Forse siamo qui per dire: casa,
ponte, fontana, porta, brocca, albero, finestra
[…] per dirlo, capisci,
per dirlo così, come mai nel profondo le cose
pensarono di essere.
Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi
«Ascoltate, padre. Ho in mente un piano che forse
mi permetterà di salvare le altre ragazze del regno»
Sherazade, Le mille e una notte
Una sera David, alzatosi dal suo letto, si mise a
passeggiare sulla terrazza del palazzo reale; dalla terrazza
vide una donna che faceva il bagno: era bellissima. Il re
mandò a chiedere chi fosse. Gli dissero «È Bat-Sceba,
figlia di Eliam, moglie di Uria, l’Ittita».
Allora, mandò a prenderla; lei venne da lui
ed egli si unì a lei, dopo essersi purificata
dalla sua impurità; poi lei tornò a casa sua.
La donna rimase incinta e lo fece sapere al re dicendo
«Sono incinta»
Secondo libro di Samuele 11, 2-5
I
parla Betsabea
Così – diceva – si fa un uomo:
apre nel tempo un foro d'uscita
e con la pietra leviga i palmi
e le ginocchia di Gerusalemme.
Così – diceva – si fa una donna:
pesa in un dito l'asta dei seni
e scaglia il tempo tra i ceppi:
le nozze saranno la loro dottrina.
D'un tratto l'attesa fu fuoco e metallo
d'un tratto il giudizio fu pallida prole
lui trasparente al destino di ognuno.
Nel mantello ammutolì il vento
e quando la luce colò dalle ciglia
le radici di rosso intrecciarono i tuberi.
II
Ora sfilano a passo di campo
i morti nel cuore del re,
la sua fronte di vetro
suda una lieve onestà
gli cinge la testa.
Un uomo con mani più dure gli disse
«mai compirò le tue debolezze
– gli occhi d'argilla – la neve
non passa la pelle dei giusti, il sangue
intenerisce la morte». Un rosmarino
accosta alla bocca del re e con due dita
divide l'aria sopra il suo capo
circonda una costola di sole
sfiora un capello del suo più tenero amore.
Ora il grano ne leviga l'ombra
si raccoglie nel vento e distende
un saluto nel gesto del sole. Il re
non più suo alle spalle, lo sguardo
già oltre i suoi campi, appeso
a una vespa in un fico
scava una tana e lì si congeda.
III
Da quest'antro di carta, mio caro, ti scrivo:
Abbiamo preso tutta la forma del sole, ora
Io sono nel fischio che ti trattiene, la foglia
che pesa il respiro che
salta le ombre. Sapevamo
ma per un attimo tenemmo le stelle
tolte al re che ora mi guarda
sorride spalanca la penna
e chiede perdono. « Io
– dice – ho amato il Signore
mi diede il deserto dei re
l'acqua che cade è la mia fatica
e il re prende quello che cresce».
Guardo altrove il tuo corpo
aperto ai rovi e alle bestie
ti tengo nell'aria come un inchino
ma ti scarto con forza se il suono
non forma piano il tuo ventre, ti scarto
nei sogni se è vero che sei tu.
IV
Oltre i fichi del re
Ioab incredulo tutta la notte sudava
e dalla sua testa le gocce
salivano fino alla tenda.
Con la candela rifinisce il compagno
«So che domani è la morte» ma Uria
scaglia la brocca* per terra
e gli occhi nel cielo «Ho sognato
questa sortita mentre poggiavo la testa
al legno che ci divideva
piangeva, Io sapevo già tutto».
Ioab scioglie il sigillo, apre
la lettera e il tuono
di Uria nella voce «Dov’è
l’uomo? e dove la mano di dio?».
*Ero una brocca qualunque, certo
non ho da redimere colpe rispetto
al secco e al rimpianto di Uria quella notte
strappata so solo che pezzi
di me si incastrarono al legno
e da sotto la tavola avresti pensato
di poter leggerci qualcosa.
vidi la luce in mani Fenicie
i forni di Tebe mi attraversano
come la nebbia di ogni inizio
qui resta cera sottile
che lentamente cala
lasciando corpi di sangue
di cervo e rilievi di guerra.
Questo mio nulla rese lucente
la terracotta – l’aveva lisciata
come un vetro un uomo di qui –
e in ogni riflesso tutto intero
il mio corpo sparpagliato.
VI
Hanno elmi che sfiorano le orecchie
e dalle armature pendono come campane.
Il ritmo della guerra piega le ginocchia
e c’è chi tocca l’erba con gli stinchi
e da vita è degradato a sasso, da suono
si incaglia come pietra nel terreno.
Vicini i fianchi, le anche raddoppiate dal metallo
vicini i fiati che appannano e digradano
e dalla terra si innalzano alle nubi.
In ogni canto ora è il sesso di chi è a lato
voce che rimbalza fino al cuore del vicino.
Uria non è da solo, nella morte
la paura piove denti sulle braccia
ma il cielo sulle spalle dei compagni
si flette in una smorfia.
Si sfiorano le orecchie e dopo cantano
come se il domani fosse solo della specie
un fatto di lusso o contingenza ma loro
loro sono un fischio devastante
e sulle mura e sul fondo si moltiplica
la voce diventando cella, cellula
staminale e poi separazione nella fine.
