universo in
mani una candela per vedere i sassi e mistaalargaconfusione qualche
strofa come biscia lustra che sguiscia se ci tiri a manolibera una
pietra
e nulla oltre la forma esogamica di questo fegato innervato

all’okkio come un urlo retinizzato comefossevisto dal fondabisso del
nome e allora cosa resta della tua forma senza la mia struttura di
fiato respirato come zuccherofilato sedimentato compromettendosi
contraddicendosi, restando fissi così, stupefatti e sconfitti,
di spalle all’avvenire, a capofitto.

Lello Voce è poeta, scrittore e performer. Pioniere europeo dello spoken word e della spoken music, ha introdotto in Italia il Poetry Slam. Ha pubblicato svariati libri e CD di poesia, con artisti come P. Fresu, F. Nemola, A. Salis, M.P. De Vito, M. Gross, S. Merlino, tra cui Farfalle da combattimento (Bompiani, 1999), Fast Blood (2003 – Premio Delfini di poesia, con le illustrazioni di Sandro Chia), L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2010), Piccola cucina cannibale (Squilibri, 2011) con F. Nemola e C. Calia, prima esperienza italiana di poetry comics per il quale è stato insignito del Premio Napoli 2012. Il suo ultimo libro-CD, sempre con Frank Nemola e con la partecipazione di Paolo Fresu, è Il fiore inverso (Squilibri editore, 2016), a cui è stato conferito il Premio Nazionale Elio Pagliarani 2016. Di recente pubblicazione la sua prima raccolta in francese, Lais – L’encre de la voix (Au coin de la Rue de l’enfer, 2022). Sempre nel 2022 pubblica Razos (La nave di Teseo), vincitore dei premi Bologna in Lettere e Paolo Prestigiacomo. È stato autore, con Nanni Balestrini e Paolo Fabbri, del programma televisivo L’ombelico del mondo (Rai EDU), 20 puntate dedicate alla poesia e alle arti. I suoi romanzi sono ora riuniti ne Il Cristo elettrico (Transeuropa, 2021). Ha recentemente curato, con Gilda Policastro e Aldo Nove, l’antologia Exit Poetry (La Nave di Teseo, 2026) Il suo sito è http://www.lellovoce.it



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