È in uscita per Vallecchi la raccolta d’esordio di Mikel Marini Doughty: Non per il mondo ma per il giardino. A meno di particolari stravolgimenti, sarà la conclusione di un anno che – visto dalla distanza – dovrà essere approfondito per la sua capacità di riunire assieme, con naturalezza, istanze e discorsi così in sintonia: la convergenza – in cui Vallecchi ha più di una responsabilità – di una generazione che scava, che fa i conti con lo storytelling di un mondo ereditato (e da far ereditare). Per limitarci agli immediati coetanei e seguendo linee di pensiero ormai arcinote a chi legge, è l’anno di Materia verticale (Imperatrice Bruno, Nulla die), Se giuri sull’arca (Mattia Tarantino, Fallone Editore) e Male minore (Rebecca Garbin, Vallecchi). È insomma l’anno dell’autoarcheologia, della resa dei conti con la leggenda tramandata si sé stessi, e non potrebbe essere più chiaro che qui, in un libro che vuole fare da Origines del contemporaneo, da strabordante nuovo Tresor (!). C’è allora – ed è lì il punto della raccolta – un senso sottile nell’uso organico dei cappelli, lo spazio della chiarezza ma anche della naturalizzazione dei nessi. Cioè: il discorso (auto)esegetico è un discorso, fa parte del tentativo di scavo nella misura in cui l’interpretazione è creazione da sopra e davanti un’alterità, un mettere insieme pezzi per un potere. Qui è tutto un leggere i pochi rimasugli – le ossa, i dentini, una serie di tessuti -, riconoscendo che tra fare paleontologia e agiografia il passo non è poi lungo. Qui (e non solo) scrivere poesia o meno è come mettere le dita nel reliquiario che spesso non resta, inventarci la storia dei labirintodonti e del loro etimo perché ci importa. Perchè è vero e naturale quanto diciamo per noi: ma è nel significato di quel «per noi» che sta il segreto da svelare. Ogni testo ne è una prova, nonché un’analisi dei meccanismi; un salvataggio dei corpi prima e dopo il discorso, anche di questo che stai leggendo.
Il ritratto in copertina è di Mattia Belletti.
da Non per il mondo ma per il giardino (Vallecchi, 2024)
Giuba II, re di Mauretania
Dopo la sconfitta paterna Giuba fu prima graziato da Cesare, poi innalzato dalla politica di Ottaviano che lo incaricò in seguito di amministrare il regno di Mauretania, confinante a Sud con la catena dell’Atlante e con Cesarea per capitale. Viene ricordato come un sovrano colto e curioso, autore, tra le varie, di trattati di botanica molto apprezzati, poi andati perduti.
Ma oggi, quando guardi dai balconi
e dalla reggia lasci che la vista
insegua l’entroterra, in un istante
scordi Augusto, e Cesarea da prigione
palazzo si trasforma al riflesso
del cielo sospeso da Atlante
e diventa una parte del carico
del monte che marca l’inizio
della terra deserta.
E se ripensi a Catone eremita,
allo scambio tra l’anima e i vermi,
si agita dentro lo stomaco
il dente-farfalla inghiottito anni fa
che risale i canali del sangue
lungo il collo e raggiunge il cervello:
ti si spalanca un catalogo immenso
di fiori, botanica, bozzoli, rettili e isole,
e inizia il racconto di insetti
mai visti che stanno nei nidi
scavati nel tronco segreto
di una palma spuntata sul fianco di Atlante,
darà in dono il riposo dell’ombra
a un anonimo santo
che non sa riconoscerne il fusto.
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San Prescazio e il chiodicembalo
In latino “clavus, clavi” sta a significare “chiodo”, ma il clavicembalo non si chiama così per questo motivo.
Il santo nel deserto
che suona la tastiera
batte le dita contro
le code di scorpioni:
trasforma con le punte le sue impronte digitali,
agli estremi ha i polpastrelli
quasi sazi del veleno.
