M.A.L.D.O.R.O.R.
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Materiali per un Archivio Letterario D’autori Ostili Ribelli Osceni e Randagi
#7 Mara Larrosa | Per Mario Santiago Papasquiaro, o alla maniera di un Manifesto Infrarealista
1. Venerdì scorso, il 4 settembre per l’esattezza, insieme ai compagni del Groupe Surréaliste en Clandestinité, abbiamo incontrato a Parigi due poeti infrarealisti, Bruno Montané Krebs e Jorge Hernández. 2. Nei Detective selvaggi, Bruno Montané Krebs si chiama Felipe Müller. Jorge Hernández è Piel Divina. 3. Il nostro amico Samuel Monsalve ci ha invitato alla Librairie de Paris, in Place de Clichy, in occasione della presentazione della traduzione francese di Sueño sin fin di Mario Santiago Papasquiaro. 4. Nei Detective selvaggi Mario Santiago Papasquiaro è Ulises Lima. 4.1. In realtà, all’anagrafe il nome di Mario Santiago Papasquiaro è José Alfredo Zendejas Pineda, nato nel DF il 24 dicembre 1953, l’anno della morte di Dylan Thomas e Jorge Negrete, e morto il 10 gennaio 1998, all’età di 44 anni, a Città del Messico, Capital de los Muertos. 4.2. Tra il 1976 & il 1978 visse come 1 colibrì / scrutando i punti cardinali del suo apprendistato-laboratorio: Parigi / Vienna / Barcellona & Gerusalemme. [Mario Santiago Papasquiaro, Pièce d’identité (estratto)]. 5. Lettera di Roberto Bolaño a Mario Santiago Papasquiaro, Blanes, 1994: «Sono con le finestre aperte, fuori piove, un temporale d’estate; lampi, tuoni, quelle cose che eccitano o che spingono alla malinconia. Come sta il Messico? Come stanno le strade del Messico, il mio fantasma, gli amici invisibili? […] Quando la mia situazione economica migliorerà, apparirò a casa tua una notte qualunque. Altrimenti, fa lo stesso. Il tratto di strada che abbiamo percorso insieme in qualche modo è storia e resta. Voglio dire: sospetto, intuisco che sei ancora vivo, in mezzo all’oscurità ma vivo e ancora, chi l’avrebbe detto, combattivo. D’accordo, non facciamo i solenni. Sto scrivendo un romanzo in cui tu ti chiami Ulises Lima. Il romanzo si chiama “I detective selvaggi”. Un forte abbraccio. R.» 6. Sueno sin fin, secondo Bruno Montané Krebs e Jorge Hernández, può essere considerata la prima – e unica – opera collettiva dell’Infrarealismo. 7. Nei Detective selvaggi l’Infrarealismo è ribattezzato Realvisceralismo. O Realismo Viscerale. 8. L’Infrarealismo è un surrealismo in clandestinità. Secondo alcune fonti, la parola è stata coniata da Philippe Soupault, l’autore, insieme ad André Breton, de Les Champs Magnetiques, il testo che segna la nascita della scrittura automatica e del Surrealismo. Un’altra fonte riporta il pittore surrealista Roberto Matta come inventore del termine. In ogni caso, sia Soupault che Matta sono due surrealisti clandestini: entrambi scomunicati ed esclusi da André Breton dal gruppo surrealista. 