La fatica è – tra le tante cose – mantenere assieme quelle che si sfaldano, che sono in dissolvenza: le reti e realtà sociali che non tengono più, i rapporti diretti tra teoria e prassi in politica, i corpi – privati, familiari, comunque collettivi – nelle loro piccole e grandi putrefazioni o catastrofi (per l’appunto: rivoltamenti, disastrose emissioni). La fatica è mantenere una narrazione e quindi un’identità, non perchè le cose debbano essere unitarie ma perchè conservino un verso, una non-catastrofe. Dico questo perchè Al risveglio c’è un lenzuolo di Riccardo Socci, recentemente uscito per Le Lettere, mi sembra avere due meriti: il primo, apparentemente paradossale, è abbandonare in maniera esplicita qualsiasi pretesa poetica, e cioè cercare di tenere assieme le cose per quelle che sono, senza metaforicità. La cosa non vuol dire ridursi al discorso del “mostrare la realtà per quella che è” – a maggior ragione se il fulcro principale della raccolta è la malattia, la disabilità, il disagio in generale -, perchè il punto qui non è che qualcuno mostri qualcosa. Il punto è che determinati tasselli di realtà si manifestino nel loro essere materiale, nel loro dirsi non come tema (malattia come metafora, appunto, o malattia metaforizzata), ma come oggetto totalizzante, massimalista. La catastrofe che dice tutto di sé. Il secondo merito, allora, è la cura nel progettare un sistema di forme, membrane, spazi, fatto anche di simboli e dove questo massimalismo altrimenti esaustivo (ed esaustivo in senso letterale) trovi il proprio verso narrativo, dica, dicendo tutto, qualcosa. Questa è non la pretesa poetica, bensì la presa, ed è un fatto ben diverso. È la scrittura, in quanto possibile catastrofe, che dice sé stessa.
da Al risveglio c’è un lenzuolo (Le Lettere, 2025)
La casa è un luogo comune, come le vite degli altri
quando le guardi da lontano. È ancora un luogo
adatto a questi uomini, l’incubo delle scale
per andare in bagno, il cambio di stagione nell’armadio
sorridere quando la donna apre la porta e fischia
e sotto, nel salone, sulla poltrona di pelle c’è qualcuno.
Vedere nel posto vuoto a tavola com’è fatto il tempo
e dentro le persone, quello che è stato
il loro destino, avere un destino.
+ + +
L’uomo non parla, esprime il suo mondo interiore
sbattendo il bicchiere del pranzo sul tavolo
ogni volta che beve. Ignora i molti poeti che adesso
sono chiamati a dire la loro sul rapporto
fra sistema sociale e individui la gamba
lo tormenta, il figlio vorrebbe credere di nuovo
nel dio padre per poterlo bestemmiare.
C’è tanto a cui pensare, sottrae la propria voce alle altre
per pigrizia, a volte presunzione. Sarà bello scomparire
come sarà terribile, vista da fuori la stanza dove si trovano
durante i pasti sembra la scatola della fisica con il gatto
ma trasparente. La luce riempie lo spazio a mezzogiorno
quando c’è il sole e quanta rabbia tra i piatti disposti
con cura, le posate che lo riflettono sulla tovaglia.
+ + +
I medici sembrano oracoli accanto ai monitor accesi, non ha capito
molto di quanto dicevano ma questo sì. A un certo punto le persone
diventano i farmaci che assumono. Cosa possono fare
nella mente dell’uomo la propria vita, quelle che vede attorno
cosa possono cambiare gli altri il tappo di plastica che ogni tanto
lascia sul cartone del brodo per sentirsi in colpa. Più di tutti
odia i dentisti, rovinano il mondo perché credono di essere qualcosa
che non sono, questa notte gli appariranno in sogno
un laboratorio enorme, una lettiga in metallo vuota e i chimici
che inseriscono nelle pillole ciò che hanno appreso, stampano i nomi
sulle etichette cosa cazzo significa ocrelizumab, avranno gli occhi
gialli anch’essi, il latte con i biscotti dentro le colazioni dell’infanzia
idee qualunque per vivere più vicini più tranquilli il giorno di riposo.
O forse è vero quando l’uomo lo attende nel giardino pieno di zanzare
il figlio arriva per tagliargli i capelli, sono insieme due teste rasate
che a volte si guardano sorridere.
+ + +
Hanno chiesto all’uomo una foto per un festival di poesia, l’autoscatto
ne ha realizzata una bella, lo sguardo profondo ma stupito
se dovesse andarsene nel giro di qualche anno sarebbe perfetta
avrà risparmiato a qualcuno una scelta che lui ha dovuto fare.
L’uomo ignora tutto questo e il poeta è confuso, non ricorda se adesso
attraversa il periodo calante del disturbo o l’altro
a vederlo è tranquillo dalla poltrona rossa sospira
a vederlo è presente ma dice parole in una lingua da poco appresa
che il poeta non conosce. Sembra qualcosa che non trova pace
nella foto è serio e attento invece lei sorride quando parte la sigla
del telegiornale l’uomo si commuove, un’alluvione ha rotto gli argini
coperto le città portato via le persone lontano troppo lontano da qui.
