Carlo Tosetti – Matricària

I.

Lo dici avvolto d’oblio,
ma quel dirigibile
– tremulo e grigio,
deduco impercetto –
vacuo sostava
intorno a Natale,
d’istanti pochi,
appeso al niente,
davanti al balcone, silente.

II.

Non mi comprasti
mai l’azzurre gemme
e nemmeno l’ippocampo,
eppure m’inzuccavo
ai carretti del porto:
lì vendono il turchese
e l’odore dei cesti
– dei cavallucci secchi –
è sintesi d’arido mare.

III.

Alle cave roventi
(fossili d’ammoniti
scalpellavi e di felci)
a volte la montagna
cedeva i pezzi ameni;
l’uovo di pietra, ancora,
è schivo, come offeso,
è tumido all’ombra
del faggio, riposa.

IV.

Con olio e limone
a splendere cosparsa,
crogiolando al lago
e quando il pesce pure
diffida l’acqua ch’è rafferma,
fra gli schiocchi rari
– il canneto, sempre,
fitto è la frescura –
la tinca colsi nei pantani.

V.

Ricordi quando
interrammo i crochi?
L’intimo conforto
– mai lo confessammo –
nel veder che sbocci
l’incipiente primavera
da essi precorsa,
si liquefa in nulla,
ma il bulbo permane.

VI.

Il puntiglio col quale
scortichi maestra
l’asparago selvatico,
l’arte paziente
che tutti non sanno,
di serbare il tempo
ch’è dovuto ai gesti,
t’ammanta d’un aria
svanita, quasi perduta.

VII.

Oh, le tue guardie del corpo!
L’una ritta la coda,
l’altra la scuote nell’aria,
ti scortano, lieto corteo,
nell’afa, alle prose dell’orto.
Unite, poi le affidiamo
all’abbraccio di barbe di pino;
in fondo ai lamponi l’ombreggiano, d’aghi,
le fronde, al silenzio, conforto.

VIII.

La sapevo foriera di morte,
la sola presenza del corvo;
Jung indicava lo stormo,
tetro latore, roco sgranchire
l’ali, in cerchio gracchiando,
ma tu lo vedesti affamato,
planare sull’erba, rapace,
rapire il pulcino al germano,
l’ultimo, in coda, nel prato.

IX.

All’infinito sempre
rimanda il serpente,
l’umile biacco persino:
s’avvolge in letargo,
senza ingoiarsi la coda,
la cesta il riparo, la casa.
Tu l’educhi al tempo:
lo scovi, offuscato, lo ammazzi;
rompe l’eterno l’attesa.

X.

Dicono, madri,
che i figli vostri sbrigliati
nel tempo vanno all’abbuiare.
Tutto è dato loro
nei colori, fatto salvo
l’estorto rimedio di Mida,
braccato nel bosco Sileno; (1)
nulla è proibito ed ignare
donate all’ultimo il nero.

(1) Friedrich Wilhelm Nietzsche, La nascita della tragedia, 1871

1 Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...