Valeria Rocco – Inediti

I libri di quei romanzieri anziani
assurdamente letti, doppiamente uccisi
I nostri tempi.

La terra non abbraccia mai le rondini,
le intrappola:
non ci si libera mai dell’Occidente.

Intanto intinge i dolci nei miei sogni
il cuoco del locale
dove vi trasferisco quando prego
per potervi salvare

Dio, Madonna Nera, per non guardare i palmi della sera
attaccati ai miei vetri
paura mai odorata, “è dolce esser tua figlia”
corpo di donna stesa, isola proiettata

oltre il muro che poggia la sua fine
a questa fantasia della finestra.
Si sgonfia. Ed è tutto un pensiero.
Le mie finestre danno sul cortile.

Mamma non vede niente, io neanche,
inutile dirlo, nemmeno le finestre.
Serrato anche il valore del valore
i quadri resteranno alle pareti?

Affronterai, Mar Nero, la proprietà privata?
Un nuovo terremoto:
rivoluzioni in carne, niente ossa
(che siamo un popolo di tumulatori)
figli di pace, figli di fiori, figli di genitori

popolo chimico, atomico sciamare
mi risulta soltanto il moto delle masse
gira sul proprio asse, istanti di tensione ormai remoti
lento scemare tra universi veloci
le loro voci attentano al mio stare…

…non mi perviene alcuna sensazione.
Le mie finestre danno sul cortile.

*

Mi hai fornito una data
un luogo
da ricamare attorno
a questa cena in atto.
Gran parte di domani, sbriciola nel piatto,
mia madre mi diceva che è sgarbato
e adesso tutto scende sui suoi denti e sembra sangue.

Ieri sera sul presto l’ho visto, se ne stava
A funzionare come gli uomini e le donne e mi è apparso
flessibile,
mi ha ricordato un vecchio entusiasmo antico ed inagibile;
un giorno facemmo una profezia con un tiro di occhi:
non sarei mai riuscita ad amarlo

mi dichiarai istruttrice, portatrice di insegne, che sogno sarebbe
prestarmi
ad un convento di passaggio, per il venir meno dei capelli
lungo tutta l’estate
“così quando torno ti ritorno maschio”.
Poi, pezzo dopo pezzo, dichiarai tutto il resto
la casa, la scuola, il posto appartato dove mi sentii essere un uccello, una volta.
Non combattemmo l’uno per l’altra.

Un’altra volta io c’ero?
pensai di venderlo per mezzo soldo,
per un’ora di sonno
nel luogo più discusso di un romanzo,
avendo letto
di uno scontro in atto, ed essendo il mio letto già occupato
mi sono addormentata disattesa
lui ancora in vendita, valeva già una cifra esorbitante.

Ciò che distingue un uomo dal non essere
è la ripetizione del dolore
un po’ per volta io dov’ero?
ho scoperto
che ciò che ci distingue uno dall’altro
altro non è che l’attimo
in cui si avvia a dissolversi un abbraccio
o quello in cui ne comincia un prossimo.

potessi sederti pensavo al mio tavolo
e ricordarmi come funzionavi:
i confini, gli stati limitrofi
le dogane
in un segmento di pelle adesso

mi ameresti? Come io ti amo di traverso
che io sono, continuo e non si estingue

ciò che distingue un uomo
dal non essere
è la disposizione all’estinzione:
quando non sono pacifica al morire
sono con te.

L’attenzione ci distingue da noi stessi
il mondo ci infila nelle maniche
ci slaccia, ci accomoda e infine ci porge
opere d’arte, varia luce e gente.
Scompari alle mie braccia tendenziose e incerte.

Io
per me
Non sono moltissimo
cosa io? Cosa me?
Tu
che di più vero
non esiste niente
ti certifichi ovunque

ti do le mani, divaricate e alterne
tolte da me di alcuni metri
ed ho appena scoperto
ciò che distingue un uomo da se stesso i metri?
E’ più simile a un taglio, a un colpo, sparso in un cielo rosso che, nonostante piova,
non ci insanguina.

Ciò che distingue un uomo da me stessa
se questa mano, su questa guancia, con tutta la sua forza
non lo attesta, allora cosa?
Ho un cielo opaco ricresciuto sopra il senso che le cose
hanno avuto
dopo il loro futuro, e tu stesso
ti verifichi ovunque
acuto tra i segnali del mondo.

*

Famiglia

I miei compagni come un grande castello
si tengono le mani per il bene di tutti
come i vecchi tempi.
Io faccio finta di avere le mani
e sono maniche
di vera erba
e quindi quando mi toccate
io non so se mi toccate
per adottarmi semmai
per estirparmi.

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