Scomparso dagli archivi,
quando tocca non fa tracce,
soltanto lascia punti
scarlatti dove posa
tastando i pungiglioni
che ha disposto sulla sabbia,
finché attraverso i nervi non saetta
l’accordo che lo scuote
e poi gli esplode in bocca.
Soltanto tra le dune hai la speranza
di fare di un tuo grido un santo coro.
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San Prescazio è il reliquario
Stando alla tradizione, segno infallibile per capire di avere fra le mani una autentica reliquia è il profumo dolcissimo da questa emanato.
Nient’altro che una pietra
e l’ombra che pesa
ed è un coperchio,
non si alza stando al sole:
aggiungici una fossa,
hai già creato un mausoleo
decorato dalle crepe
dove vivono intrecciate
serpi api e millepiedi.
Entrare nel sepolcro consegnandosi alle mosche
mentre dormi e sei un vivaio
le ferite rese varco per i vermi:
ci disperdi
i tuoi lamenti
poi un profumo celestiale.
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Si distace Giovanni Filotèo Achillini che ha larve in gola
Il bòmbice è la falena del baco da seta. In molti hanno presente l’impossibilità del baco da seta di sopravvivere in autonomia dopo millenni di allevamento e condizionamento.
«Nei viridari vedi vermi infermi,
insetti non capaci di sussistere da soli,
che allevi a gelsi, che tu hai fedeli.
Se innesti l’abitudine a dipendere da un altro
tiri i fili in mucchi chiari e lasci il bianco,
e intanto balbetta nel baco la tela,
si impasta la bocca con bave di seta
poi le sbrodola in un guscio
che va rotto quando sbuca la falena.
Per questo il bòmbice non cresce,
viene essicato, muore crisalide e lo resta:
si fa l’oro dando via la seta,
rinunci alla farfalla, ci ottieni la moneta»
Al risveglio la villa era torre a tre teste
sul Reno:
l’oro brilla da dietro,
tutto ciò che è successo c’è ancora.
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Lezione di Giovanni Antonio Finneo sugli usi e le ragioni della vettina
Finneo è autore di un trattato sulla conservazione del vino edito nel 1593, Il rimedio infallibile che conserva le quarantine d’anni il vino in ogni paese, senza potersi mai guastare. Il suo tentativo era quello di persuadere il lettore affinché rinunciasse alla botte di legno, a sua detta troppo soggetta al fuoco presente nell’aria che penetrando nella botte guasta il vino, e invece si convertisse alla vettina, un’anfora di ceramica invetriata che terrebbe fuori il fuoco dal vino. “Andare a fare della terra da pignatte” è una elegante perifrasi bolognese che significa: morire. È significativo che il processo con cui Finneo realizzasse le sue vettine sia analogo a quello che avviene naturalmente alle ossa quando si fossilizzano.
Non c’è perdono, senza spargimento di sangue
Lettera gli Ebrei, 9, 22
Da queste parti i morti sottoterra
sono buoni solo a dare al suolo
la giusta consistenza per
la terra da pignatte.
Lo sa Finneo Giovanni Antonio
che scava a vanga fosse
al cimitero,
preleva ricche zolle di terreno
poi le cuoce al crematorio
formando dentro al forno una vettina.
«Comprate la vettina! Chi la vuole?
È un invento straordinario,
un ingegnoso aggeggio:
non fa guastare il vino!
Non lo sai che se conservi il vino
dentro una botte, di quelle di legno,
ti si guasta per l’ardore che dall’aria
ci si addentra e lo corrompe in un momento?
Per difenderti dal fuoco che lo cambia
tu non conservare questo spirito all’aperto,
o in una botte, che fa lo stesso,
ma donagli piuttosto una difesa
che non sia di vecchia quercia,
bensì di pura argilla e minerali:
non conta la stagione,
non conta più l’umore,
la pietra di natura non si erode
col calore!
Esaminatevi nel corpo:
dentro questo voi serbate il vostro
pregiatissimo liquore sanguis sanguinis,
che ha in sede l’anima,
che sta in questi canali detti vene.