9. Durante la presentazione, Bruno Montané racconta la genesi del libro di Mario Santiago: Mario scriveva i suoi versi negli interstizi bianchi, sui margini dei libri, alla maniera di una glossa. I libri, che spesso rubava dalle biblioteche degli altri poeti infrarealisti (e che spesso erano stati rubati, a loro volta, ad altri poeti infrarealisti, non infrarealisti, semplicemente realisti o soltanto poeti, buoni e meno buoni, talvolta pessimi e talvolta neanche poeti ma idraulici, postini, guardiani notturni, portieri, commessi del supermercato, di un cinema o di una libreria, netturbini, ecc.) e che erano interamente ricoperti dalla sua scrittura, articolando in maniera esemplare la nozione di palinsesto. Quando nel 1977 Mario Santiago lascia Barcellona per continuare il suo periplo sulle tracce di Claudia Kerik, viaggio che lo avrebbe portato fino a Gerusalemme, lascia a Bolaño e Montané anche i suoi libri. Gli anni trascorrono. Mario Santiago viaggia. Conosce la malinconia dei piroscafi, i freddi risvegli sotto le tende, lo smarrimento dei paesaggi e delle rovine, l’amarezza delle amicizie troncate. Ritorna in Messico. Partecipa alla vita del mondo e ha altri amori. Ma il ricordo incessante del primo glieli rende insipidi. Ma il furore e la veemenza del desiderio, la freschezza delle sensazioni non sono ancora svanite: l’inerzia del cuore ancora non agita il cuore. Mario Santiago riceve una lettera da Roberto Bolaño. Bruno e Roberto hanno avuto un’idea: montare insieme i versi scritti da Mario Santiago a Barcellona nel 1977 in un unico poema, febbrile, sincopato e convulsivo. Bolaño propone anche un titolo: A LA MANERA DE LOS AGITADORES ROJOS ANTES DE LA LLEGADA DE LOS EJÉRCITOS REVOLUCIONARIOS. Mario Santiago legge il dattiloscritto realizzato da Bolaño e Montané, si ricorda della pista di atterraggio dell’aeroporto di Barcellona nel 1977 simile al corpo di un serpente senza testa o a quella di un cazzo senza il collo, degli occhi ridenti di Bolaño, simili agli occhi tristi di Bolaño, al vortice nero che si creava all’interno della sua tazza di caffè mentre era seduto al bancone del Café Centrico, in Carrer de les Ramelleres, simile al vortice nero che si sarebbe portato dentro al ritorno in Messico, legge il dattiloscritto e uno ad uno si ricorda degli amici chiedendosi se scrivano ancora poesie o se abbiano preferito la lotta armata, pensa a José Rosas Ribeyro, Edgar Artaud Jarry, Víctor Monjarás Ruiz, Pédro Damián Bautista, Ramón Méndez Estrada, Rubén Medina, José Peguero, Rafael Catana, Cuauhtémoc Méndez, Óscar Altamirano, María Guadalupe Ochoa Ávila, Juan Esteban Harrington, Mario Raúl Guzmán, Eduardo Guzmán Chávez, Macario Matus, Orlando Guillén, Julián Gomez, Alcira Sous Scaffo, Mara Larrosa. Mentre legge il dattiloscritto, taglia, modifica, aggiunge parole, versi, disegni, insulti e ricorda ancora le lunghe passeggiate notturne sul lungomare della Barceloneta, la perfezione geometrica del labirinto del Raval, la perfezione geometrica del verso libero, che poi equivaleva a dire, la perfezione geometrica degli occhi di Claudia Kerik. E mentre pensa alla perfezione geometrica degli occhi di Claudia Kerik, pensa anche alla perfezione geometrica della morte, un sueño sin fin. 10. Sueno sin fin è pubblicato postumo, nel 2012 a Barcellona dalle Ediciones Sin Fin, casa editrice fondata da Bruno Montané dedicata interamente ai poeti infrarealisti e ai movimenti d’avanguardia e controcultura sudamericani. 11. La posteridad nunca será mi suegra (Intervista a Mario Santiago Papasquiaro, 1996). 