Si sfiorano le orecchie e cantano e devastano
come sola facoltà o materia sottile
che a loro sia concessa di principio:
morire col collo strappato da una scure
che d’istante stacca teste
e sul sangue di sé stesse le ripone;
morire e nel turbine restare
che dall’alga nell’acqua della fossa
trapassa l’aria come un’asma chiaro e spesso
che si strappa oltre la pioggia.
VII
Uria, disprezzato da chi nella corona
e nelle leggi forma il proprio onore
mai riceverai un perdono tanto grande
da spegnere la penna oltre la fine.
Come una goccia ai margini sei estinto
dentro un secchio di uomini, ora
il tuo corpo è la piana del deserto
si nutre l’avvoltoio della morte
come il re si nutre della vita.
Il sangue per chi non ha imprese
è filo smagrito di cortesia. Uria
è un respiro la colpa dei potenti
immobile alla nascita, per questo
sotto il sole tutto si ripete, le ossa
le dorsali sempre stanche della guerra.
*
Penso al corpo come una frontiera, un margine di passaggio, un luogo in cui ho sostato poco e poco mi viene da restare. Penso a un deserto, non a una zona contesa. Quando si parla del mio di corpo, agisce una tensione che va all’interno o all’esterno della sua superficie, l’epidermide come una terra da cui parte un volo o un’immersione: mi viene più naturale indugiare nei e sui corpi che con la propria presenza tangibile rappresentano una dialettica irrisolta rispetto alle categorie dell’ambiente in cui viviamo: io non sono un soggetto marginalizzato, almeno apparentemente, e questo genera in me un disagio e un’invidia verso chi invece riesce a scrivere di sé in modo magistrale. Questa, e vorrete scusarmi se ripropongo ancora categorie novecentesche per parlarne, credo sia la condizione fondamentale affinché la poesia lirica possa prendere piede scaturendo dalle tensioni irrisolte dell’Io e del suo corpo, e vorrei saper scrivere versi che sappiano sostare nell’elettricità che caratterizza il sé. Io non so scrivere di me, o almeno, non del mio corpo se non nell’ombra che proietta fuori, nelle reazioni ai fenomeni che lo colpiscono: qualche giorno fa una bottiglia di vetro mi ha colpito in testa e non ho provato nulla, non rabbia, forse paura e da qui un assunto: è l’esterno e ciò che brulica sotto che fanno scaturire la mia poesia, i corpi degli altri o il mondo inafferrabile che colma le profondità.
Penso alle mani, non le mie, ma a quelle di chi sapeva afferrare e oggi non può più cogliere nulla. Le mani, quale strumento d’indagine riesce a colmare le distanze più che le mani? Con gli occhi osserviamo ma sovrapponiamo anche alla realtà qualcos’altro che non sto qui a ripetere, le mani invece colmano le distanze, per toccare un viso devo avvicinarmi e attraversarne increspature e umidità. Quale parte del corpo più che le mani ci prestano un’osservazione democratica e priva di superstizione. Penso alla mano destra di mia madre quando, dopo un anno di riabilitazione in seguito a un grave evento, si rese conto che non andava oltre quello spasmo che ne congelò le articolazioni in una chiusura inerte e senza sensibilità. Penso alla sua frustrazione, al modo in cui l’agitava in aria come un corpo non più suo, come un uncino da pirata che non ricorda più come se la fosse mozzata la mano. Ricordando questo mi chiedo se un corpo morto lo percepiamo ancora come un corpo, penso alla guerra con cui i nostri occhi cercano uno spasmo che ci restituisca quella persona, una madre, un amico. Mi accorgo del respiro, la cassa toracica che si è fermata lì, una barca che abbandona l’àncora in un mare calmo, ma quell’àncora aveva una storia! Allora, penso a come la poesia possa indagare le possibilità sensibili delle nostre categorie di corpo, come, ancora, riusciamo a ristabilire una democratica ripartizione del mondo tra noi e chi col corpo non c’è. Tutto è corpo, e il corpo può diventare tutto, ibridarsi, farsi fungo, proiettile, vetro: dove finisce il lenzuolo che le scaglie di pelle contemplano ogni notte? Cos’è più il mio corpo quando ho paura, quando gli spasmi di un pianto che si contorce verso un centro rivendicano il loro spazio e ti liberano dal peso della morte in una solenne disperazione? Ecco che mi contraddico e, miracolo, è proprio il corpo che rimette in circolo la mia presenza, che le dà vita ricordandomi che la mia nascita è più vicina ad una contrazione che al pensiero, una frattura che spacca la terra, un magma che dilaga e le rocce che ne vengono investite.
Davide Gallo è nato a Bari nel 1996 e vive a Bologna, dove ha conseguito nel 2022 la laurea magistrale in Italianistica. Ha pubblicato con la casa editrice la sua prima opera poetica Così com’è, così com’è stato (Vallecchi, 2024), dopo un’anticipo sul numero 109 della rivista Atelier, risultata finalista al premio Flaiano 2025. Alcune sue poesie sono apparse sui blog di Poesia del nostro tempo e Nuovi argomenti, nella rubrica Per certi versi del giornale La Stampa e nella sezione Poesia de La Repubblica. È stato membro attivo del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e fa parte della redazione di Vallecchipoesia.









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