Cosa succede quando tagliate
della carne con sangue via dal corpo?
Questo è ovvio, si fa scura, manda odore,
e gradualmente, immarciscendosi, va a male.
C’è un identico processo che vi accade
nel corso della vita, in tutto il corpo,
ma più piano,
questa cosa che succede nella carne,
mentre l’osso, se staccato, non si guasta,
sopravvive molto a lungo il vostro scheletro;
ma capita che spesso nelle ossa
si faccia strada l’anima e si insinui
mescolandosi allo spirito che incontra,
perché l’osso è poroso e nel tempo
lascia sempre più spazio al sangue che consuma,
portando l’anima, lo spirito,
ci fa morire.
Lontano dai lapilli
dalla fiamma
dal mio vino che non basta:
corazza in terracotta, fammi salvo,
mantienimi distante dalla lotta».
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Il Santoniano
Così si chiama un’era geologica che anticipa di pochi milioni di anni la fine del Cretaceo. Prende il suo nome da una cittadina francese, ma non è fatto di grande interesse. Di maggiore rilevanza che il Santoniano si caratterizzi per la presenza di “black shales”, ossia strati che oggi appaiono come roccia nera, ma formati in realtà da materiali organici di ogni tipo prelevati da forti venti e scagliati in fondo al mare, dove si sono stretti assieme e poi pietrificati.
Un ciclone ha condotto un miscuglio di corpi
e ramaglie antichissime al mare;
concordo di farmi detrito e uragano
con gli alberi e l’ambra, e con qualche esoscheletro
assunto da tarde creature bivalvi, sommerse
da quest’ettaro di terra che ha seguito la tempesta.
Ma da che il vento è cessato
lascia mescolarsi foglie crani e le ammoniti:
rifacciamoci in miscela di elementi
versioni incompatibili di vita in cui anche tu
vieni fuso piano alla mia mano
ai canali della linfa noi uniamo i nervi
la retina alla perla e al guscio d’iride
di un raggomitolato coleottero
senza che sappiamo del dolore.
Ci torneremo in sciala nera e argilla
niente ossigeni che sciupino il calcare,
senza respiro siamo belli, tieni il fiato,
quando posi lasci a un’altra parte
un calco splendido di te
che si può conservare in quanto facile
da perdere, ma non da fare;
i nostri usberghi, corazze contro l’aria
che si infiamma, propaggine del fuoco dappertutto:
possiamo essere davvero tutti i nostri sensi
che funzionano perfetti quando esposti
sanno farsi offendere anche non volendo
trattengono tantissimo, ti insegnano a
finire oltre l’incendio dei tuoi vermi.
Stiamo già dimostrando noi, completi come un fossile,
che si può educare
anche chi è già morto
(selezioni accidentali di conchiglie,
collocate assieme incantano da teche,
si capisce una famiglia dai suoi morti)
mentre saremo fusi e indistinguibili tra i santi
tra i minerali e gli esseri
lanciati da un tifone per marcire sul fondale:
tutto questo fa di noi davvero una grandissima avventura.
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Poesia sulla cera d’api e sul disfacimento
Ritorniamo al favo nero
che hanno modellato
le ghiandole spremendosi l’addome, perfetto
bronchìolo di polmone dentro il miele:
al buio
c’era un grande ordine di forme.
Poi saranno riplasmate, perderemo
le celle con gli esagoni, le geometrie degli acidi:
tutto si fa candela, tutto andrà in combustione,
tu che non brilli ma ti sfasci nella cera.
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Ogni cosa ha il modo giusto di essere fatta,
e tu faresti meglio a sparire,
credo come un copista
rinuncia al suo nome prima,
poi codifica quello degli altri
Blaise – Bls – Balasi
ingemmando tradizioni copiosissime di errori,
di sigle portatrici momentanee del tuo peso:
con te ridotto sarà facile il tramando,
il passaggio di memoria si semplifica
per tagli adatti, con gli annullaggi;
sembra che solo
sul punto di sparire potrai esserci per sempre.