+ + +
Il corpo è il disagio dell’uomo, il più evidente dei molti nella stanza
dove mangiano insieme come un favore reciproco nelle mani
le posate funzionano ancora bene. I legami famigliari
che si trascina dietro sono un modello di vita forse inadatto
alle circostanze che segnano il suo percorso, sono stati nuclei di senso
importanti per le persone che lo hanno cresciuto e adesso
gli sembra giusto sentirsi in colpa. Ha il respiro sempre più breve
ascoltarlo mentre dorme è una prova di compassione ma non sa
dire chi sia l’assistito. Erano assieme, seduti accanto dal ciglio
di un letto guardavano una parete enorme e bianca per piangere
due foto incorniciate dell’asilo le siepi sullo sfondo che dividono
l’area giochi nel cortile con gli animali, i vermi estratti dalla terra
i ragni rossi schiacciati con il dito, dentro una cassa forse di metallo
altri uomini la portavano via, come la protagonista in un racconto.
+ + +
Ha fatto la spesa stamani dal macellaio dopo gli esercizi in piscina
ha preparato il pranzo ma restare in piedi davanti ai fornelli
tutto quel tempo è stata dura. Gli uomini hanno mangiato
guardandosi in faccia ed era buono. Ha una lista di ricette
per la prossima domenica, è un segno importante di ripresa
estendere l’idea della propria esistenza a un punto futuro della storia.
Lo accoglie con un gesto che si direbbe di gioia, un eccesso di vino
per sopportarsi meglio, ci si pensa tra due parentesi come un inciso
la vita che c’era quello che forse sarà. Parla di sé in terza persona
e il racconto acquisisce un livello ulteriore di senso
nei ricordi di chi ascolta. Sbrigando le faccende si è ferito alla mano
il sangue ha sporcato il tagliere con una macchia rossa e calda
sono passati gli anni fino a un altro giorno in questo aprile
sono rimasti fuori dal volume nella luce che investe gli alberi
le finestre che danno sul giardino, la luce che c’è sempre stata.
+ + +
C’è il progetto per una casa senza barriere, il mercato è il peggiore
da molto tempo a questa parte ma gli sgravi fiscali saranno d’aiuto.
C’è il progetto di una rampa al posto delle scale, il cappotto per coprire
le mura, il terrore di perdere lì dentro le persone è un investimento
a medio termine, le cellule crescono attorno alle azioni quotidiane
si muovono almeno loro da sole, l’immagine di un compleanno
una delle poche fissate nell’encefalo sarebbe bello
se anche lei sparisse con l’odore della panna sulle fragole
un ostacolo nello spazio facile da rimuovere poi il resto accade
questo edificio che non si augura, può entrare chiunque.
+ + +
Il poeta immagina i propri testi come gradini che scendono
verso il fondo di una buca aperta lungo la strada dove le persone
al suo fianco si sforzano di passare. Hanno ricordi
che vogliono condividere nella speranza di riempire questa storia.
A volte si siedono attorno al tavolo per mangiare insieme
negli anni a venire comprerà lo stoccafisso per la vigilia
come ha visto sempre fare. L’androne delle scale
assomiglia per tutti a un vuoto, la buca nelle teste degli altri esiste
in forme soltanto in parte compatibili, ho ordinato lo stoccafisso
possono essere le ultime parole che si dicono a qualcuno
tra l’odore del pesce messo a bagno in cucina che esce quando ritorna
spinge la porta della sua casa per entrare.
+ + +
C’è l’uomo in giardino, taglia i rami degli alberi
piantati da poco. Finché arriva a potarlo senza penare
ha l’impressione che un albero gli appartenga, poi la figura
cresce alta e immobile come un dio a riposo, la sua vita
diventa a loro sempre più simile ma gli alberi
conosceranno un tempo in cui dell’uomo sarà scomparsa
anche l’impressione. Avere interrato le zolle con le radici
stretto i tronchi ai pali non conta, bruciare i rami
i tronchi e le radici perché il fumo sporchi
questo cielo azzurro come un lenzuolo.
+ + +
Il poeta vorrebbe scrivere il libro da capo, immaginarsi felice
nelle storie degli altri come gli altri lo sono nella sua, un senso di pietà
che è stato reale al risveglio in un rettangolo di luce sul cuscino
poi basta. Le coperte per l’inverno sono pronte piegate nell’armadio
è rimasto vicino a questi uomini eppure continuano
a sentirsi male, ricevere operazioni d’urgenza, l’ossessione
si ripete nella sintassi, il bastone gli è caduto dalle mani centinaia di volte
non si fa per dire, e ogni volta ha pensato che la caduta fosse definitiva
la terapia intensiva l’ultima, i sorrisi nelle foto accanto ai vasi
il volto nero in quella dell’uomo, i sogni e il dolore che li hanno sorpresi
sulla porta di un bagno, lungo le scale, verranno lasciati finalmente soli.
Riccardo Socci è nato a Recanati nel 1991. Insegna materie letterarie nella scuola secondaria. Ha svolto un dottorato in Studi italianistici presso l’Università di Pisa, occupandosi in particolare di poesia del secondo Novecento. È autore del saggio Modi di deindividuazione. Il soggetto nella lirica italiana di fine Novecento (Mimesis 2022) e del libro di poesie Lo stato della materia (Arcipelago Itaca 2020).









Rispondi