12. Al termine della presentazione, P., M. ed io ci fiondiamo su Piel Divina. L’istinto ci porta ad abbracciarlo, senza passare per le convenienze e le formalità mondane. Per un attimo esitiamo a prenderlo sulle nostre spalle e portarlo in trionfo nello spazio angusto della libreria, ma alla fine decidiamo semplicemente di riempire i nostri bicchieri con del vino e ci presentiamo. Somos el GSC, el Groupe Surréaliste en Clandestinité. Piel Divina brinda con noi e dopo qualche istante quasi ci rimprovera di non aver interrotto e sabotato la presentazione o costruito una barricata nella libreria o, ancora meglio, davanti la porta di ingresso. 13. Comme des enfants perdus, nous / vivons nos aventures incomplètes (Guy Debord). 14. AFFINCHÉ SI POSSA DIRE DI NOI / “GENERAZIONE DELLE BOMBE” / SU UN METRO QUADRO / E SULL’ALTRO (MEZZO-CUBICO / MEZZO-ROMBOIDALE) / “LA GENERAZIONE HÉ HÉ” (Mario Santiago). 15. Avevo iniziato a prendere degli appunti per M.A.L.D.O.R.O.R. a luglio, ad Avignone, dopo aver assistito con M. alla prima di Maldoror, di Julien Gosselin, una maratona di 6 ore che adatta diversi testi di Bolaño in una lunga pièce teatrale in forma di collage sotto il segno di Lautréamont. Durante lo spettacolo, il pubblico è invitato a entrare in scena, confondersi con gli attori o fregarsene e ordinare una birra. Mentre siamo in scena, ci troviamo con Auxilio Lacouture, il 18 settembre 1968, rinchiusa nei bagni della facoltà di lettere dell’Università Nazionale Autonoma di Città del Messico mentre l’esercito rastrella e massacra gli studenti, anticipando di poche settimane gli eventi che sarebbero passati alla storia col nome di Massacro di Tlatelolco. Auxilio Lacouture si fa veggente e profetizza la fine della letteratura. 16. Nel 2059, chi leggerà Jean-Pierre Duprey? Chi leggerà Gary Snyder? Chi leggerà Ilarie Voronca? Chi leggerà Gilberte Dallas? Chi leggerà Rodolfo Wilcock? Chi leggerà Pierre Unik? 17. Un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto. (Amuleto). 18. Amuleto è dedicato a Mario Santiago Papasquiaro. Il libro inizia con un’epigrafe di Petronio: «Volevamo, poveri noi, chiedere aiuto; ma non c’era nessuno per venire in nostro soccorso». 19. Chi leggerà i poeti infrarealisti? Chi leggerà José Rosas Ribeyro, Edgar Artaud Jarry, Víctor Monjarás Ruiz, Pédro Damián Bautista, Ramón Méndez Estrada, Rubén Medina, José Peguero, Rafael Catana, Cuauhtémoc Méndez, Óscar Altamirano, María Guadalupe Ochoa Ávila, Juan Esteban Harrington, Mario Raúl Guzmán, Eduardo Guzmán Chávez, Macario Matus, Orlando Guillén, Julián Gomez, Alcira Sous Scaffo e Mara Larrosa? 20. Siamo un esercito. Generazione delle bombe su un metro quadro. Generazione Hé Hé su un altro. 21. Se possiamo essere leggenda / Perché essere fossa comune? 22. Y AMOR VENDRÁ CON LUCHA DE CLASES / EN UN PUNTO DECISIVO / ¡BANG BANG! / DE LA INFRARREALIDAD VENIMOS, ¿A DÓNDE VAMOS?.
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IL MERAVIGLIOSO STUPORE
Siamo tutti molto intensi. Siamo tutti molto giovani. Se ci incontriamo è perché tutti noi condividiamo lo stesso carico di disperazione: un continuo voler morire, ma anche un vivere continuo, un vivere sui bordi, sperimentando al massimo l’amore, il disamore, tutto sempre al massimo.
Insieme impariamo la prossimità del suicidio: lui si suiciderà, lei si suiciderà. Pensiamo: nessuno sopravvivrà ai 27 anni. E pochi minuti dopo ci ritroviamo nella meraviglia, nello stupore di fronte all’intensità della vita. Tutto questo insieme di sentimenti su un’altalena, a fior di pelle.