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Lo zio di Contradiòs sogna la caduta del Forte della Bella Costa
Nulla viene riportato del sogno fatto dallo zio di Contradiòs: si sa solo che ne fece uno che anticipava il crollo di lì a poco del suo forte nel mare. Quella che segue è quindi un’ipotesi sul tipo di anticipo da lui intravisto. Ne sappiamo invece di più sul sogno che aveva spinto Contradiòs a indire il torneo al forte. Si tratta di una variazione sul classico sogno del Leone Acquatico: un leone in un giardino che all’osservatore appare come avvolto dall’acqua. Nasconde una rivelazione: in realtà non è il leone a essere sott’acqua, ma chi sogna, che attraverso l’acqua che lo sta avvolgendo guarda il leone e ha l’illusione che sia quest’ultimo a essere sommerso. La classica interpretazione vuole che il leone nel giardino sia il paradiso, e l’acqua il mondo che ci circonda senza che ce ne rendiamo conto: stando a questa lettura, attraversare l’acqua, e quindi il mondo, è necessario per andare incontro al paradiso, o il giardino. Viene il sospetto che tanto gli eventi del torneo quanto il successivo franare del castello nell’acqua non siano stati accidentali, e che Contradiòs potrebbe aver preso molto alla lettera l’invito ad attraversare l’acqua. Come se non bastasse, bisogna sempre tenere presente che c’è un buon motivo se il carburante che alimenta persino le astronavi è detto “combustibile fossile”.
Ho spesso voluto anch’io una fortezza
tutta curve che poi si disserra
come fa un’aragosta, montate le onde
che hanno condotto il suo guscio
allo sbocco di un porto tra fiume e palude,
tendendo le chele alla luna e disfandosi,
che si lascia all’assedio riuscito
di un conte costiero.
Le porte
si apriranno come un uovo,
ma questo di forte è conteso soltanto dai cani,
dai crostacei delle acque di scolo. In nerezza
perpetua ha impaludato il piazzale,
che non si vede un fuoco o una favilla,
soltanto i loro effetti corrosivi, si contorce,
al buio si disgrega in altro opaco,
né sembra lasci campo il cupo cupo a scintillaggi.
Ma allora tu che hai un’ombra che le ombre rende luminose
lo smezzi in sette spicchi di arenaria,
fai quadrante del cortile e rendi il fosco meridiana,
l’addio un arrivederci.
Secondo le sue leggi,
da questa dimensione,
serro le porte della tua tragedia;
e l’ultimo pensiero
va ai razzi combustibili,
ai pesci morti che nei serbatoi
si fanno stelle e bruciano
puntando verso quelle.
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L’allevatore di perle
Anche agli abissi più molli
sono assegnate certune dolcezze:
gli stucchevoli molluschi
che scivolando dal guscio
galleggiano alla cieca tra gli scogli
e si sfilacciano coi traumi
finché li accoglie dopo qualche bolla
il filtro flaccido tra le tue tenaglie:
poi di tali rimasugli
sgrani le essenze e ce ne ricomponi
un purissimo gioiello di sabbia:
e per questo immoliamo i gasteropodi
alla tua luce eterna, irresistibile,
mia assurda madreperla.
Mikel Marini Doughty è nato a Bilbao nel 2000, è trilingue. È parte del Direttivo del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna (dove ha studiato Lettere moderne), con il quale ha curato dal 2021 rassegne di poesia, festival, seminari e laboratori. È redattore del sito Vallecchi Poesia, per cui scrive; parallelamente porta avanti una ricerca pedagogica e drammaturgica dedicata all’infanzia. È in uscita per Vallecchi Firenze il suo libro d’esordio, Non per il mondo ma per il giardino, di cui è uscita un’anticipazione sul numero 28 di Poesia (Crocetti, 2024).









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