Uno dei dati più interessanti dell’immaginario che i libri di poesia pubblicati nel 2024 tracciano è ciò che – parlando di Non per il mondo ma per il giardino di Mikel Marini – definivo come tensione all’autoarcheologia o forse, e più precisamente, all’autoaraldica, alla resa dei conti con lo storytelling di un mondo ereditato (e da far ereditare). Non è un caso che tutte le raccolte di cui parlavo allora si ritrovino a condividere gli estremi anagrafici o, tuttalpiù, ad avere per tempo massimo autoriale l’inizio degli anni ’90 (di cui comunque andrebbe in seguito discussa la natura di appendice, per motivi soprattutto culturali, della sottogenerazione di inizio secolo e quindi dell* autor* da cui si partiva). Non è un caso neppure che la ricerca di Valeria Rocco di Torrepadula, al di là del poetico, sia anche linguistica.
Dico questo perchè ritrovo, nel suo Per non aver commesso il fatto (Zacinto edizioni, 2024), parte dello stesso meccanismo alla base di Tresor di Giulia Martini: il fatto che le testimonianze delle origini della propria lingua – lì saccheggiate e ri-rese – siano anche testimonianze di possesso materiale, e in generale di linguaggi prescrittivi fino all’inappellabile. All’origine – nel senso più ampio – sta l’avere avuto, a prescindere dal fatto che si possegga effettivamente un bene o, appunto, un debito, e proprio perchè si ha o si deve ciò che aveva e doveva chi ci ha generat*, in un passaggio fissato per sempre nella lettera. Insomma, riprendendo Martini: «questa farina è del mio sacco / ma il mulino appartiene a un altro». La realtà, allora, è una res amissa ribaltata, così come la (propria?) identità: l* proprietar* li si conosce fin troppo bene – trascritt* come sono, ed essendo diventati noi stess* -, ma si vorrebbe comunque scappare dalla necessità irrinunciabile di riprenderne il possesso corrosivo, di farsi notai di sè, altrui, e innanzitutto dello spazio, dove a scavare si trova – più che cadaveri – la catena degli atti di proprietà. Proprio perchè «ciò che hai fatto al tuo corpo ti precede» il “per non aver commesso il fatto” è motivo di condanna, non già di assoluzione: la pena, per queste ragioni, è un disfacimento delle cose e di sé, una rinfusa, una catastrofe privata appena tenuta assieme da macroforme come i libri. Si ereditano le terre e i poderi ma anche – penso a Male minore – «il sangue […] diluito con l’ortica», più in generale la stanchezza. L’unica risposta è capire come armeggiarci, innanzitutto per sé stess*. Rendere proprio un mulino non per privare ma per dare un referente al mio.
da Per non aver commesso il fatto (Zacinto edizioni, 2024)
I
si aggira sotterraneo qualcosa che tuo padre non voleva
suo padre prima, il padre di suo padre
la madre di tuo padre
spuntava linee saliche con la stessa apprensione,
crescevano
la riga del recinto era onorata – unghie corte e pulite;
c’è il caso – nove figli – che sconfinasse sempre un poco altrove;
è stanca: il suo sbadiglio ha eterna rispondenza
disseminare tutto, piantare un altro faggio sullo sfondo
di un’amministrazione
che ha inanellato crisi dietro crisi
ci ammoniva – ricordo la maestra – tenete sempre alta
la domanda; a scuola non si prega ma pregammo
la sua preghiera che cadesse il governo.
+ + +
V
metti: non lavorare
mi resta – a conti fatti – venire dalle scimmie
so tutto degli uomini: e non li vedo spesso
animali radiati – per amore del branco – dalle madri
viviamo consumando una vendetta, siamo in allungo come la giraffa
l’intera storia contro una sola femmina.
+ + +
VIII
butti lo sguardo oltre gli antenati
cerchi un potere in cui tutti hanno testa; un potere che non spunti una testa tra le teste
come si allenta la vite e si stacca
senza per questo l’arresto o lo scoppio, proprio così adesso confidi nel corpo
mentre aggredisci il corpo con l’esercito
e dal sedile a fianco, una figura tesa, ricordi la sera ti riporta a casa – questa è l’unica cosa
che non si è travestita da altra cosa;
colpa cosciente, dolo eventuale: ciò che hai fatto al tuo corpo ti precede.
+ + +
XIV
dorme il sonno del possidente
sente il luogo che occupano gli altri: si corregge
le mani sono pronte a fare il male e conservano
ancora intatta
la violenza come un estintore al muro
ci sorveglia nella teca in cui lo vedi chiaramente essere altro in potenza
è altro che impedisce e dunque rompi il vetro della casa senza cose
e chiara con la luce chiara passerà anche l’aria
e l’ordine recente degli inquilini scorsi che passa leggermente
nella casa
per alcuni mesi
poi tutto il posto esce dalla porta non decorata
quella che prima era la porta rotta
tutto passa
a seminare sotto il primo strato
sotto la soglia nel senso della soglia
sei rimasta quattro giorni nella luce sotto la porta
rivedendosi distesa ne soffrirà per sempre un panico imminente
come pioggia nordica
che in qualche misura non ferisce.
+ + +
XVII
con il gesto benevolo ti avverte il professore:
hai confuso la destra e la sinistra.
tu resti
la migliore della classe
e sembra che il tuo spazio non si tratti.
per sommi capi è questo il tuo talento.
e con oggi fanno già tre giorni
tra sorelle perlustrano la pista dei mancini nella nostra famiglia,
ma non veniamo a capo della tua discendenza
non so con quali occhi esaminando
le carte dei trisavoli
il fatto che ogni testo ti competa.
Valeria Rocco di Torrepadula (Napoli, 1996) ha studiato linguistica italiana ed è attualmente dottoranda. Oltre a scrivere, dal 2023 è co-fondatrice del progetto musicale LENORE, di cui è autrice dei testi e voce.









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