Possiamo dirle insieme: continua a salire le scale, e se ti stanchi, siediti un momento e poi riprendi, puoi continuare a esporti. Vale la pena aspettare le tue metafore, osservare come bruciano nel fuoco tutte le situazioni, tutte le figure, le destrezze, il deserto.
La vita è stare sul bordo. È stare sempre tra la voglia costante di vivere e la voglia costante di morire. Ed è attraverso la poesia che andiamo avanti. Siamo ancora vivi / in qualche modo bisogna chiamare le isole di cristallo / che con il lusso della violenza calciano le zone più morbide dei tuoi occhi. Come gruppo, stiamo insieme per non morire. Per trasmetterci quella luce che a volte si spegne. Pensando alla morte. Come un lieto fine.
In tutte queste traversate, in tutto lo splendore dei giorni, in tutto lo splendore delle notti guardiamo, conosciamo, viviamo. Ed ecco. La luminosità, l’ardore, lo stupore mentre camminiamo per la città. Il bagliore esce dai nostri stessi corpi quando camminiamo insieme per la città. Un bagliore che ci protegge come una barriera. Una luce che irradiamo insieme. Ognuno di noi poteva brillare fortissimo da solo, ma insieme è ancora più potente. È per questo che ci siamo trovati. Diventiamo uno, per momenti.
Siamo rifiutati. L’ardore fa paura. Possiamo sembrare molto oscuri. Siamo oscuri, infrasoli. Dicono che siamo dei poveri perdenti di merda, deprimenti e suicidi. Sì, possiamo arrivare a esserlo, ma siamo capaci anche di fare un salto quantico, irradiamo luce, la condividiamo e ci amiamo come ci amiamo ancora oggi. Lì abbiamo preso tante decisioni, ognuno di noi, e la principale, quella che continua a tenerci uniti, essere amici, essere parte della vita di ciascuno. Ognuno di noi è parte degli altri. Siamo nei corpi.
Stare insieme è quello che ci dà la forza per la dissidenza. Ognuno sceglie da che parte della vita vuole stare. Io non voglio essere una ragazza in camicetta oaxaqueña della domenica, o tu l’uomo disperato con la cravatta. Quando impari a dire No / con tutta l’energia di 1 karateka cintura nera / o a dire Sì / con la certezza che presto le stelle avranno 1 colore / che capiremo solo dopo 1 bel po’. Cominciamo a sapere chi siamo, cosa vogliamo, per cosa siamo venuti al mondo. Lì decidiamo, lì decidiamo. Una delle decisioni era essere dissidenti. Non tanto essere marginali per essere marginali. Non soltanto essere dissidenti. Non è soltanto essere dissidenti per esserlo, ma per che cosa. Essere oltre a questo.
Soffriamo la depredazione del legno e sono vuoti tutti i fascicoli di carta.
Il poeta si addentra in un bosco di eucalipti, ha paura solo in quel momento, e quel giorno si nasconde tacendo. Ormai nessuno può fuggire. Non vogliamo più essere falsi poeti, non permetteremo più che abbattano il bosco: il poeta è entrato in casa, è entrato nel bosco.
Si sentiva in lontananza il fischio del treno che passa senza fermarsi, e il poeta va nelle case successive e in tutti i luoghi dove possiamo sognare e immaginare che ciò che si definisce invalicabile possa chiamarsi anche immaginazione e possa trasformarsi in amore; trasformare in amore il centro della città, le statuine d’argilla color terracotta che si inumidiscono sempre all’alba.
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Todos somos muy intensos. Somos muy jóvenes todos. Si nos encontramos es porque todos tenemos esa carga de desesperación: un constante querer morir, pero también una constante vivir y cómo vivir en el borde, experimentando al máximo el amor, el desamor, todo al máximo.
Aprendemos juntos, la cercanía del suicido: él se va a suicidar, ella se va a suicidar. Pensamos: nadie va a sobrevivir los 27. Y a los pocos minutos nos encontramos con la maravilla, con el estupor ante la intensa vida. Todo este conjunto de sentimientos en un columpio, a flor de piel.
Podemos decirle juntas: sigue subiendo las escaleras, y si te cansas, siéntate un rato y luego le sigues, puedes seguir exponiendo. Vale la pena esperar tus metáforas, observar cómo arden en el fuego todas las situaciones, todas las figuras, las destrezas, el desierto.
La vida es estar al borde. Es estar siempre entre las ganas constantes de vivir y las ganas constantes de morir. Y es a través de la poesía como seguimos adelante. Aún estamos con vida / De alguna manera hay que llamar a las islas de cristales / Que con lujo de violencia patean las zonas más blandas de tus ojos. Como grupo, estamos juntos para no morirnos. Para transmitirnos esa luz que a veces se apaga. Pensando en la muerte. Como un final feliz.
En todas esas caminatas, en todo el esplendor de los días, en todo el esplendor de las noches miramos, conocemos, vivimos. Y ahí está. La luminosidad, el ardor, el estupor caminando por la ciudad. El resplandor sale de nuestros proprios cuerpos cuando caminamos juntos por la ciudad. Ese resplandor es una barrera de protección. Esa luz que irradiamos juntos. Cada uno de nosotros podía brillar fuertísimo, pero que juntos es poderosísima. Fue por eso que nos encontramos. Nos hacemos uno por momentos.
Somos rechazados. El ardor da miedo. Podemos parecer muy oscuros. Somos oscuros, infrasoles. Dicen que somos unos pobres perdedores de mierda, deprimentes y suicidas. Sí podemos llega a ser eso, pero también damos ese salto cuántico e irradiar luz y compartirla y amarnos como nos amamos hasta hoy día. Ahí tomamos muchas decisiones cada uno de nosotros, y la principal, la que nos sigue uniendo, ser amigos, ser parte de la vida de cada quien. Cada uno somos parte de los demás. Estamos en los cuerpos.
Estar juntos es lo que nos da fuerza para la disidencia. Cada quien elige de qué lado de la vida quiere estar. Yo no quiero ser una muchacha de camisa oaxaqueña dominguera o tú el hombre de corbata desesperado. Cuando aprendes a decir No / con toda la energía de 1 karateca cintanegra / o a decir Sí / con la certeza de que pronto las estrellas tendrán 1 color / que hasta pasado 1 buen rato entenderemos. Empezamos a saber quiénes somos, qué queremos, a qué hemos venido al mundo. Ahí decidimos, ahí decidimos. Una de las decisiones era ser disidentes. No tanto ser marginales por ser marginales. No nada más ser disidentes. No es nada más ser disidente por serlo, sino para qué. Ser más allá de eso.
Sufrimos la depredación de la madera y están vacíos todos los expedientes de papel.
El poeta se interna en un bosque de eucaliptos, tiene miedo solo en ese momento, y se oculta ese día callando. Ya nadie puede huir. Ya no queremos ser falsos poetas, ya no permitiremos que talen el bosque: el poeta ha entrado a la casa, ha entrado al bosque.
Se escuchaba a lo lejos el silbato del tren que pasa sin parar y el poeta va a las siguientes casas y a todos los lugares donde podemos soñar e imaginar que lo infranqueable se llama también imaginación, o puede convertirse en amor; transformar en el amor el centro de la ciudad, las figurillas de pastillaje con el barro color terracota que siempre se humedecen al amanecer.
da El maravilloso estupor (Conversación en/4), Mariana Larrosa Haro, Geles Lebrija Larrosa y Pita Ochoa), 2015.
Traduzione di Giovanni di Benedetto e Jean. E. Marre
Illustrazione: Portada de la revista del movimiento Infrarrealista, “Correspondencia Infra”. México, D.F., 1977.









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